Oh come nel pensier sovente avviene Ch'altri più del dover sue forze estima! E s'alcun fu giammai, son io quell'uno. Ier che così pensai, promisi a voi,
Ligura Pianta mia, che la mia cetra, Per non rinnovellar più doglia in voi, Dispoglierìa da sé l'ammanto negro; Ma, lasso! al disegnar diversa è l'opra;
Ch'oggi tornar convien tra i vostri rami A ragionar di quel che pur m'ancide, Del Buondelmonte mio, che notte e giorno Ha fatto del mio cor suo fido albergo,
Né si parte indi, ed io scacciar nol voglio; Anzi partendo lo richiamo e prego Che non mi lasci così morto almeno, Poiché a me morte, a lui la vita è tolta.
E dolcemente ognor meco ragiona Del ben ch'egli ha lassù; poscia a pietade Del nostro invano oprar si muove, e piange Il veder corto delle menti umane
Che più credon saper dove men sanno. Poscia rivolge gli occhi al suo bel nido, E dice: Or come sei, chiara Fiorenza, E quinci e quindi combattuta e stanca
In tempestoso mar da feri venti! Tien pur ferma la vista alle due stelle Di giustizia e d'onor, pensando in breve Veder più che ancor mai sereno il cielo.
Deh! perché non poss'io con gli altri insieme Nel gran bisogno tuo porger la mano Alle sarte e al timon, dov'è mestiero? Quinci si tace: e sospirando alquanto
Mi guarda e dice: Poi che il ciel m'ha tolto Il poterle narrar quanti già vidi Al mantenerla in piè sostegni e guide Da condurla al cammin che in alto poggia,
E quante or di qua su scritte ritrovo Nel santo libro che fallir non puote Sentenze e modi al riportarla al varco Ove allor traviò di sua salute;
Per la tua lingua almen le sia palese, Se non ti ritien già temenza e freno Di non offender quei ch'aggian men cura Al gran pubblico ben che al proprio istesso;
O pur di quei che al sentier cieco adduca Sdegno, invidia e furor, non libertade; O d'altri, che al coprir le stesse colpe E più d'ogn'uom mostrar giustizia e fede,
Col troppo incrudelir si fanno strada. Ma te, ch'io vidi tal quando era in vita Né con l'alma o col piè da te partiva, E più il veggio or che i tuoi pensieri scerno,
So ben che nulla mai speranza o tema Potrebbon ritardar dai detti e l'opre Che portassero onor nel tuo bel nido. Dunque dirai: Quel che t'amò già tanto,
E così morto ancor più sempre t'ama, Alma Fiorenza, ti ricorda e prega Che l'alta grazia che ti ha data il Cielo Della tua libertà, da Dio conosca,
E riverente ognor grazia gli renda Ch'oltra ogni tuo sperar t'ha fatta tale. E ti sovvenga poi con detti ed opre Non ti mostrar disconoscente e ingrata;
Ché non converta in te quell'ira antica Che a forza ti condusse all'aspro giogo. Il passato fallir perdon ritrove: Tra i dolci figli tuoi sia posto in bando
Ogn'odio, ogni furor del tempo addietro, E siati in mente che al peccar si deve Dar luogo in parte che ammendar si possa. E più che al vendicar, rivolgi il core
Rigidamente al preparar fra noi Che nei futuri error tal pena caggia, Che primo sia di chi vien dopo esempio. Che se tutte vorrai le colpe antiche
Gir ricercando, non avran mai fine, E farai forse un dì come altre tante Ville dintorno a te, che a poco a poco Han di giustizia il sacrosanto nome
In vendette tra lor converso e in rabbia. Volgi, dico, la mente a tesser tante Reti e lacciuoi nelle altrui torte voglie, Ch'altro nuovo fallir non aggia loco.
E il tempo andato in così dolce oblio Va' dimettendo, che non sappia il mondo Qual sei più da chiamar pietosa o giusta; Né dar l'orecchie a chi sovente dica
Che il molto incrudelir terrore apporta, E ritrae dal mal far le menti inique. Questo è ben ver, ma nel presente solo, E dove pochi sian comuni al fallo:
Ma poi che corsi son tanti anni e lustri Fra così vari error, fra tanti e tali Ove forse Giustizia errar potrebbe, L'onda sol di pietà lavi ogni colpa.
