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1495–1556

SCENA IX.

Luigi Alamanni

Le cose cominciano a passare il dovuto termine Per questi due giovani che agevolmente potrebbero Partito pigliare, che vergogna e morte ne seguissero. In fin ch'i nostri fatti non sono stati in pericolo,

Se non d'essere sgridati nel trar le voglie sue, D'andar fuor la notte, di seguir le donne, di spendere, Di rubare i padri chi n'ha, chi non ha, i prossimi, È galanteria il consigliarli, aiutargli e spingergli,

Giuntar ruffiani, bastonarli, far falsi testimonii, Et altre simil cose, che fan ridere il popolo, E noi mantengon grassi, e ben vestiti de gli altrui beni. Ma or che la disperazione è entrata nell'animo

Loro, e che sanza ragion sé medesimi consigliano, Gran torto avrebbon quelli che potendo nol vietassero. Deh ch'io vorrei qui quella bestia di Tonchio, che subito Si nascose, che egli ebbe dato il fuoco alla girandola,

Che piglieremmo qualche deliberazione, ch'ei veggono Più quattro occhi che due; ma il calendario e inventario Nol ritroverebbe oggi, et è già tardi e le cose sono Giunte all'estremo. Parleronne a Simone io medesimo?

No, ch'ei m'ha a noia, tiemmi amico di Tonchio, è fantastico Com'una mala vecchia, né col pegno vorria credermi. Il meglio è contar tutto a Susanna madre d'Attilio, Che la troverò incontinente, che è pur saggia, e amalo;

Che ha amicizia grande nel vicinato, et ha pratica Con la Clemenza moglie di Geri, la quale potrebbesi Indurre a parlare a Simone, e ritenere i giovani. Questo è 'l meglio, e così farò, contandole ch'Attilio

Più ne va per amor di Virginia che di Ippolito.

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