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1495–1556

SCENA IV.

Luigi Alamanni

Non mi hai tu detto, Agata, ch'ei verrebbe qui di subito? Sì, e che ci sarebbe quand'io. S'egli è vero, or vedilo. Non mancherà, no, credimi, così certo promessemi:

Ma ti par passata un'ora, e penso un terzo non sia, Né un quarto ancor poi ch'io sono arrivata. Oh se contassero Così bene gli altri l'ore, come gli amorosi sogliono,

Vedresti ch'egli è più che non pare. Oh padrona, eccolo: E vien ratto come verso cosa che si desideri. Egli è esso: deh ch'io vorrei adirata mostrarmegli,

S'io potessi, Agata. Eh che tu sei più arrendevole Ch'un salcio, anzi ch'un giunco, come appresso di lui sei; Ben devresti farlo per non lo avvezzar male.

Or guarda S'io fo mal viso, e s'io mi volgo altrove. Anzi hai tal tremito Nelle gambe, ne la voce e in tutte le membra, e pallida

Sei divenuta, che i ciechi pur se n'accorgerebbero. Sai tu come tu ti chiami? guasta l'arte: or vergognati De' fatti tuoi, sciocca, or mettiti a la cintura le mani, Fa 'l viso brusco, nol guardare, fa' vista di partirtene.

Tu hai bel dire tu; e s'ei sen'andasse, e meco sdegnasse, In cento anni forse nol rivedrei. Or fa' a modo tuo, Né più mi romper la testa.

O mio dolcissimo. Attilio, S'io non ti mandava a cercare, non ci venivi. O principio Bel ch'ella ha fatto! ell'è spacciata.

O mia bella Flamminia, S'io son stato lontano due giorni, ti prego, perdonami Senza darmi penitenzia, ché la ho presa io medesimo Stando privo di te, che il lume sei e la vita mia.

Ecco il disvantaggio; che con voi abbiamo noi femine, Che tutti i vostri errori con una parola si acconciano; E ben mi dice l'Agata spesso: tu sei pur semplice, E non sai fare il mestier tuo.

Certo sì. Or il facciano L'altre a lor senno, ch'io non saprei, né vorrei mai fingere Teco, né parola dirti che non fosse verissima;

Che se tu per ciò peggio mi farai, farai da ignobile, E non da leale e virtuoso uomo, come ti reputo. Sta' sicura Flamminia, che sempre mi troverai tale, Qual dèi stimarmi; e qual son teco stato nel preterito.

E s'alcuna volta delle faccende sopravvengono, Conviene scusarmi; et io so che sei sì amorevole, Che non vorresti ch'io lasciassi le cose che importano, Per breve nostro piacere.

No certo. E tu quella pigliati, Agata, che ella è delle buone. Or tutti i cieli farebbero A pena a lo spedale, o di fame, non morissimo.

Che di' tu, Agata? Dio che tu Nanni Socchicchi sei, Che guastava i suoi fatti, e quei di altrui. E perché? dimmelo.

Perché svii la bottega di lei, et a te non fai utile. Ahi! tu ha' 'l torto. Or taci, matta, e tu dimmi, piacendoti, Che gran faccende avesti?

Quelle del misero Ippolito, Che è dietro a Scarabone, e non può seco ancor conchiudere Che gli dia Flora in mano, fra quattro giorni promettendogli Ben cento e trenta scudi; et ei sanza in borsa ricevergli

Non vuole intenderlo, e minaccia di menarla via: Or Tonchio è appresso al mercato, e restar oggi si deve; Ma perch'egli è ruffiano de' più taccagni e de' più perfidi Che mai fra tutti gli scelerati si trovassero,

M'ha pregato Ippolito, e io quanto più posso pregoti, Che gli aiuti a contentar questo poltrone, che pur ora Qui fia con Tonchio, et egli et io te ne avremo eterno obbligo. Lascia a me fare, Attilio, che quanto sarà possibile,

Non mancherò dal canto mio; et ho sì lunga pratica Con Scarabon porco, ch'il condurrò al ragionevole. Or io men'andrò adunque, perché qui non mi trovino, E tornerò poi subito, per la risposta intendere.

Di grazia che e' sia tosto; e voglio anco che tu promettami Che questa notte non mi lasci sola. Et io promettotelo. Ma vedi già venire Scarabone; raccomandotelo.

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