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1495–1556

SELVA SESTA.

Luigi Alamanni

Alto Signor, che dai superni chiostri Con pietoso dolor dei nostri danni Guardi e contempli le miserie umane, Volgi la vista ove Durenza e Larco

Cingon dintorno il bel paese, dove Dopo il tuo dipartir s'elesse albergo La fida ancella tua, che il caro unguento Portò divota ai sacrosanti piedi,

Che di lacrime e duol bagnò sovente; La fida ancella tua, ch'ebbe sì larga Ai giusti suoi desir la tua pietade, Che dopo il quarto dì che in terra giacque

Le rendesti il fratel cui morte tolse, E la degnasti di vederti in terra Nel beato giardin, sendo già tolte Dal vel terrestre le divine tempre:

Non lunge adunque ove sepolte stanno Le sante membra sue di tempio ornate Ai vicini e i lontan mostrando spesso Della tua grazia in sé celesti segni;

Ivi addrizza, Signor, l'eterno sguardo, E vi vedrai quell'onorata Pianta, Che di seguirti al ciel mi mostra il varco. Prego, Signor, se la mia voce è tale

Che là possa toccar le sante orecchie, Prendi oggi in guardia quei leggiadri rami, Che, s'han quaggiù quanto può dare il mondo, Privi non sian di quel che dona il cielo.

Spiegale intorno di tua grazia il sole Possente a disgombrar la neve e 'l ghiaccio, Che al suo primo apparir le frondi adugge. L'aure celesti tue nel tronco spira,

Che gl'infondan virtù, che a tutte l'ore Produca a tuo voler fioretti e pomi. La tua pioggia gentil sopr'essa versa, Che tenga verdi in lei le sue radici,

Né la possa seccar vecchiezza o state: Viva ella sempre, e l'onorata cima Si stenda verso il ciel con tanta lode, Che nel tempo avvenir sia gloria eterna.

I suoi soavi odor ne porti a volo Tal vento amico in questa parte e in quella, Che non più l'Apennin, non più Durenza Sappia il suo gran valor, che Atlante ed Indo.

Al natural confin non sia prescritto Il suo perfetto oprar, ma il tempo ceda, Che a primavera, estate, autunno e verno Produca frutti e fior cotanti e tali,

Che all'altre che verran sia vivo esempio. L'ira celeste tua non caggia in lei: E percuotan lontan gli ardenti strali, Come aggrada più lor, la quercia e il pino,

Sol che la Pianta mia col lauro insieme Il possente furor paventi indarno. Grandin, nevi, tempeste a' più gran verni, Quando piace Aquilon, quand'Austro vuole,

Scendan dintorno, e là dov'ella siede Sempre sia chiaro il Sol, sereno il cielo, Verde, quieto, tranquillo, eterno aprile. Lappole, stecchi, rovi e 'l tasso amaro

Non adugga il terren, che nutre intorno D'invitta castità l'altero tronco. Vadan da lei lontan gli armenti e il gregge; Né le possa impiagar la scorza e i rami

D'altro fero animale artiglio o corno. Non verme di livor per entro possa Ascosamente fabbricar sotterra Alle radici sue, che han fermo il seggio

Nel chiaro e vero onor, novella offesa. Gli altri venti crudei, che vengon fuore Non dall'indico mar, non dall'occaso, Non d'Austro o d'Aquilon, ma da quel loco

Ove si sprezza onor, dove virtude Tra le cose più vil negletta giace, Là dove l'altrui ben più doglia apporta Negl'invidiosi cor, che il proprio danno,

Non le possin noiar le frondi e i fiori. Porgile tu dal tuo gran regno aìta, Ché mai per tempo alcun non volga in basso L'altera fronte sua, che fu mai sempre

Tutta intesa a salir dove tu chiami, Né sia peso mortal, che a terra inchini I santi rami suoi, che in alto vanno. Ma pur talor, perché di rado avviene

Che sia senza peccar terrena cosa, Con la tua propria man drizza e solleva, Se mai senti piegar la fronte o 'l piede. Poscia, o sommo signor, tal grazia infondi

Nel mio semplice stil, ch'io possa in parte Il suo cortese oprar, le sue virtudi Pingere a quei che verran dietro, allora Che dopo un lungo andar d'anni e di lustri

Avrai teco nel ciel la bella Pianta. Fa' ch'io possa mostrar quanto più vaglia Il seguir l'orme tue, ch'oro e terreno; Com'è caduca e fral quaggiù la speme

Delle cose mortai, che il viver nostro Solo è breve cammin che l'alme adduce, Secondo i passi altrui, sotterra o in cielo. Prestami grazia che tant'alto vada

Il mio di lei cantar, quanto il suo nome A cui s'inchina ogni gentil virtude. Prestami grazia ancor, poi che fia giunto L'estremo terminar dei giorni nostri;

Che s'io l'ho senza par seguita in terra, Non mi sia tolto il rivederla in cielo.

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