Or che deggio più far poich'io son lunge Dall'alma Pianta mia, mia sola spene? Che deggio io più, poiché m'ha tolto il Cielo Di sì bei rami il refrigerio e l'ombra,
Che sì dolci mi fêr gli affanni e 'l fuoco? Ben spero ancor di rivederli un giorno Più che mai lieti, e più leggiadri in vista; Ma poi che nel pensier meco ragiono
Quanto terren, quante montagne e fiumi, Quanto mar, lasso! intra Durenza ed Arno Per furarmi ogni ben natura pose, Come ratto è il desir, come il piè tardo,
Ogni caldo sperar ghiaccio diviene. E dico: ohimè come potrò quest'alma Per sì lungo cammin condurre in vita Senza l'esca gentile, ond'ella spira?
Ch'io so per prova omai come più ancida Desir di cosa, che vicin s'appresse, Che ove cresce il sperar la voglia abonda. Ahi crudo, ahi sordo amor, perché non doni
Ali a portar questo terrestre incarco, O le togli al desir che innanzi vola? So pur, se non mel toe fortuna o morte, O non cangia voler la Pianta mia,
Ch'io la vedrò pria che ritorni Apollo Nel dorato monton suo chiaro albergo. Ma chi può sicurarmi, ahi lasso! e come? Ché tanti dubbi intorno all'alma stanno,
Ch'io temo ognor, che la natura il corso Non fermi, o cangi, e per mio danno solo. Ahi non certo aspettar dei tristi amanti! Veggio or le nevi, il gel, la pioggia e 'l vento,
Che han vinto il breve giorno, e dato in preda Alla lunga ombra che trionfa il cielo; Il Sol sì chiuso, ch'egli ardisce appena Trar l'occhio pur dal Capricorno fuore,
Che or Austro or Noto lo riserra intorno In oscura prigion di fosche nubi, Onde il ciel di dolor la terra inonda. Non ha picciol ruscel montagna o colle,
Non ha sì angusto rio campagna o valle, Ch'oggi non sien di tai ricchezze carchi Che contender potrian con l'Elsa e l'Arno. Scendon fremendo in basso, o legge o fede
Data dal buon cultor di ripa o muro Non curan più che delle vili arene. Quel drizza il corso a più spediti campi, E depredando armenti, arbori e gregge,
Doppio il tributo al suo signor riporta. Quel, seco accolta ogni sua forza estrema, Cerca solo espugnar questo o quel lito Che gli chiude il cammin de' suoi desiri;
Che non potendo ei far, lo sdegno e l'ira Sfoga sopra il vicin, che in alto stassi, E le fatiche sue, l'albergo caro Vede all'onde portar, né giova aita.
Sol tra sé, lasso! si lamenta e piange, Né sa dove scampar la fame e 'l gelo. Né pur sempre sen sta piovoso il mondo, Ch'oltre ogni uman veder viene in un punto
Chi l'onde agghiaccia, e le montagne imbianca, E fa canute le campagne e i colli. Qual senton l'acque e meraviglia e duolo In vedersi furar l'usato corso,
E l'antico liquor, che a poco a poco Senton cangiarsi in cristallina pietra, E mal grado di lor sicuro il varco Al mortal piè sopra il suo dorso dànno,
Né si pôn vendicar di chi l'aggreva! Ove correr solean la vela e il remo, Rotando i carri pur s'han fatta strada, Né con più dubbio che di terra o muro.
Vengonsi a pasturar le gregge ai campi, E pensando trovar l'erbe e le frondi, Veggion la terra e il ciel conversi in neve. Non san cibo trovar, ch'ascoso muore;
Non san la vista miserelle appena Pur tanto alzar, che si riguardi intorno, Così spessa dal ciel sopr'esse fiocca. Poi dal gel vinte e di speranza prive,
Cercan l'albergo; e 'l povero pastore Lunge crollando va questo e quel ramo Con la man che dal gel non può disciorse, Finché pur lasso ne riporta ad esse
Tanto la notte poi di scorze e giunchi, Che in vita le sostien nel nuovo giorno. Poscia il fero Aquilon riprende il corso, E i venti che stan fuor, dispoglia, e scaccia
Nei cavi alberghi, e signoreggia i campi. Con tanto e tal furor commuove e gira Quant'egli incontra, che sicuro appena Si trova Giove in ciel dalla sua rabbia;
Or l'altissimo pin disfida in guerra, Or nel sommo Appennin l'alpestre faggio, Or nei monti minor la querce annosa, E rare volte avvien che vinto resti.
Che se non sempre pur la fronte e il piede, Almen vede di lor le braccia a terra, Dell'alto suo valor segno e trofeo. Né ben contento, con l'eccelse cime
D'antiche torri o di possenti mura Prova il fero poter, tra sé cruccioso Che argomento mortal gli occupi il corso. Ma quel che più mi duol, ch'oggi non lascia
Nettuno in posa, anzi lo turba e frange, Tal che fin sopra il ciel volan le strida. Or la ricca Anfitrite, e l'altra schiera Per difender sé stessa indarno prende
L'arme che nulla val contra il suo fiato. Non Teti, o Galatea, non preghi o forza Pon sicuro inviar naviglio o barca, Che di vento o di mar non tornin preda.
Ché il superbo Aquilon poca tien cura Di beltade o valor, ch'è tutto intento Al comun danno, al destinato scempio, Al soggiogarsi il ciel, non l'onde sole.
Il gran Padre del mar s'asconde in seno Il suo tridente, ché per prova intende Che 'l mostrarlo a costui poco rileva. Sente dintorno a sé gli scogli e i lidi
Con miserabil suon chiedergli aita; Sente in l'ultimo mar l'estreme arene, Che mal sotto il suo piè sicure stanno, Né può far sì che non le turbi e volva.
Vede i fidi delfin fuggirsi a schiera, Né il lunge antiveder, né il ratto corso Gli pôn tanto giovar, che fuggan morte. Vede sovente il capidoglio orrendo
Dal più profondo mar condursi a terra, Ove al popol vicin preda diviene. Ed io che 'l veggio, e 'l so, con che speranza Poss'io restar della mia Pianta altera?
Che s'io la deo veder, solcar convienme Del mio chiaro Tirren non lunge al lito, Tutto il Liguro Mar, del Gallo parte, Che dolcemente la circonda e bagna
Presso a' bei campi ove Durenza irriga. Chi m'assicura, ohimè! dal fero intoppo Del crudele Aquilon, ch'ei non mi porte In parte, lasso! ov'io men gir vorrei,
O nel seno african che incontra giace? Chi mi assicura, ohimè, che torni 'l tempo Nei miglior giorni alla stagion novella, E l'usato cammin non perda Apollo
E 'l suo caro Monton ponga in oblio? Ahi soverchio dubbiar de' tristi amanti, Or non degg'io pensar, s'io fossi ancora Il più fero animal nemico ai vènti
Che lor mostrando l'amorosa doglia, E l'alma Pianta mia che lunge attende, Che n'arian tal pietà, ch'entro 'l suo seno Sicur mi porterian nel grembo a lei
Che può sola affrenar la rabbia loro E metter pace in tra Nettuno e Giove? Ben lo degg'io sperar, se già la vidi Sotto il più torbo ciel, ne' più gran geli,
Far le biade spigar, fiorir le piagge, E l'aria e i venti serenar dintorno, E fare un nuovo april sol con la vista. Voglio adunque sperar, né temo il verno.
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