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1495–1556

SCENA V.

Luigi Alamanni

Io pur cerco di Simon, né trovar possolo: Lascerollo andar, ch'omai è tempo di girsene A desinare, e se bene Scarabon ne mena Flora, sarà forse più l'util d'Ippolito,

Ch'ad ogni modo gli ha ella tosto a rincrescere, E i danari in cosa trista si getterebbono. A lui dirò ch'avrò fatti di gran miracoli; Il tempo fugge, e le fantasie via passano.

Tonchio, che fai tu? Tonchio che ragioni tu teco? Quand'io penso che per me qual cosa adoperi, E io ti trovo a tuo bell'agio qui discorrere Quel ch'è bene e quel ch'è male, e teco stesso fingere

Le bugie che mi vuoi poscia dar ad intendere. O padron, sete qui? Ci son sì, né essere Ci vorrei avendo udito quello che credere

Non avrei mai potuto credere per nulla mai. E che? ho io però cosa che così sia Per voi dannosa detta, e così biasimevole? Non so che sia, ma contro quel che promessomi

Avevi è molto e contro a la fede datami. S'io v'aveva promesso far l'impossibile, Per desiderio di servirvi, non credomi Che gravar vi possa, s'ho fatto il mio debito.

Né il debito, né cosa che a lui sia simile Fatta hai, se non burlarti teco di Ippolito. Ma te la renderò, te la imprometto. Come?

Piacesse a Dio, ch'io mi terrei felicissimo. Or tu 'l vedrai. Et io vel mostrerò subito: In questa borsa dugento ducati sono,

Ch'io ho avuti posso dir per miracolo. Anco m'uccelli? Or apritela e vedretegli. Ei son pur essi! Com'hai tu fatto? dimmelo.

Vel dirò poscia là in casa di Flamminia. Leviamci di qua, che trovati non fussimo Da Simone, il qual sempre è sospettosissimo. La porta è aperta: entriam or, che nessun vedeci.

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