Beati spirti, che su in ciel con Dio Vedete del natio vostro terreno E della cara patria alma Fiorenza La piaga, che pur ier col ferro santo,
E per virtù di un giovinetto lauro, Sanata parve, or vie più che mai inverma; Di così lungo mal pietà vi prenda. Deh rivoltate in la divina mente
Gli occhi, e se lacrimar si puote in cielo, Deh mostrategli a Dio pregni di pianto. Mossi a pietà del bel florido nido, Fatto albergo non più d'alme patrizie,
Ma di feri rapaci avidi lupi Che non sazi in gran tempo, a divorarne La carne, il sangue della bella donna Or con rabbiosa tocca i denti volgono
Per romper l'ossa, e porle al vento in polve. Scellerati, crudei, rabbiosi mostri Empi, com'esser può che al tutto spenta Sie in voi quella pietà paterna, e quella
Carità che spronò gli antichi e saggi A por per la più cara libertate Oro, gemme, terren, figliuoli e vita? E se tal carità non mosse unquanco
Gli animi vostri e i cuor già fatti un marmo, Degli altrui danni almen vi muova ormai Il mal grido, e vergogna di voi stessi, Che non pur Roma, o le latine spoglie
Del vostro vituperio oscure fansi, Ma la Grecia per voi si turba e duole. Già veggendo gli Assiri e gli Africani Oggi di voi più pii, più giusti e santi,
Ditemi, prego, e non s'asconda il vero, Perch'io son come voi fratello e figlio Di questa alma città di cui pietoso Fui sempre, e sono, e poi che sciolta fia
L'alma dal mesto corpo, sarò ancora, Onde or scrivendo il ver, lacrimo e scrivo. Ditemi un po', patrizi folli e ciechi, Per quella verità che in ciel non erra,
Pel sangue nostro che in amor ci unisce Qual voi contro a natura ognor partite: Ditemi ormai, e ritirate il morso Al proprio bene ed alle stesse voglie
Che il più dritto cammin coprendo ingombrano, E date alla ragion la briglia e il freno. Non bastav'egli, ohimè! che gli occhi vostri Visto n'avesser per sì lungo tempo
Dopo 'l quinto girar d'un anno intero. Sotto le più rapaci avide mani, Sotto il più crudo cuor, alma efferata, Sotto il più sanguinoso empio tiranno
Che mai natura producesse in terra, La città con l'aver, l'onor e l'essere? Non bastava egli, ohimè! non fôra ei troppo Aver visto ogni pubblico tesoro
E l'altrui poscia dissipar e spendere Per saziar ogni sua più ingorda voglia? E per tener con violenta forza Con braccio armato e sanguinosa mano
Quel che non era possibil né giusto: Così votando il suo paterno albergo Del per altrui sudato argento ed oro N'empieva ognor quel barbarico seno
Che al suo male operar crescesse il tempo; Non risguardando perciò far giammai Né gli altrui danni e noiose ruine, Né se la toglie ov'è maggior bisogno,
Né se il fil tronca al mercantil lavoro, O spesso fura agli affamati figli Il pan con più dolor del vecchio padre E della più pia madre urla e sospiri.
Né curava quest'empio, e voi 'l vedesti, Per occupar l'altrui pecunia, rompere Con rari modi le sacrate nozze Di vostre figlie, che vergini e caste
Empion le case, ohimè! sendo or più atte, Pel lungo tempo che piangendo occulte Son state, a esser gran madri, che spose. Or con quel grieve duol che il cuor mi punge
Vie più oltre dirò le colpe oscene Di quest'empio e di sua più vil canaglia Che gli fu sempre in ogni impresa guida. Questi spinti da foco e da libidine
Non curâr le civil vergini avere Più volte a forza, e l'altrui spose oneste, E quelle ancor che sotto negri panni Dopo il pianto marito aspettan morte;
Non lassando però le chiuse e sacre, Poste al servizio del più alto Giove, E de' lor corpi mille volte e mille Saziò sue voglie come più gli piacque,
Con tanto disonor, o vil patrizi, Del casto sangue vostro antico e nobile, E di quella onestà che in pregio tanto Ebber quei ch'a voi fur primi e migliori.
