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1495–1556

SCENA III.

Luigi Alamanni

Or ecco ch'io mi apparecchio con tutto l'esercito mio Per dare ad un castello la battaglia, che è inespugnabile. Pur tutto è possibile a chi vi va con gran forza et ordine, E massime ch'io l'assalterò dove egli è più debole,

Col lodargli molto 'l figliuolo, e subito le lagrime Per tenerezza se gli vedranno da gli occhi scendere. Perché alfin non si trova padre di sì gran giudizio, Che non s'inganni in troppo piacergli i figliuoli medesimi.

Ei parla seco stesso, e par mezzo in aria con l'animo: Che sarà qualche quistion per vivande, o cagion simili. Tonchio, o Tonchio. Chi mi chiama? oimè! ch'egli è 'l padron mio

Rovinato son, ma credo non mi possa intendere, Che i vecchi hanno sempre l'udir grosso, et io pur discosto sono. Farò buon cuore. O padrone, che fate voi qui tutto solo? Era uscito di casa per fare un poco di esercizio;

Ma che è di Ippolito? L'ho lasciato presso a lo studio Che andava a la lezione con molti suoi condiscepoli. Egli ha molto fitto il capo nelle lettere, e dubito

Che non gli nuochino a la complessione, ch'è pur tenera. Così fo io, padrone, e molte volte l'ho detto a lui. Che ti risponde? Dicemi che non potrebbe vivere,

S'ogni giorno non ne studiasse tre o quattro ore almeno, E che così facendo dà tanto buon cibo a lo spirito, Che ricompera il disagio del corpo. Egli è pur pallido

Da non so che dì in qua, e anco pensoso veggolo, Che gli potrebbe far col tempo qualche gran male. E poi io non so bene che fantasia si sia stata la sua: Nessun del nostro sangue ha saputo tanto leggere,

Che aggiunga a libri latini, o greci, né tanto scrivere, Che copiasse una pìstola; ma ci è stato bastevole Intendere le lettere de' fattori, notare crediti E debiti de' nostri villani, e di alcuni artefici,

Con chi aviam conti correnti; e ci è parso da ridere Di quei che dietro a simil ciance il cervel si stillano. E tanto più, che molti ne veggio ch'impoveriscono, Molti altri, ch'impazzano, e molti son chiamati eretici,

I quali quel, che gli altri fan, di fare non si contentano; Sì ch'io mi dolgo spesso del tanto studiare di Ippolito. E nel ver, ch'arà ei fatto in capo a dugento anni poi? La prima cosa vivendo arà sempre il più onorevole

Luogo tra i compagni, che riverenza assai gli portano. Intenderà le cose del mondo meglio. Inganniti, Ché molti ho veduti già de' vostri dotti, che son buoni,

Nell'altre cose poi e' gli ingannerebbe ogni semplice Donna, e come gli han fatto del bizzarro e fantastico, Par loro aver fatto tutto; e quanto più vanno sudici, Più par loro di valere.

Ah ah, egli è verissimo: Pur ho sentito dire, che quando un buono e scelto spirito Si abbatte a aver lettere, ch'egli è eccellentissimo, Come di molti può darsi esempio.

Egli è ver, confessolo. Et oltra a questo è un passatempo certo piacevole, Che fa altrui dimenticare, a quel ch'ei mi dicono, Ogni vanità, ogni spesa che sia disdicevole:

Le cacce, i giuochi, e le malvagie femmine, Son lor lontane; vestimenti, i cavalli, e le maschere, E l'altre cose vane, sì come degne son, dispregiano. Tu di' ben quel ch'anco a me pare.

Questi son che mantengono Le case ricche, e che mai non vien per lor disordine: Una spesa sola bisogna a questi in tutta la vita, E quella basti poi ad essi, e a' discendenti che vengono.

E che cosa è? Una libreria bella. Oh! a poco a poco Si fanno: or non basta egli per anno quattro libri, o sei?

Tutti non si studiano ad un'ora: ei n'ha tanta copia Di già, che per tre anni non ci bisognerà spendere. Sì, ma e' son libri dozzinali, che si trovano Per tutto, non dirò a' cartolai sol, ma a' pizzicagnoli.

Non so che pizzicagnoli; so ben che ci costarono Parecchi lire, e che paion sì bei come gli altri sono. Eh voi v'ingannate, padron, ché molta differenzia È da questi a quegli antichi, de' quai pochi s'intendono,

Che sono stati del Polizian, del Pontan, del Barbaro, Del Lascari, di Teodoro, e già dell'Argiropilo. Che nomi son cotesti? io mi penso che tu farnetichi. Son di que' che han ridotte oggi le lettere a buon termine:

Quanto a me, sapete ben ch'io non men'intendo; ma pure Stamani ho udita questa disputa tra Ippolito E un Attilio qui vicino, e perché assai mi piacquero Quei nomi, e mi parsero bravi molto, ho ritenutogli;

