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1495–1556

SELVA SETTIMA.

Luigi Alamanni

Poiché nuovo dolor quaggiù m'invola Dal ragionar con voi, gran re de' Franchi, In così dolce stil, com'io soleva, Non vi sia, prego, il perdonarmi a sdegno,

E l'ascoltar quanto profonda piaga Sostenni il dì che fui per morte privo Del più caro tesor ch'Arno e Mugnone Chiudesse intorno alle sue verdi rive.

Glorïoso mio re, so ben che in voi Tanta del mio languir verrà pietate, Che non cadran le mie dolenti note Senza lagrime aver dai vostri lumi:

E s'oltra ogni dover crudo divegno In ricercar costì pianto e sospiri In chi bramar dovrei diletto e gioia, Scusimi il troppo amor, la troppa doglia,

Che dove io men vorrei m'adducon, tale Ch'io non so ben ridir che più m'aggrade. Questo so pur, che al mio diletto e vero Di virtù, di valor, d'onore albergo,

Al mio Zanobi, al mio più chiaro frutto Del miglior seme che Toscana porte, Non si convien trovar men nobil pianto, Spirto Real, né da men chiare luci

Che son le vostre, che qui fanno esempio Di quell'alta virtù che adorna il cielo. Non siate adunque de' suoi merti avaro A lui, né sordo al vostro servo fido,

Ch'or qui rimaso in sì devoti preghi Sol ricerca da voi pianto e sospiri, Per onorarne in terra il suo bel nome. Giri il Sol quanto sa mille e mill'anni,

Morte crudel, ché non ti resta al mondo Da far di noi mai più sì ricca preda, Né riportar tant'onorata palma Quanto fu quella, ohimè! perch'io più bramo

Oggi l'insegne tue, ch'eterna vita. Arno mio chiaro, e voi, campagne tosche, Ben potete saper se il ver ne dico: Ché tal meco ad ognor doglia n'avrete,

Qual già n'aveste, mentre visse, spene. Ah crudo ciel, che già sì largo desti Al nostro almo giardin sì raro germe, Come oggi avaro ai gran bisogni altrui

Nel suo più bel fiorir tolto ne l'hai! Ben fu sorda pietà dentro 'l tuo seno A non sentir le dolorose note Di chi serra il Tirren, la Magra e 'l Tebro.

Le divote preghiere indarno usciro Al suo duro partir dal tosco fiume, Che sì lieto si fea del suo ritorno. Oh desir ciechi delle umane menti,

Come contrario fin sovente avete Dal vostro disegnar, che torto cade! A che mai domandar cosa terrena, Se tolto n'è il veder che giova, o nuoce?

Cinque fïate avea scaldato Apollo I due gran figli che produsse Leda, Dall'empio dì che l'altrui rabbia mosse Dal campo suo quest'onorato germe.

E voi con quanto amor, con quanta sete Lo richiamaste ognor, campagne tosche, Perché tornasse in voi! né giunto appena, Per mai non ritornar, partì da voi.

Ove or son, lasse! gli alti, onesti e rari Pensier nodriti da sì nobil alma, Da far voi divenir nel mondo eterne? Ove i consigli, ove i conforti chiari,

Che vi spingean per sì lodate strade? Ov'è l'amor, che vi portò già tale, Che mille volte, ohimè! la vita stessa Sprezzò per voi, che pur vi diede alfine?

Non cortese pastor verso 'l suo gregge, Non madre pia col suo diletto figlio Di tanta carità si vede accesa, Com'ei fu sempre colla patria e madre.

Se il giorno che costui nel mondo venne Avesse al nascer suo portato in voi Tanto favor del ciel, quanta bontade, Ben saresti, Arno mio, fratel del Tebro.

Non ben fermo premea la terra ancora, Che del natìo valor tal segno dava, Che i vecchi infermi ognor, le stanche madri Dicean: Questi è colui che debbe alzare

Fin sopra 'l ciel questa futura etate. Oh beato colui che vedrà 'l frutto Di sì buon seme, se nol tronca morte; Morte che sempre se ne porta il meglio.

Non mai dal fido can lupo rapace Fu con tant'odio perseguìto in caccia, Com'ei, dal dì che poteo scior la lingua, Tutto il torto operar biasmando morse,

Senza nulla d'altrui speranza o tema, Fin che in più ferma età visto in alcuni Ardor, fede, valor pari a se stesso, S'accinse, ahi lasso! all'onorata impresa,

Ove di noi restò la miglior parte: Ché così spesso vuol fortuna, a cui Sono i gran fatti tortamente a sdegno, E sol cerca aiutar la gente iniqua.

