Lasciate, alme sorelle, il sacro monte Del bel vostro Parnaso, e i lauri e i mirti Che tien dintorno alle famose tempie; Lasciate il fiumicel, che le chiare acque
Sparge rigando l'onorate rive C'hanno al più freddo ciel l'erbette e i fiori; Lasciate lunge star chi Smirne adora, E 'l chiaro Mantovan che con lui giostra,
E 'l mio gran Fiorentin che Italia illustra; Venite or meco ove Durenza e Larco Bagnan fuggendo il più beato seggio Che l'arabico sen vedesse o l'indo.
Ivi ritroverem la Pianta mia, Che nel vago giardin soletta stassi, E dolcemente ognor tra l'aure muove Con sì dolce armonia sì dolci rime,
Che nulla son quante n'udiste ancora. Ella chiama talor, talor si lagna Del crudo verno rio che le tien lunge Il suo t¢sco cultor, che ovunque vada
Altro non sa pensar che farle onore; Il suo t¢sco cultor, che all'ombra e al giorno, Benché di rozzo stil, quantunque ei sia, Sol desia d'innalzar le frondi e i rami,
Che volin sopra il ciel, stendan l'odore Ovunque alluma il Sol, la notte affosca. Ella teme talor, talora spera, Talor si sdegna che l'altera cima
A sì bassi pensier lo sguardo inchini; E drizza al suo Fattor la mente in alto D'ogni gloria mortal selvaggia e schiva. Poi ritorna a pensar, che amore e fede
Tengon nel suo cultor sì caro albergo, Che la sua indegnità far degna ponno Di ricovrar da lei qualche sospiro. E dice seco allor: Come io vorrei
Poter del ciel cangiar le usate tempre, E far sì col pregar, che Febo andasse Secondo i miei desir movendo il piede A riportarne il mio amoroso aprile
Che qui render mi dee la tosca cetra, E poi far sì che si fermasse il tempo! Anima non ha il ciel così contenta, Quant'io sarei quel dì, cangiando un'ora
In così lieto il mio doglioso stato. Quinci parla coi venti: In questa notte, Euro, che in Arno dolcemente spiri, E poi qui torni a riveder Durenza,
Cerca, ti prego, il bel fiorito nido Che tien de' miei pensier l'oggetto in seno. Digli quante or per lui pene sostegno Dopo il suo dipartir di giorno in giorno,
Chiamando al mio sperar soccorso omai. Deh! se mai t'aggradar dell'Indo l'acque, Vento famoso e dell'Aurora amante, Del suo dubbio restar novelle apporta
Poi ch'altro messagger mi vieta il cielo, E sì pigra è per me la penna tosca. Nessun pensi trovar più in terra fede, Poiché non è in colui ch'io già pensava
Che non avesse il ciel prodotto unquanco Di virtù, di valor più chiaro nido. Deh! come indarno e con mia doglia sento Quanto possa ingannar soverchio amore,
E dolce ragionar d'alma gradita! Quanto fui lunge al ver, mentre io pensai Che tal raggio d'onor nel sen gli ardesse, Ch'ivi a nuovo peccar non fosse loco!
Or veggio, ohimè! quante menzogne e frodi Fûro al mio travagliar dannose scorte; Onde levando al ciel la mente inferma, A quel sommo Fattor, che mai non erra
E che al ben nostro oprar dà giusto merto, I divoti pensier drizzo e la spene. Ei sol può ristorar gli avuti danni, Col santo cibo suo, che mai non manca;
E tu, ingrato cultor, prendi altro stile. Così sfogando il duol l'alma mia Pianta Preda spesso divien d'ira e di sdegno. Poi rivolgendo il cor nei tempi andati,
In cui nel suo cultor giammai non vide Se non di vero amor saldezza e fede, Ben si ripente allor, ben dice allora: Altra nuova cagion mel tien lontano,
Altra nuova cagion tarda il suo stile, Che rigate per lui non veggio carte Onde il duro temer da me dispoglie. Creder non posso, e s'io 'l vedessi ancora,
Ch'altra Pianta giammai, ch'altro pensiero Adombri, e ingombri la mia tosca cetra, Che non torni a cantar tra l'onde meco. O santo giorno, che quel dolce aprile
Tornar mi dêi che qui tornar mi deve Il buon sostegno mio, vien tosto omai; Forse non fosti ancor chiamato al mondo Dal gelato terren, dai boschi ignudi,
Quanto or da me che per te solo ho speme Di tosto rivestir diletto e gioia, D'ornar di rose e fior l'almo giardino Ch'è senza il suo cultor ripien di spine,
E che in riso e piacer si volga il pianto. Vien, santo giorno, vien, ché a te ti serva Il far d'inferno un nuovo paradiso, Se qui riduci quel ch'io bramo solo,
E che, s'ei disse il ver, me sola adora.
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