Ippolito, vien fuor, non indurre; e tu, Attilio. Perché? che fretta è questa? Simone e Geri vi chiamano. Come ci chiamano? Là non andrò io; e dove aspettanci?
Eccogli qui. Oimè! dice il vero: che faremo, Attilio? Fuggiamci. Non farete, ch'io vi terrò: or eccogli,
Padron e Geri, que' due che cercavate; punitegli Come meritano, ché sono i più scorretti giovani Che in Fiorenza sieno, non san se non ir dietro a femmine, Non fan cosa che buona sia, non sanno arte onorevole;
Ma voi inginocchiatevi tosto, raccomandatevi, Domandate perdono, supplicate misericordia. Su, gridate forte. Tonchio, io credo che imbriaco sei.
Tu credi bene. Or lascia a me dir, Tonchio: Ippolito, Assai più ch'il senno, hai tu la fortuna favorevole: Con ciò sia che t'avevi procacciato tu medesimo
Danno e vergogna, che ti ritornerà pace e utile; Perciocché Flora, che tu per meretrice biasimevole T'eri comperata, ti sarà moglie, la qual trovasi Ch'è qui figlia di Geri, com'io penso che Flamminia
T'abbia conto di già. Me l'ha detto; ma conoscendosi Ch'uscita è di così buon padre, di maggior scandolo, Lassi! ci dubitiamo.
Non sarà, perché contentasi Che tu la sposi, quando ti piaccia. Et io 'l desidero, Padre, come la vita stessa, e tanto più essendone
Voi, come dite, contento, e Geri che per padre tengo. Molto mi piace; e tu saper debbi, mio caro Attilio, Che nipote mi sei. Oh Dio, che dite voi?
Affermoti Che figliuol sei d'una mia figlia, et io per cotal tengoti; E con buon voler di Simone, sposerai Virginia, Quando ti piaccia.
Oimè! sogn'io, o desto il fals'immaginomi? Sei desto, e senti il ver; andiamne in casa di Simon, dove Più a lungo udirai il tutto. Or non ancor così partitevi,
Ché molto ci resta a fare. E che resta ancor? dimmelo. Che quel resto de' dugento ducati de la compera Di Flora, ch'in man mi trovo, da Simon mi si donino,
E del suo poi si sodisfaccia al Pentola, E Scarabon non mi rompa il capo d'una mia cedola, Ma sia ristorato et accarezzato, perché il merita. Ben è ragion, Simone.
Io son contento. Et anco chieggiovi Ch'io sposi Lucia fante di Geri, e per dota datemi Le spese in casa vostra per sempre, a me e a lei.
E ciò sia fatto. Non vogl'io gli absenti e benemeriti Dimenticar; ch'il Lumaca servitor qui d'Attilio, Ch'è pur un buon pecorone, abbia per sua consorte l'Agata,
Ch'è gran tempo già che consumarono il matrimonio, E diate lor, Geri, a vita il podere di Pian di Ripoli. Son contento veramente. Or mi dite: la Flamminia,
A chi manca pur un po' di vigna, perduto Attilio, Non arà in tanta allegrezza qualche bene? e portatasi È molto lealmente, in ogni suo consiglio et opera. Io ti do la fede mia, ch'io le farò del mio parte tale,
Che potrà contentarsi, e così le giuro e promettole: Va', digliele, e di' che ci mandi Flora, e la ringrazia. Andate là dunque, et io là men'andrò con buon augurio: Ma ecco di qua Clemenza e Susanna; voglio attenderle.
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