In somma le disgrazie e le venture son benissimo Compartite in questo mondo, se l'uomo il dritto giudica; E benché l'un par più dell'altro felice, ei non è poi. Però che i ben della fortuna, se non si conoscono
Da quei che li posseggono, beni chiamar non si possono: Ecco, Simone si potrebbe chiamar felicissimo Da que' che giudicano il di fuori, e 'l dentro non veggiono. Egli è sano, ricco, stimato e amato dal popolo,
Ben apparentato, ha avuto moglie bella e notabile, La quale se ben è morta, l'ha goduta trenta anni almeno, Et hagli lasciati due figliuoli, un mastio e una femina, Ché di forma e di virtù non debbono ad altrui cedere,
E al suo giudizio sta a eleggersi nuora e genero, Ché non è gentil uomo in Fiorenza, che nol desideri, Non cerchi di impacciarsi seco. Ma perch'ora Ippolito Ha speso non so quanto in una sua voglia, si reputa
Il più infelice, più rovinato, disfatto e misero, Che mai fosse tra' suoi; e seco stolto non considera Quanto sia l'esser suo beato nel resto: et io che sono Senza eredi in gran ricchezze, bramerei che mi fussero
Dati due tai figliuoli, e che mi devessero spendere Il mezzo di quanto ho al mondo; ma quando io gli avessi, Sarei Simon forse, e peggio ancora, da poi che vedesi Per prova, come le felicità che si posseggono,
Ai possessori sono ascose, che sempre in altrui mirano, Com'or fo io. Ma pur quando, oimè! in mente ritornami D'aver perduta una figlia, ch'amava più che l'anima, Non maritata ancor, venti anni sono, et ella quindici,
O più n'avea; e poi che standomi io solo in Sicilia Un'altra n'ebbi, la quale, se ben non era legittima, Pur m'era cara sopra modo, però che carissima Mi fu la madre, che nobile essendo molto, vedova
Rimasa in Palermo, non per avarizia condussesi, Come molte altre oggi fanno, non anco per lussuria, Ma per sincero amore a tanto nel suo cor ricevermi, Che avemmo una figliuola, ch'or sarebbe di anni sedici,
Se vivesse; ma cinque sono ch'a Messina imbarcatosi Non ebbi novelle poi, e pure ho assai cercatone; E tutto mi fece Simon dianzi a dolcezza muovere, Quando mi disse che Flora quella figlia si nomina,
Che Ippolito ha in mano, però ch'anch'io tal nome posile, Quando nacque; e quantunque anco per altro non fosse mai, Per il nome sol vo' favorirla. Ma ecco Attilio: Fuggir mi voglio, perch'insin ch'io non parlo a Flamminia,
Non saprei che dirmegli. A tempo si apre la porta sua: Entrerò adunque, e comincerò a far qualche buona opera.
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