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1495–1556

SCENA VIII.

Luigi Alamanni

Chi nasce in questo mondo sanza ventura, o non ha mai Cosa che brami, o che gli viene cotanto amaro avendola, Ch'il gusto ne diviene altro di quel che soleva essere: E bene il provo oggi in me, che quando dopo miseria

Infinita ho la mia Flora ottenuta, mille scandoli Han guasto ogni mio contento, tal che a pena mi sembrano Dolci i dolcissimi sguardi, atti e parole sue. Odi di quel ch'ei si lamenta: a tal ne fusse Attilio.

Sì, e che di centomila padri poscia un esercito Ci fusse contro. Anzi, mentre che io piacer prendo, subito Mi si paran davanti agli occhi i gran danni e disordini

Che pon seguire di questo amore, quel che ne dice il popolo. Il popolo ha ben altri pensieri. E quel che stimino I parenti, gli amici, i miei compagni e condiscepoli,

Mio padre il primo ch'è venuto in disperazione ultima. Lasciarla non vo', né posso abbandonarla. Credolo: Eh, io non vo' più lasciarlo in preda de' tristi spiriti.

Ippolito. Oimè, chi mi chiama? Lumaca sono, Che dico che sei matto, et hai più ben che tu non meriti.

O Lumaca, tu sia 'l ben trovato, e tu ancora Attilio: Ma che paura ebb'io! ché ciò che d'intorno veggiomi, Mi par che sia Simone, che mi gridi, che mi rimproveri, Ch'io l'ho rubato, assassinato, ingannato, e che dichimi

Ch'io non gli vada mai più innanzi, ch'io vada ove sogliono Andare i ruffian miei pari, le meretrici pubbliche, Gli altri barri e tavernieri, i tagliaborse, i falsarii, E tutte quelle schiere che i bargelli e forche temono.

Sai tu perché t'avvien questo? perché sei sciocco e semplice, E poi perché gli è 'l primo inganno che facesti mai: Ma quando tu verrai sul quarto, su l'ottavo e 'l decimo, Tutto ti parrà un gioco, et ei non mostrerà curarsene.

Stu fussi a la mia scuola stato, saresti or dottissimo, Ove non sai l'alfabeto ancor; ché Tonchio tuo bufolo Si pensa esser gran baccelliero, e non ha ancor grammatica. S'il mio padron qua Attilio avesse avuto dove mordere

Sopra un padre ricco, andremmo pel fango sanza trampoli; Ma abbiamo una povera vecchia che a pena vivere Può del suo solo, e donaci tanto che nulla restale. Lumaca, bisognerebbe ch'io rinascessi ad essere

Qual diverso a mio padre: or ragioniamo un poco, Attilio, Che mi consigli ch'io faccia in queste mie tante disgrazie? Che goda la tua Flora, e non ti levi del letto mai, Infin che Simon venga tutto umile e perdon chieggati.

Deh lascia un poco parlar a Attilio, di grazia. Vogliolo, Ma egli è poco più di te valente. Orsù, così sia;

Che diciam noi dunque? Dico ch'egli è ben mal agevole In un caso tale, e disperato, pigliar rimedio. Perché?

Perché partirti di qui quasi è necessario; Ma lasciar Flora non vuoi? No, veramente. Sapevolo;

e a lei menar con noi, molte cose bisognano Che non aviam, ch'ove non son danari, tutte mancano. E' ci avanza pur cento scudi ancor di quei che s'ebbero, E più, se non che molti di già consumati sono.

E questi che son? fra femmine e bagaggi, è un asciolvere: I due terzi resteran qui spesi, gli altri consumansi In pochi giorni sull'osterie: poscia che farebbesi? E' dice il ver; ma di qui restar non ci veggo ordine.

Ma facciam così, io senza dubbio alcuno mi delibero Di levarmi di questa terra. Perché? Perché vogliono

I cieli così, né tutti gli uomini me ne storrebbono. Andronne verso Roma, ove spesso avventure avvengono A' mal contenti, et ivi qualche stanza provedendomi, Ti darò avviso, che venga poi con Flora.

Dispiacemi Questo disegno, perché luogo vorrei solitario, Ove non fussi conosciuto e potessi esser libero. A Siena?

No, ch'è troppo vicina nostra. Di Genova Che ne diresti? Piacemi, perché è città marittima,

A la Lombardia, al Piamonte e a la Provenza comoda. Puoi esser là su le guerre, in mare, in terra, come piaceti; Minor è la spesa, e pochi fiorentini vi praticano. Faremo adunque così: questa sera, come imbrunino

Le strade, e ch'io non sia veduto, andrò dando buon ordine A certe mie poche faccende, e doman partendomi Di buon'ora, a Pisa men'andrò la sera medesima; Di là a Livorno, dove montato su una barca piccola,

In tre dì sarò a Genova, e in manco poi di quindici Saprai da me il tutto, e di subito potrai venirtene; E in questo mezzo in Camerata là a piè di Fiesole Staraiti ascoso nella villa del nostro Marsilio.

E così non parrà che noi a processione con le femmine Andiamo smarriti. Ma con consiglio et onor debito La condurrai come moglie, ov'io aspettarotti. Piacemi il discorso certo, ma più l'ajuto ch'offeri,

Et io ti darò cinquanta scudi oggi per potertene Al viaggio servire, e l'altre cose necessarie. Non perdiam tempo: o Lumaca, ora apparecchiati, Che non ti manchi alcuna cosa.

Oimè, ch'il tutto mancami, Cappa, sai, calze e giubbone, che tutte sono a leggere, Son più di tre mesi, alla santa scuola d'Attilio. Tien questi dieci scudi, vattene e tutto sollecita.

Questo è buon principio; io vado, e voi v'andate a nascondere.

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