Ma voi, già fatti e compagni e fratelli Al suo tiranneggiar, bramosi d'oro, Cinti d'ambizïone e di timore Di non perder la vita, ogni sua gloria
Della vostra città subietta avete, E comportato quel che l'aspre belve E crude fere comportar non ponno. Lasso! non deggio or quinci replicarne
Quanto fusse in costor quel vizio osceno Per cui già n'arse due città, salvando Appena un giusto sol Iddio immortale. Dunque nel tuo giardin, patria mia cara,
Mediante questi errori empi, già secchi I vaghi fior, le più sant'erbe e i frutti Che già ti fecer sì famosa e bella Nel tuo giardin, che pessimi cultori
A forza già ne dierno in preda a quello Ch'ogni tuo comun ben per proprio volse Fino agli uccei, le varie fere, e i pesci Con tormento d'alcun se pur guardava
L'aria, le selve, i fiumi ove nascevano, Non che ardisse vêr lor spinger la mano. Così, in te spenta ogni virtute e fede, L'onor, la gloria, e ciascun tuo tesoro,
La bontà che già al ciel la via ti scorse, Dipinta eri in lor vece, e fatta adorna D'ignoranza, di fraude, urla e ruine, Vergogne, vitupèri e lussi vani,
Stupri, adultèri, sacrilegi, incesti, Forze, rapine, sangue, e morti orrende Da far l'abisso non che il ciel pietoso. Queste son le tue glorie, e pur bastare
Dovriano a chi di te reggeva il freno, Allor che il valoroso, ardito, e forte N'aperse dentro la profonda notte Col giusto ferro il crudo petto e il collo,
E fe di sangue un sì famoso rio, Che non a Bruto pur la gloria adombra, Ma a quanti Roma gloriosa fêro, Costui l'onor a tutti aduggia e copre.
O creato da Dio per opra tale, O alto ingegno, o virtuoso cuore, O santa destra, quando fia che mai Baciarti possa mille volte e mille
Allor che i tuoi trofei fien celebrati Là dove or dai più rei esul siam fatti, Da' più rei ch'odian sì quel ferro e l'opra Che trar di servitute unqua gli possa,
Che non odia così l'avaro il perdere, Dando gran prezzo all'ostili arme, quali Sempre gli tenghin schiavi servi abietti, Acciocché mai i lor canuti velli
Quel che sia libertà veder non deggino. Come di tanto ben già fatti indegni, Né perciò dico a voi, patrizi giusti, Che dentro al cerchio sì vi spiace il male
Che ne vivete lacrimando in doglia, Ma, per più non poter, ne date loco A quella forza a cui soggiace il bene. Gli empi per non veder più chiaro il sole
Del libero splendor ch'era resurto Al suo vago orïente per quel ferro Che ne tagliò la mal cresciuta pianta, Gli occhi serraro, il mal voler saziando
Di quel che il sangue nostro odia non meno Che già l'odiasse il suo punito padre. Costui a forza in alto seggio pose Un certo giovinetto in terra nato
Di quel padre che allor fu il pregio e il vanto Delle mie più famose italich'armi. A questo a forza diè titolo e nome Sol per farlo strumento alle sue voglie,
Bramoso farsi grande appo qualcuno Che 'l premïasse con tal gloria ed oro Ch'empier potesse suo appetito ingordo; E per far questo non si cura vendere,
E tu 'l consenti empio civil collegio, La città per ischiava, e seco appresso I suoi più forti e ben muniti lochi Che non son pur a noi fortezza e scudo,
Ma chiave e porta al bel sito toscano. Dunque contro a sì rei nefandi casi Surgi, alto Padre, che nel ciel ti posi, E con l'occhio divin pietoso e mite
Risguarda omai la tua città che plora Vedova e serva e d'ogni speme priva, D'ogni speme e favor d'umane forze. Solo in tua destra a cui soggiace il cielo,
La terra, il mare, e il più profondo abisso, Si confida, alto Dio, risguarda, e spera. Con quei modi, Signor, ch'occhio mortale Non vede o scuopre natural iudicio,
Abbatti fuora e dentro ogn'inimico Che occupar vuole il ben libero e sciolto Della città, che già fiorir facesti, E farai, se di lei punto ti cale.
Tu che penetri i cuori, alto Signore, Rompi, ormai rompi ogni volpin disegno; To' via quei lacci che così la stringono, Che non puote oramai più dare un crollo:
Surgi, Signore, e sia squarciato e rotto Quel forte muro, che de' più meschini Opra, langue, e sudor sì presto crebbe Per destrurne il più bello antico cerchio.
To' via, Signor, l'insidie, il ferro e il foco, I perversi pensier, l'avido orgoglio, E fa' che invece a tanti mal resurga Il giusto e comun ben, la pace, e sia
Questa all'altre cittadi esempio e guida, Non più come stat'è favola e scherno. Di questo priega ogni cuor retto; e voi, Beati spirti, che su in ciel con Dio
Vedete del natio vostro terreno E della cara patria alma Fiorenza Il suo gran male, all'alto tron rivolti Pregate che pietà lo muova ormai,
Poscia ch'altri per lei non muove in terra.
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