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1495–1556

SCENA VII.

Luigi Alamanni

E così, t'ha detto Tonchio che non ci sia rimedio? Alcuno. E che tutta scoperta sia la nostra pratica? Tutta.

E ch'ei sanza trovar altra scusa è fuggitosene? Fuggito. Grand'errore ha fatto, perché pur si cuoprono Talor le cose con qualche bugia, ma verisimile.

È il diavolo, Attilio, il vedersi innanzi testimonii, E 'l viso crucciato del padrone, e 'l tutto difendere: Non è Achille, che non si sbigottisse in ultimo. Anzi è pur che voi fate il bravo lontan dal pericolo,

Il quale sopraggiunto, più vil sete ch'un cuculio. Egli è pur ch'i vostri pari sol parole ci mettono, E come il proverbio dice, i cani all'erta confortano. Or lasciane ir; compassione ho estrema di Ippolito,

Ma più di me, ché l'ira del padre si rappacifica Agevolmente in simili accidenti; ma chi può mai De' danni ricompensarmi, che sopra oggi mi cascano? Che danni son questi?

Sono, oimè! danni mortalissimi. E quali? Ho inteso staman, Lumaca, ché Virginia Si marita.

A chi? Ad un figliuolo di Bonifazio. Tanto meglio. Perché?

Perché così forse potrebbesi Veder pur talvolta, ove in questo stato mai non vedesi, Et io so, che tu sei degli amanti de la quaresima. Non so che amanti di quaresima; so ch'io morrò prima

Che comportar mai di vederla davanti agli occhi miei Ne l'altrui letto. Or che adunque pensi di fare? Andrommene

In parte, ov'io non senta dire il nome di Virginia. E per questo vuoi abbandonar gli amici e la tua patria, E la tua madre, che per passion morrà di subito? Chi non tien conto di sé stesso, poco d'altri curasi.

Deh dimmi un poco, sei tu però così matto e semplice Che tu sperassi sposarla? tu sai ch'ella è ricchissima, Tu sei povero; ella è di parenti, e di sangue nobile; Tu, per dir ver, non pari a lei; e se tutto consideri,

Non hai ragione di tanto dolerti. Lumaca, pensati Che quel che tu vedi tu, veggo ancor io; ma per conchiudere, Amor vuole ch'io me ne vadia altrove; e per certo giuroti

Che stando qui farei qualche pazzia sì memorabile, Ch'a me e a' miei tutti sarebbe rovina perpetua. E dove hai tu lasciato il primo senno, che suol essere Timone, e calamita, e stella a quei che smarriti sono,

Et or nel mezzo del porto lasci annegar te proprio? È nel viso di Verginia, né d'indi il posso svegliere, E 'n vero anco non vorrei; né più di questo parlisi. Ma ecco a tempo Ippolito, che ne viene a congiungere

I nostri dolori insieme, ma tu, Lumaca, guardati, Guardati di non parlar di Virginia, né di amore, ché sapendolo, Mi terrebbe matto, e forse anco ne verrebbe in collera.

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