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1495–1556

SELVA DECIMASESTA.

Luigi Alamanni

Notturno Dio, che al gran silenzio oscuro Dal suo terrestre vel l'alma disciogli E la fai dimorar dove a te piace, Poi la ritorni al rischiarar del giorno;

Ai miseri mortai dal ciel non venne, Se conoscesser ben quel che tu vali, Più bel, più dolce, e più soave pegno Di te, che tanto puoi quanto t'aggrada.

Tu sol puoi ristorar le membra stanche E render forza agli affannati spirti, Che senza il tuo valor sen vanno a morte. Non può star senza te cosa mortale,

E la natura pur sé stessa ancide, Senza soccorso aver dal tuo gran regno. Ma quel ch'è più, tu sol puoi far beato, E malgrado d'altrui, qual uom più sia

Miseramente da Fortuna oppresso. Qual scettro, quale onor, qual gemma ed auro, Son possenti a sgombrar le ardenti cure, I pungenti desir, l'accesa sete,

Che ci fan travïar dal dritto calle? Quello è dei servi suoi soggetto e servo Che ha di segno real le tempie ornate. Quell'altro ne' trionfi e nelle spoglie

Quanto più in alto va, più d'ora in ora Gli va in alto il desir, che tanto sale Che con danno e sudor gli adduce il fine. Quell'altro in posseder terre e tesori

Pensa sbramar la scellerata fame, Che più pascendo in noi più pasto agogna. Non saggio ricordar, non dotto esempio, Non certa prova pôn mostrarne il vero;

Tal che chi punto sia da questi strali, Possa al dritto sentier drizzar la mente. Tu sol puoi richiamar, notturno Dio, I fallaci pensier dai danni loro,

E riportargli in più sicuro porto Dal periglioso mar che s'hanno eletto. Tu, dolce sonno, con tranquillo oblio Chiudi in un punto le miserie umane.

Non amor, non dolor, non sdegno od ira, Non speranza, o timor, non povertade, Non invidia crudel, non mille sproni, Che senza mai posar ne pungon l'alma,

Posson lor forze oprar nel tuo bel regno. Tu puoi solo adeguar l'ingiusta lance D'empia Fortuna, che qui dona e toglie Senza riguardo aver di tempo o loco.

Sotto il governo tuo son quello stesso, Il superbo rettor d'arme e d'impero, E il semplice cultor di piccol orto. Così felice è quel che viva fuore

D'ogni suo ben, come colui che il goda; E sovente addivien che fai beato Coi dolci inganni tuoi chi vive in doglia, E nel contrario suo contrario mesci.

Ben, lasso! il so, ché mentre qui dimoro Lunge da' miei desir, s'io fossi privo Del tuo cortese oprar, polve sarei. Ben, lasso! il so, ché mi dimostri ognora

Che mi concede il ciel posarmi teco, Il mio caro tesor ovunque sia. La bella Pianta mia quand'a te piace Veggio al mio sospirar dogliosa in vista,

E parlar meco in così dolci note, Ch'io non ho invidia a chi possegga il vero. O cara Pianta mia, se voi sapeste Spesso che largo don mi fa di voi,

Dir non saprei, qual più si fosse allora O il vostro alto disdegno o il mio diletto. Ben giuro a voi per gli onorati rami C'hanno in le frondi sue tutto il mio bene,

Ch'io non l'oso pensar, non che ridire, Così m'estimo a tanta altezza indegno. Pur ne ringrazio il Sonno, e spesso il prego Che mi riduca a tal, ch'io veggia come

Il bello Endimïon fu già beato. Poi ripensando a voi, tanta m'assale Riverenza e timor, che ben vorrei Potermi ripentir; ma s'egli è fallo,

Accusatene Amor, che, a dirne il vero, Nuovo desir, non penitenza adduce. Almo notturno Dio, chi non t'adora, Chi non ti brama ognor, ben torto vede

E mal sa ragionar dei frutti tuoi. Corregga pur chi può cittadi e imperi, Conduca pur chi può l'armate squadre, Cerchi chi vuol che sia natura e il cielo,

Aduni pur chi vuol gemme e tesori, Che s'io ti debbo odiar, sian da me lunge Regni, trionfi, onor, ricchezze, e quanto Il vulgo infermo scioccamente agogna.

Né pur vorrei della mia intera etade Donarti il mezzo, anzi i miei giorni ancora Teco partir, non pur le notti sole. Taccia chi te fratel di morte estima;

Che s'ei sapesse il ver, direbbe meco O che vita immortal sia tua sorella, O che dolce è morir più d'altra vita! Che può di più donar nei lieti campi,

Ove chi vuol andar trapassa Lete, Giove a color che gli onorati ingegni Drizzâr vivendo a glorïosa lode? Che può di più sentir l'invitto Alcide,

Che di più il forte che dintorno a Troia Fece più sol che tutti gli altri insieme? Non han tanta laggiù dolcezza e pace Anchise e il figlio, e chi solcando il mare

Fece troppo aspettar la casta sposa, Quant'io talor che mi dimoro teco, Sonno gentil, che mi ritogli a morte, E mi conduci a più tranquilla vita,

Che si possa gustar la notte almeno. Ivi non han poter gli sdegni e l'ire; Non l'altere sembianze, e il crudo orgoglio, Ligura Pianta mia, c'han fatto spesso

L'ardenti voglie in me di ghiaccio e pietra. Ivi non mi pôn tôr montagne e fiumi Il voi sempre mirar, né forza avete, O superbo Appennin, Varo, e Durenza,

Di furar tanto bene agli occhi miei. Né mi convien, per ritrovarla, gire Tutto il liguro mar cercando e il gallo Con mio tanto sudor, tempo e periglio;

Ch'ivi un momento sol mi porta a lei, E là mi fa sentir quanto io più bramo. Notturno Dio, così durasse eterno L'esser con teco, e mai non fosse l'alba,

O tu del Sol non paventassi i raggi, Com'io stando lontan, te solo adoro, Te sol chiamo ad ognor, te vorrei solo Aver compagno a' miei tormenti, e guida,

Fin che m'adduca il ciel dove Durenza Di quel ch'io piango qui s'allegra in seno. Ma s'io la veggio un dì, ti prego allora Che mi torni aspettar tra l'onde d'Arno,

Ché quand'io sono ov'è la Pianta mia, Chi mi chiude il veder, m'ancide e strugge.

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