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1495–1556

SCENA IV.

Luigi Alamanni

Or ch'ei sen'è andato, e' mi bisogna raccor l'alito, E pensar tutte le cose, e ben poi discorrere. Perché danar d'altri, che da Simon, trar non si possono; Et ei, benché non sia de' più astuti che si trovino,

Egli è pur vecchio molto, et ho sentito dire ch'il diavolo È savio, perché ha vivuto assai; poi sendo avarissimo, E avvezzo a esser sempre ingannato, tien sempre carica La balestra contra i nimici; oltra ciò ben conoscemi,

E da me si guarda, sì ch'ei sarà pur malagevole, Con tutti i disegni nostri, disproveduto corcelo. Or sia come Dio vuole, l'imprese tentar si convengono. Io gli dirò ch'ei non bisogna. Non: se ne accorgerebbe subito.

Ch'un mercante vuol fare un partito... nol crederà mai. Che diavol farò adunque? O Giove, o Venere, o Mercurio! Io l'ho trovata, io l'ho trovata, e senza dubbio sia tale, Che il mio vecchio ne arà piacere, e 'l mio padrone Ippolito

Sarà contento, perché arà la sua Flora in dominio; Et io ne avrò la mia senserìa. Or dunque restami Di far prima l'accordo col ruffiano, e dar dentro. Io sento aprir la porta di qui presso: forse Attilio

Esser potrebbe, che mi verrebbe a proposito. E' non fu esso, ella è Flamminia, et ha in compagnia l'Agata. Io me ne vo' fuggire, che non mi facessin tempo perdere.

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