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1495–1556

SCENA V.

Luigi Alamanni

È come t'ho detto, Simon: nessun dubbio è d'Attilio, Che mio nipote non sia, poi che de lo sposalizio Ne appar contratto stipolato dal Boccanin proprio, E mia moglie subito nato lo allogò in guardia

A Susanna, ove sempre l'ha avuto innanzi a gli occhi suoi. Che cosa sent'io dire? certo sarà pur vero, che Attilio È ricco, e nobile, come si pensava, e non più povero. Drizza l'orecchio, Tonchio.

Di questo assai m'assicuro; Ma di Flora, che certezza hai? Più che non si può credere. Parla di Flora ancora: che diavol sarà?

Dimmel, pregoti, Non perch'io sia più di te saggio, ma per tutto intendere. Quando nacque in Palermo, mandaila subito a balia In un castel solitario, ov'ella stette benissimo,

Et io quasi ogni settimana una volta, e tal or due L'andava a vedere: e durò questo ben dieci anni almeno: Tal ch'era omai sì grande, che non ha mutata effigie, Et or che l'ho veduta, m'è parsa quella medesima.

Oltra ciò m'ha riconosciuto ella, che conosceami Ottimamente, non già per padre, ma per dimestico Di sua madre, ché così pensava esser la sua balia; E poi m'ha oggi mostrato una voglia, che ha nell'omero

Sinistro, di una mora sì ben fatta, che dipingere Meglio non si potrebbe, e che ben ho nella memoria: Poscia ha nome Flora, che io per amor della mia patria Le posi, del qual la balia et ella consapevoli

Sol'erano, né ciò si poteva già Scarabon fingere; Il quale se ingannare ne avesse voluto, non Ippolito, Ma me cercato avrebbe. O padron mio, che beato sei.

Ma com'è così venuta sanza guida? Or intendilo: La fortuna ha così voluto, perché di Sicilia Partendomi io la lasciai a un Domenico dell'Oria

Che volendo venire con una sua caracca a Genova, La mi portasse, e che la facesse a Livorno scendere, Ove a chi quella mandasse avea dato buon ordine; Ma sopra il Monte Argentario venendo l'assalirono

Fuste di Mori, di che il capitano fu Cacciadiavoli, E dopo assai combatter preser la nave e uccisero Quel Domenico, e Flora con tutta la presa a Tunisi Portaro; ove essendo riscattata, a Messina e Napoli

Menata dopo cinque anni, or da Scarabon condottaci L'aviam, Dio lodato, in man; e se a te piace ch'Ippolito La sposi, oltra il farla io con gran solennità legittima, Le darò tanta dota, quanta vorrai.

Tonchio, allegrati. Non saprei negar cosa tanto onesta. Adunque facciasi Così, che si chiami incontinente Attilio e Ippolito.

Io voglio un po' far le tranquillità di costoro torbide, Parlar forte, e d'esser qui solo arrivato fingere. Ma ecco Tonchio, che qui menargli fia a proposito.

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