Non posso ben questa mia stanca voce Tanto ancora affrenar, che fine imponga Al doglioso parlar dei danni miei. Deh! come or so, che se medesmo inganna,
Glorïoso mio Re, chi folle crede Potersi a suo voler dal pianto tôrre, Ch'aggia dura cagion com'è la mia. Vedete or voi che quell'antica tema
Di non offender voi più che me stesso, Quello acceso desir d'esservi caro E di tôrvi dal cor travaglio e noia, La data fe di por silenzio omai,
Non mi pôn ritener dal dir con voi, Piangendo pur, quel che sovente ascolto Del Buondelmonte mio la notte e il giorno. E il dirò pur; ma se il dovuto varco,
Voi già lontano al suo fiorito nido Lo conosceste allor, che, spinti a forza Dal nativo terren, con tanto amore Fummo, signor, sì caramente accolti
Sotto l'ombra da voi de' gigli vostri; E vi può sovvenir quant'oggi sia Scusa onorata al mio fallir con voi, E ragionar di lui, che in cielo ascolta.
Se doglioso talor la penna prendo Per dispiegare altri pensieri in carta, Mi vien davanti, e dice: Ascolta, e scrivi Quant'io ti détto, e dal mio dire apprendi
Come spender dovrai quel tempo dato Al tuo viver quaggiù noioso e fosco. E se dopo al morir si vive ancora, Per quell'amor che ne congiunse in vita,
Prego che fuor d'ogni comun vïaggio Ti metta nel cammin ch'io prendo a dirti. Drizza la mente in prima a quello eterno Alto Fattor che l'universo regge;
Dal cui santo valor si muove e spira Quanto contiene il ciel, la terra e l'acque. Prendi certezza in te, che mai non more L'alma, che lasci il suo terrestre velo;
Ma venga in parte, ove dipinto trove Il bene e il mal della passata vita, Onde poi ne riporti o premio o pena, Come piace a chi 'l può, secondo i merti.
T¢rniti spesso in mente, ch'ei ne ha fatti Di poca terra, e somiglianti a lui, E ne concede il Ciel cui ben l'acquista. Volgi ogni tuo desir, ferma ogni speme,
Che ti conduca al porto, in costui solo Timon, stella e nocchier del nostro mare. Solo in onor di lui dal suo gran nome Prendi ogni impresa pur che giusta sia,
Ché perir non può mai chi l'ha per guida. Non l'altrui crudeltà, non quanti sono Danni e perigli in questa parte e in quella, Ti tolgan dal ben far, ché chi l'ha seco
Può sicuro solcar l'irato mare, Calcar sicuro il basilisco e l'aspe, Al serpente e 'l leon domar l'orgoglio. Dunque tutto in costui prima t'accogli,
Grazie rendendo, che t'ha fatto tale. Poi, seguendo il cammin ch'ei n'ha dimostro, Ama il tuo buon vicin come te stesso; Né men cerca l'altrui, che il proprio bene:
E di quanto è quaggiù sopra ogni cosa Ama il patrio terren, quel nido antico In cui movesti il piè non fermo ancora. Pensa, che spender dèi, quand'uopo vegna,
Quanto puoi posseder, la vita stessa, Per conservargli onor, per dargli pace. E in tutto quel ch'avrai travaglio e pena Muovati il vero amor che a lui si deve,
Non vil guadagno, o vil desio d'onore, Che ci fan travïar dal dritto calle. Che val, folli, quaggiù quel fumo e pompa D'avanzare il vicin di forza e stato,
Se sotto giogo altrui la patria giace? Che val l'esser tra voi signore e duce, Se poi nel popol tuo, ne' tuoi più cari Vedi colmi i pensier d'odio e di tema?
Quant'è più bel, quant'è più dolce onore, Nella sua libertà con sangue e morte Dritte tener le sacrosante insegne! Quant'è beato sopr'ogn'altro impero
L'esser di quel, che nel privato albergo Può le piaghe mostrar, narrare i danni Sofferti intorno alle onorate mura Del nido suo, per riportarlo in vita!
Non può tutto l'aver di Dario e Creso, Non quante ebbe ricchezze e l'Indo e il Tago Potrian parte agguagliar di quel che sente Piacer colui, che in solitaria parte
Dopo un ben lungo oprar negletto giace In chiara povertà, dagli anni stanco. Pensa la turba vil che sia menzogna Quel ch'io ti narro, che più là non vede.
Ma s'aggiungesse il suo veder tant'alto, Che comprender sapesse i bei pensieri Che un generoso cor dentro a sé pasce, Meco direbbe allor ch'io dissi il vero.
Ch'altro premio più bel, ch'altro tesoro Può l'uomo aver di suo sudore e sangue, Che seco indietro rimirar talora Con l'occhio del pensier l'opre sue rare?
E ragionar tra sé: Non pompe, o regni, Fur guida ai passi miei, ma il vero bene, Che vender non si dee: ricchezze, o stato Quanto la terra e 'l mar circonda e bagna,
Soggiace al tempo, e di fortuna è preda. Sol l'intera bontà, che in noi si trove, Supera il ciel, non pur l'umane tempre, Tanto al suo gran fattor più s'assomiglia.
Che di più sente chi superbo viva Nei gran palazzi, e riverir si deggia Dalla vil turba che dintorno regna? Che di più sente chi d'argento e d'oro
E di perle e di gemme ornato vada, Né pur degni mirar la seta e l'ostro? Che di più sente chi la mensa ingombri Di cibi peregrin di tanto pregio,
Che quanto mangia ei sol, nutrisse un regno? Questo tutto non val, quanto una dramma Del vero onor che da virtù proceda. Disprezza tutto quel che il vulgo apprezza,
Se quaggiù vuoi trovar quïete e pace, E lassù posseder l'eterna vita: E quanto poi del dì tempo t'avanza Dal bene oprar per la tua patria e madre,
Nol voler consumar tra cose vane, In lascivi pensier, c'han forza in loro D'ammorzar di virtù l'acceso raggio, E dal sommo del ciel tirarne in basso.
Volgi la mente a ricercar tra noi Le carte antiche e gli onorati inchiostri, Al bel vïaggio tuo sostegno e lume. Or come giri il Sol, com'Austro spiri,
Perché ha piogge l'autunno, e ghiaccio il verno, Onde han l'erbe le rive, i monti l'acque. Parla, leggi, argomenta, pensa e scrivi. Ma più ch'in altro, poi l'ore dispensa
In chi descrisse in sì mirabil tempre Alla vita civil costumi e leggi; In chi dipinse poi col dotto stile Nei miglior tempi andati i fatti illustri;
E con quei t'assomiglia, in quei ti specchia, Di quei produci ognor gli esempli innanti A' tuoi buon cittadin, che troppo vanno, E perdoninmi i più, col cor di ghiaccio
A fabbricar tra voi quell'arme sole Che vi pôn mantener la vita eterna, Senza, forse, le quai vedrasse un giorno (E così non sia il ver, com'io mel credo)
La nuova libertà di neve al sole. Non restar dunque tu per tempo mai Di ricordarlo a lor, quantunque indarno; E fa pur sì, che penitenza poi
Non ti sia doppio duol, venuto il danno: Or per ridurti i miei ricordi in breve, I quai mi detta amor che mai non muore, Non temer povertà, fatiche e morte,
Per non lasciar la via che al ciel conduce. Rèstati in pace. E così detto riede Lieto nel ciel tra i glorïosi spirti, Io mi rimango allor doglioso e solo.
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