S'io potessi narrar, cantando, appieno Qual sia la pena che m'incende e sface Stando io lontan da voi per questi lidi; Non pianser mai le suore di Fetonte
Lo incendio del fratel con tanto duolo, Quanto or fareste me, Ligura Pianta, Se pietà vive ancor fra quelle frondi. Io men vo notte e dì per valli e monti
Pensoso e sol, senz'altra aita e spene, Che di voi richiamar che altrove siete. Né so trovar, perch'io sovente cerchi, Cosa che inganni la sdegnosa vista
Ch'altro mirar non può, che i vostri rami. Quando fuor lieta l'amorosa stella Surge dal monte a far sicura scorta Al grand'occhio divin, che il mondo alluma,
Escomi allor dal mio noioso albergo, E gli occhi molli in orïente giro Divoto a salutar la santa face, Che quanto m'allegrò tanto m'addoglia.
Ivi narrando il mio passato bene, La prego umìl che mi ritorni indietro Nei tempi andati, o mi apparecchi innanti Dolcezza e pace a quella antica uguale.
Poi perché sorda al suo viaggio intenta La veggio ratta andar, cruccioso volgo La vista intorno a rimirar s'io scerno Cosa che in terra o in ciel s'agguagli a voi,
O mi faccia obliar la vostra luce. Lei guardo prima che ridente e vaga Fa lieto il mondo co' be' raggi suoi, E il dì gli annunzia, che vicin s'appressa.
Vedesi intorno il gran silenzio oscuro Che il passo stanco in Occidente volge A dispogliarsi il suo stellato ammanto, Forse sdegnoso che gli venga in sorte
Il minor cerchio che la terra adombre. Di più vivo calor segnata in vista, Con la fronte di neve e coi crin d'oro, Al suo primo venir non lunge appare
Del gran vecchio Titon l'antica sposa; E mentre a lei mirar son tutto vôlto, Sento i dipinti augei di fronda in fronda Con soave armonia renderle onore.
A quei mi volgo allor dicendo: Ahi lassi! Se vedeste apparir sopra quel monte La bella Pianta mia, che più fareste? Sappiate ch'ella è tal, ch'oggi il Ponente
Più non invidia all'Orïente questa, Come fede pôn far qui gli occhi miei, Che son, lunge da lei, mai sempre in pioggia. Veggio le frondi, i fior, che verdi e lieti
Alla chiara stagion si fanno adorni. Allor conosco io ben, che i vostri rami Non son cosa mortal come son questi, Perch'io gli ho tutti, a voi pensando, a schivo.
Poi con fronte regal di raggi cinto Tra le infiammate rote in alto sale Il gran pianeta onde ogni lume appare, Onde il dì luce, onde qui nasce e vive
Quanto produce il ciel, la terra e l'acque. Dall'alta maestà percosso e vinto (Già nol saprei negar), divoto inchino Le ginocchia e la fronte al santo volto
Che de' vostr'occhi bei fratel mi sembra Vie più che di colei che all'ombra sola Ha da lui tal virtù, che il mondo alluma. Pur fra me dico: O mia leggiadra Pianta,
Che val questa beltà, se manca in lei Quella dolcezza, ahimè! che in voi s'accoglie? Questa sola animai, fior, frondi ed erbe Produce al mondo, ove la vostra in noi
Amor, chiari pensier, virtudi adduce. Poscia che il Sol con più focoso sguardo Dall'alto punto il nostro mondo scalda, Vommen soletto ove più il monte adombre,
O più s'asconda la riposta valle Ove ratte in bel rio si fuggan l'onde. Veggio corrente il liquido cristallo, Che l'aria intorno, e le sue rive allegra,
Lasso! non me, ché mi ripunge allora Chiara memoria del cantar soave E del cortese dir, che vince in terra Ogni armonia del ciel, non pur dell'acque.
Pur lì m'assido fin che torni Apollo Verso occidente, onde nel ciel disciolte Zefiro e l'aure a suo diporto vanno. Indi mi parto, e per le piagge ombrose,
Là 've più bei color vesta il terreno, Muovo il piè tardo, e sento il vago odore Che per l'aria a ferir nel volto viemme. Quanto mi dolgo allor coi venti indarno
Che dalla Pianta mia non portin seco Quella virtù che tutte l'altre avanza, Quanto Amor cosa vil, quanto il dì l'ombra! Poi quando Febo al vecchio Atlante scende
Togliendo il giorno a noi, la notte altrui, Da lui mi tolgo, e rimirando intorno, Ad una ad una in ciel veggio le stelle Quel lume rivestir che il dì ne spoglia.
Scerno vicin del carro di Boote Seder Calisto che mal vide Giove, E tra sete e tra gel di doglia è piena, Che non ha 'l seggio suo tra 'l Cancro e 'l Toro.
Dico piangendo a lei: Ben ti assomiglio, Ché assai fur lieti i primi giorni miei; Or freddo e lunge a chi quetar mi puote D'esti occhi infermi l'assetate voglie,
M'avvolge il mio destin dov'io men bramo. Veggio Marte talor, Saturno e Giove Fuor del comun sentier per altra strada. Talvolta prego umìl, talvolta garro,
Come mi detta Amor, che a tal mi reca, Ch'io non so spesso quel ch'io faccia o dica. Né stella ha il ciel, che non mi sia più nota Che al buon pastor le pecorelle sue;
Cotal sempre con lor ragiono, e piango. Poi quando in mezzo 'l cerchio, o in Orïente Or cornuta or rotonda or parte or riede Da consigliarsi col fratel la Luna,
Con lei più d'altri i miei lamenti sfogo. Dico: Alma luce, allor, tu vedi almeno Il tuo caro amator se t'è ben lunge, E lo vagheggi in questa parte o in quella,
Ché contender nol può montagna od ombra; Lasso! io son qui, né la mia bella Pianta Posso lunge veder, ché altrove stassi, E del mio impoverir fa ricco altrui.
Tu lo puoi sempre aver dormente almeno; Io pur non l'ebbi né d'averla spero, Né son sì ardito ch'io la chiegga e brami. Come contrarie son nostre avventure!
Tu 'l sai per pruova ben, che te sola ama Il bello Endimion, né d'altra ha cura. Io temo, ohimè! che la mia Pianta altera Non sia colma per me di tanto oblio,
Che non conosca più la penna tosca. Mentre io parlo così, s'affretta il tempo Ond'ella il carro suo volge all'occaso. Com'io la scorgo avvicinarsi al monte
Che l'alma Pianta mia da me divide, Tinto d'invidia allor rinfresco il pianto, E ricomincio più dogliose note: Notturna luce che fai lume all'ombra,
Or puoi quella veder che a me s'asconde, E quanto bella sia dappresso scerni: Deh! come volentier teco sarei Per mai non riveder dell'Indo l'acque,
Che assai fôra al mio ben Durenza e Sorga. Ma poi ch'esser non può, pietosa Luna, Dille: Un che sta sopra le rive d'Arno, Che di voi lunge notte e dì ragiona,
Né gli resta altro ben che il vostro nome; Vi prega umìl, se v'aggradò giammai Pietà, fede, onestà, senno e virtude, Che han fatto il nido in l'onorate frondi,
Non ponete in oblio chi troppo v'ama!
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