Ma stasera gli avrò smaltiti. Dunque disputano? Il mio figliuolo come si porta? Come eh? parrebbevi

Che esso solo il maestro fusse, e gli altri suo' discepoli. Egli ha nell'ascoltare grandezza, dolcezza nel porgere, Ha pazienzia nel persuadere, destrezza al comprendere, Non s'adira giammai, sopporta ben d'altrui la collera,

Con degnità pur tanta, che tutti si maravigliano. Tu mi fai mezzo piagner, Tonchio; or ringraziato sia Dio Ch'io avrò buon bastone ora mai per gli anni miei ultimi. Arete veramente. Ma vo' ben pigliare animo

Di dirvi, padrone, animosamente una voglia sua. Dilla, purché si possa fare. Potrassi, e sarà agevole. Che cosa è adunque?

È che staman fra lor ragionavasi D'una certa libreria bella che si debbe vendere, Ove son molti libri di quei dotti nominativi Poco fa, et altri ch'il Marullo di Costantinopoli

Fece condurre, son molti anni, qui, rari e correttissimi, Legati a la greca, e son venuti in mano di una vedova Che vuol disfarsene. Or non vi potrei dir, s'ei desidera D'esserne padrone di acconciarsi in casa una camera,

Ove sien tutti posti ornatamente con bello ordine. Ne seguirìa molti beni: prima sarà 'l contento suo E 'l parer d'esser da quanto gli altri, e 'n casa vedersegli; Poi non andrà a spasso fuori ai tempi freddi et umidi,

E voi avrete comodità di presso vederlo Il dì e la notte. E quanti possono eglino esser di numero? Intorno di dugento, ragguagliati grandi e piccioli.

E' son ben molti, anzi troppi: orbè che costerebbono? Voi sapete chi sono i sensali: e' conta miracoli Di aver trovato, ma tutto non si dee lor credere. Che dice adunque?

Dice che un certo valente medico, Del nome del quale non mi ricordo ora, aveva offertogli.... Quanto? Cinquecento scudi.

Cinquecento? oh non vagliono Cotesto prezzo tutti i libri che sono oggi in Padova. Or non me ne parlar più; ché se pur detto t'avessero Cinquanta et anco cento scudi, forse mi potrebbero

Inchinare a far la spesa: fuor del ragionevole Parlando, come fanno, non mi condurranno a la trappola. Le lor non son parole di re: dicono e ridicono, Come lor piace; ma vi dirò ben quel c'ho uditone

Da chi sen'intende molto e cerca l'utile di Ippolito, Che i cinquecento son pazzie: ma se gli concedessero Per trecento, ch'il mercato al comperatore è ottimo; E questo giurò.

E anco a ciò non mi potranno prendere. Padrone, io so ch'egli è matto chi si vuole intramettere Tra padre e figliuolo; ma mi sforza l'amor e l'obligo A dirvi pur quel ch'io intendo; e sappiate ben che Ippolito

D'esser da voi per così poco scontento non merita. E che domin son poi trecento scudi? che si spendono Una volta e in cosa così onorevole, Che durerà sempre, che si può con guadagno rivendere,

Che rispiarma mille spese, mille altri gran disordini Che porrieno avvenir per l'ozio, e che 'l fan poi notabile Tra' suoi compagni onesti, e che 'l fan lietamente vivere. Tutto è 'l vero, Tonchio; ma chi non sa ben che fatica sia

A guadagnar questa somma, o che disagio, astenendosi Da mille voglie, e comodità, per insieme mettergli, Gli paion pochi, come a te pare; e per questo vedesi Che chi ha ricchezza del suo sudore, con masserizia

La ministra; quei che le trovan fatte, via le gettano, Come a Dio voglia che non intervenga un giorno a Ippolito. Pur se venisse il mercato un poco più basso, forse ch'io Il sodisfarei.

Or, padron mio, facciam a questo modo. Datemi dugento scudi che tutti là si vegghino Contati, nuovi e rilucenti, che faranno ridere L'occhio a la padrona de' libri, e cambiar certo l'animo;

Ché sapete che forza ha quella vista, et io 'l mio debito Farò in persuaderla. Tu mi conti tante favole, Ch'alfin forza sarà che dal tuo dir mi lasci vincere.

Io aveva a punto stamani in una borsa messomi Dugento ducati addosso, per pagarli a Domenico Del resto d'una casa ch'io comperai da lui: or pigliagli, Ma son viniziani tutti, e molto più che scudi vagliono;

Faraiti, s'il mercato si conchiude, il resto rendere, E dammi poi buon conto. Farollo. Fa' che non si scemino

I libri che si comperaro, ch'i sensai non ne rubino, E che gli amici di Ippolito in presto non ne prendano, Che non si rendon mai. Farollo.

Tonchio, o Tonchio, ascoltami: Fagli portare in camera terrena e che ben serrinsi. Così farò, padrone. E vienmi a trovare poscia subito

Qua verso piazza. Et io così farò. Or muoviti.

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