Donne amorose, che il bel fiume d'Arno Di vostra alta beltà gir fate altero, So ben che spesso e meraviglia e duolo E forse invidia nei cor vostri avete
Di quel che io narro a voi della mia Pianta, Della mia Pianta che Liguria onora, Tal ch'ella va di par con Cipro e Delo. Deh! perché non poss'io mostrarvi il vero
Con la presenza sua, che pur direste Che in ragionar di lei son tanto avaro, Quanto ella a me delle sue frondi e fiori, De' quai mostrarmi più non m'è cortese.
Non si può questa dir terrena cosa, Che da celesti man fra noi formata Vien d'altro seme, a cui non vide eguale L'Atlante, l'Indo, il Nil, la Tana e l'Orse.
Fu d'alta nobiltà l'invitto seme Nel liguro giardin fra noi piantato Da chi Giove si tien sorella e sposa. Né sì chiare onde ha questo o l'altro polo
Che là bagnasser mai la terra intorno; Che di sua propria man Giunone stessa, Pria che scaldasse il Sol, poi ch'era ascoso Tutto il calor del dì, la sete estinse
D'ambrosia sempre e di celeste umore, Onde ella ebbe il divin che a noi si mostra. Lappole, e rovi, e sterili erbe e gravi Non prendevan vigor presso al suo nido;
Non nocenti animai, che al primo incontro Del suo possente odor correano a morte. Poi che aprendo il terren vivace e verde Cominciò sormontar l'altero germe
Ch'esser poscia dovea sì bella Pianta. Non fu pianeta in ciel, né ferma stella, Che non si fesse allor più che mai lieta. Ebber pace quel di Nettuno e i venti,
Ché l'aria e l'onde al gran miracol novo Fermaro il corso che natura impose; Cantar più dolce gli augelletti allora Che al più fiorito April, se surge Apollo.
Le fere e gregge lascivette e snelle, Senza il giorno temer d'artiglio e dente, Gioivan tutte per campagne e boschi. Gli arbor, le frondi, i fior, gli arbusti e l'erbe
Ben mostraron quel dì, ch'al mondo fosse Chi dovea sopra lor tenere il regno. Come Zefir venìa ridente in vista A prender vaga di nutrirla cura!
Ma i pargoletti Amor, le Grazie e l'Ore, Al bello ufficio pur dal cielo elette, Di così raro onor lo fêro indegno. Quei sempre intorno a lei sì chiari spirti
Movean con l'ali sue, che l'aure in noi Presso d'ognun di lor son turbo oscuro. L'altre facean sopra 'l ben nato germe Di rose e gigli e fior sì dolce nembo
Ch'offender nol potea l'agosto o 'l gelo. Così nodrita, a più grandezza sorse L'onesta cima, e le sue frondi aperse: Già più indurata la novella scorza,
Con più salda virtù stendeva in rami Quelle che in prima fur tenere gemme. Scese Venere allor dal terzo giro, E notte e giorno con divine tempre
Diè forma e legge alla futura Pianta. Chi vuol negar, santa amorosa Dea, Che quanto ha bello il ciel, la terra e l'onda, Tutto non sia della tua stessa mano,
Venga meco a veder la Pianta mia. Si dirà ben che a te medesma appena Lasciato hai più di quel c'hai dato a lei. Tu la facesti tal, che forse carca
(E perdonimi Amor, s'ell'è menzogna) Di penitenza e duol talvolta vai, Com'io sempre per lei pensoso e lieto. Ma non ti caglia, ché chi dona altrui
Ha più gloria fra i buon, che il ricco avaro. Tu la facesti tal, che 'l tuo gran regno Altra colonna par forse non ave; Né potrà forse aver, quanto ella dura,
Ché dee sempre durar (se il vero estimo). Ben più cortese poi fosti a lei sola Di grazia e leggiadria, d'atti soavi, Che per lo addietro a tutte l'altre insieme.
Quanto ha senno e valor, quanto ha virtude Chi venne fuor dalla paterna fronte Scolpìo nel tronco che crescendo andava, Onde ancor giovinetta alzò il suo nome,
Sì ch'a Liguria eterna vita diede. Venner le frondi tai, ch'ogni smeraldo Ivi men pregio avea che il ghiaccio o il vento. Non volle Febo allor le bionde chiome
Coronar più del sempre verde alloro, Ché il tessalico amor posto in oblio, Al liguro giardin donò la palma. Perché non pur del più cruccioso Giove
Sprezza lo stral, ma, quel che più m'aggreva, È che per nostro mal non ha più cura Di quanti porta Amor saette e dardi, Che 'l torrido African di ghiacci e nevi.
I leggiadretti fior, che al caldo e al gelo Stan sempre vivi in l'onorate frondi, Han seco tal virtù che il ciel gli adora. Clizia, Giacinto, Adon, Narciso, quelli
Che con più bello onor nel mondo fûro, Sono, ove questa appar, negletti o vinti. Non son di Citerea, non son di Febo, Non sono opra d'un sol, ché tutti insieme
A fabbricarli fur, come a Pandora. Il frutto è poscia tal, ch'occhio mortale Nol può scerner giammai, ché a quei si serba Che la mandâr quaggiù per farsi onore.
Questa è la Pianta ond'io cantando scrivo Che mi fa men gradir le tosche rive, E forse odiar da voi, donne mie care. Questa è la Pianta mia, ch'entro 'l mio core
Così profonde tien le sue radici, Ch'indi non la può trar tempesta o vento. Ligura Pianta mia, se il mondo insieme Sapesse, com'io sôl, quel che tu vali,
Non sarei solo a dir de' tuoi bei rami. Se pur quel ch'io dirò parrà menzogna, Venga il liguro mar, Durenza e Sorga A dir per me quanto più largo onore
Convenga a te, che la mia rozza cetra. Né ti sdegnar però, ché quel ch'io canto Nol canterei se nol dettasse amore, Ch'oltre ogni mio voler vuol pur ch'io voglia,
E più del mio poter vuol pur ch'io possa, Ond'io più fo quel che men far dovrei. Credo sovente pur che quel ch'io veggio Dipinger sappia altrui la penna mia.
Poi tanto trovo men quel ch'io ne dico, Quant'altri pensa ch'io trapassi 'l vero; E ben dritto mi par, che così vada Chi ragiona del ciel fra noi mortali.
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