Non pompa, o vano onor, tesoro o stato Ebber forza a piegar l'altera mente Dal verace sentier di libertate. Alma felice, e sovr'ogn'altra chiara,

Che dentro i sette colli unqua nascesse, Che fuor traesti l'onorata spada Contr'a colui che al tuo famoso nido Fuor del dover furò lo scettro e 'l freno

Per dimostrar che degnamente avesti Di Bruto il nome, e di Caton la figlia; Forse non fu, poi che lasciasti il mondo, Più bello imitator de' tuoi gran fatti,

Di quel ch'io piangerò la notte e 'l giorno. E se ben fu la tua più degna impresa E con fato miglior condotta al fine, Ch'altro poteo, se 'l Ciel di più non volle?

E se non fu per lui Fiorenza Roma, Non cresce o scema il buon voler fortuna. Poi quanto al suo valor valore aggiunse Il dotto ricercar l'antiche stampe,

Per riformar tra noi leggi e costumi! Ben lo potean saper Licurgo e Numa, Ch'ebbe sempre al suo gir maestri e duci; Ben lo potean saper quanti mai vide

La Grecia e il Lazio, che mostrasser via Alla vita civil di pace o d'arme. Né fûro i detti lor men noti a lui, Che la stella al nocchier, la madre al figlio,

Che al buon pastor la pecorella e 'l cane, O che al vecchio monton la mandra e 'l prato. Non basta al vero onor, chiara Fiorenza, L'aver tolto da te l'indegno giogo,

Che all'indegno lavor l'addusse a forza; Ch'or convien fabbricar lo studio e l'arme, Da potersi covrir dal fero artiglio, Che di dentro e di fuor ti sta di sopra:

E s'alcun fu de' tuoi, che in questo avesse Desir, senno, valor, ben fu costui, Ch'or piangi e chiami, e dopo mille e mille Secoli avrai da richiamarlo ancora;

Che nol conobbe il mondo mentre l'ebbe, Come il conoscerà nel tempo innanti: Ed è voler di chi ci muove e guida, Che più si pregi il ben poi che n'è gito.

Forse sarà tra l'ignorante stuolo Uso sol d'onorar signori e regi, E dispregiar chi non ha vesti aurate, Chi penserà nel buon civile stato

Non ritrovarsi un sol di tanto peso, Che nel natìo terren dai buon si deggia Onorar tanto vivo, e pianger morto. Ahi cieca gente e vil, che scorge appena

Quanto al senso di fuor si mostra aperto! Non fu colui che discacciò Tarquino Di par fortuna a molti, e spense un regno? Di privato poter fu il buon Camillo,

E tolse al vincitor la preda e il pregio. Quanti ricchi trofei, quant'arme e spoglie, Quanti fûro a' gran re scettri e corone Tolte a' tempi miglior di Sparta e Roma

Da chi vincendo si tornò la sera Con la sua famigliuola in basso albergo, E il giorno a ritrovar l'aratro e 'l toro? Chi contendea che l'onorato Tosco,

Vivendo ancor nel suo fiorito nido, Col semplice esser suo non fosse tale? Come spesso addivien che l'ostro e l'oro, Senza chiuder virtù, vanità sola

Sotto a sé mostra a chi ben fiso il guarda! Ma il veder corto dell'umana gente Par che si sdegni a rimirar colui Che in le private soglie, in pover panni

Al bello e vero oprar la mente ha vôlta: E quella libertà, ch'oro e terreno Agguagliar non potria, né pompa o stato, Sol che alla patria sua ritenga intera,

Degli altrui falsi ben poco gli cale. Ma se contrario appar nel vulgo infermo, Maraviglia non sia, ché tanta altezza Mirar convien con più sottil riguardo.

Tenga chi vuole con sudore e sangue Il barbarico onor, le ricche spoglie Conservi pur nell'altrui danno e morte; Chiami questo chi vuol padre e signore,

Piangal chi l'ama quando a morte corre, Ch'io 'l chiamerò d'altrui tormento e doglia, E morte loderò, se tosto il fura. Ben fin ch'io mora chiamerò mai sempre

Il Buondelmonte mio, che l'altrui bene, Mentre qui visse, amò più che se stesso: Che nel pubblico onor tal mise cura, Che il proprio come van pose in oblio:

Ben piangerò costui, che gloria e lode Merta più sol, che tutti quelli insieme, I quai gir fa superbi oro e terreno. Questo è quel germe, onde l'esempio tôrre

Dovete al bene oprar voi, spirti chiari, Ch'or vi nodrite fra le tosche rive. E se l'avrete ognor maestro e guida, Andrà il piè vostro all'onorata strada

D'eterna libertà, d'onore e pregio: Né fia il vostro veder chiuso dal velo, Cagion che il bianco in noi si mostri oscuro: Ma discerner saprete il falso e 'l vero;

Né fin che muova il ciel, che giri il Sole, Simil veder potran le rive d'Arno. E sempre avran l'acerba sua partenza, Glorïoso mio Re, da pianger meco.

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