Riforma i tuoi pensier, fa' che sian vôlti Sempre al pubblico ben più che a se stessi, Se brami onor quaggiù, riposo e pace. Tien pure in mente, che se il tutto gode,
Godon le parti, e no 'l contrario avviene. Non trovin nel tuo sen più degno seggio Che virtù, che bontà, le gemme e l'oro. Non si metta in cammin con altro sprone
Il chiaro popol tuo, se in alto tende, Che del simplice onor, del bene istesso. Il soverchio bramar di regno e d'auro Ben ti mostra un sentier che par che monte,
Poi trova in cima una profonda valle Ove più basso va chi più s'affretta. La virtù vera per sassoso ed erto, Duro allo incominciar, silvestre calle,
Ti mena all'alto: e poi di giorno in giorno, Di passo in passo più soave e piano Al bel monte t'adduce, in cui si coglie Vero onor, vero ben, salute e pace.
Prendi questo sentier, chiara Fiorenza, Né cieco ricercar proprie ricchezze Ti faccia travïar dal bel lavoro. Apri gli occhi, orba, e ti riguarda in seno,
E vedrai ben quante fatiche indarno Prendi ad ognor per adunar tesoro, Che un sol momento poi da te dispoglia. A che giova solcar questo e quel seno,
E riportar di questa e quella parte Merci, che nulla son che fumo e pompe? Non si potrian nutrir teco i tuoi figli, Se l'estrema Bretagna o il lito ispano
Non ti mandasser de' tuoi greggi il vello? Or non han tanti le tue valli intorno Che senza pur aver quel dolce e molle Che al tuo Sardanap l fu troppo caro,
Ti sapran ricoprir la pioggia e il gelo? A che lo andar con tal periglio e pena Per riportarne poi dal Gange e l'Indo I drappi peregrin, le sete e l'oro,
O del vermiglio mar le gemme e l'ostro? A che il tuo visitar paesi estrani Per riportarci odor, cibi e costume Che ogni maschio pensier dal petto toglia?
Come più bel sarìa godersi il frutto Del natio seme suo tra il legno e il vetro, E in pover panni dentro i bassi alberghi I tuoi pochi confin tener sicuri!
A che giova l'aver merci lontane? A che pur giova la caviglia e il fuso? A che lo argento tuo che tanto pregi? O cieca, o stolta, se veder nol vuoi!
Questa è sol la cagion che ogn'anno adduce Nel tuo chiaro terren l'aspro e rapace Per divorarti barbaresco stuolo. Questo è cagion che in quante guerre e liti
Sian tra il Gallo e l'Ispan, tu sola deggia Portar del peso lor la più gran parte: Non son tue, no, quante ricchezze e stato T'acquisti e cerchi, che poi son del primo
Che sopra il corpo tuo mostri la spada. A che dunque ten vai la notte e 'l giorno, Sol per altri arricchir, prendendo pena? Non vedi ben che ti convien seguire
Non chi più nel tuo ben volga il pensiero, Ma colui, lassa! sol che si ritrove Più di tue merci e de' tuoi figli in pegno? Come puoi ritrovar consiglio fido
In quel, che sempre tra speranza e tema, Pria che altero parlar la lingua scioglia, Disegna seco il suo, poscia il tuo bene? Lascia il folle desir d'aver ricchezze
Sì mal fondate, che in un giorno solo Per breve altrui poter sotterra vanno. Queste tue false colpe, il viver molle Da te discaccia, che più bel tesoro
Non puoi trovarti che sicura vita Per poco desïar contenta e parca. Volgi la mente omai nel tempo andato E ti riforma in sullo antico esempio
Quando vie più che l'oro il ferro amasti. Prendi omai, prendi l'onorata spada: Spieghinsi al ciel queste vermiglie insegne: Che il santo Giglio tuo si svegli omai.
La bella gioventù che in te fiorisce Più ch'altra mai, dalla caviglia e 'l fuso Volga l'ingegno al marzïal lavoro. Alla man femminil l'impresa lasci
Che troppo seco stima, e il braccio stenda A chi tanto onorò già Sparta e Roma. Cingiti l'arme, e ti vergogna omai Ch'esercito venal da lunge vegna
Per difender te stessa e i tuoi confini, Mentre nell'ozio annighittisci e dormi. Rivesti, o pigra, il primo alto valore, Ch'oggi avaro pensier da te dispoglia.
E ti sovvenga, che n'è tempo omai, Che il bel t¢sco terren che a te s'inchina Solo ebbe ardir di contrastar con Roma, E forza a riportar vittoria e spoglie.
Torniti a mente omai che fuggon gli anni, Né come or sempre luogo e tempo avrai. Dunque ti accingi all'onorata impresa, Ritorna a Marte che ti può dar solo
Sicurtà, vita, onor, salute e pace.
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