Basta, Susanna, che questa sera è forza conchiudere Il disegno nostro, se non vogliam perdere Attilio. Sì, certo, e quando bene a Geri venga dispiacevole, Bisogna aver pazienzia, ché necessario è 'l dirglielo.
Oimè, ch'elle parlan di me. Et or che resolute semo, Vorrei trovarlo, e di animo fortissimo mostrarmegli. Veramente ragionan di ciò; rovinato sono.
Poi Potrebbe raffreddarsi la voglia e manco pronta essere. Ma eccolo di qua appunto, egli è tempo. Il sommo Dio salvivi, Marito mio.
Ella non è crucciata: e te, moglie mia: Che fai tu qui? Vi cercava. E qual cagion muoveti?
Per dirvi cosa di somma importanzia. Non già sogliono Molto importar quelle cose che dalle donne nascono. Voi avete torto, perché di noi pur nascono gli uomini.
Or seguita adunque. Primieramente, marito mio, Vi prego che non pensiate ch'io sia punto colpevole In quel che vi dirò.
Perché innanzi al parlar scusiti? Perché bisogna far così, quando tai casi avvengono. Seguita omai. Vi ricordate voi, sendo in Sicilia,
Ch'io vi scrissi, come di mal di costa era la Porzia Nostra figliuola morta? Troppo ben ricordamene! Or non fu vero?
Che morisse sì, ma d'un altro male. Di qual? Di parto. Oimè, che di' tu? non morì vergine?
No, ma casta sì. Come casta? or come può egli essere? Dirovvelo: Camillo, che conosceste benissimo. Il figliuol di Farinata?
Quello, voi di fuor trovandovi, S'innamorò ardentissimamente di lei, e chiedere Per moglie me la fece; et io parendomi a proposito, Gli diei buona speranza, promettendo di scrivervi.
Dovevi farlo prima e poi rispondergli. Confessolo; Ma dubitando di perder la ventura, trattennilo, A dir il vero, più strettamente che forse non deveasi,
Tanto che praticando in casa, avvenne che una sera, Facendo sembiante di partirsi, s'ascose in camera, E sotto al letto si mise ove dormia la Porzia; La qual su la mezza notte assalita trovandosi,
E conoscendolo, gridar non volse. Fu più tuo biasimo, Che suo. Certo; ma egli che era giovane onestissimo,
E che come a sua moglie era venuto, in ginocchio posesi Innanzi al mio letto, venuto il giorno, e perdon chiesemi Umilmente scusandosi. Ben fu il tempo allora.
Et io Gli perdonai, pur crucciata, ché ove non è rimedio, In tai cose bisogna accordarsi. Meglio è guardarsene
Innanzi. È 'l vero: ora io diedi ordine che pria ch'ei partisse Fosse steso il contratto del parentado, e salvassesi L'onor della nostra figliuola.
E che fu poi? Partendosi Ei la lasciò grossa, e andando per mare a Marsilia, Annegò, come intendeste; di che ella ebbe tanta noia,
Che non mangiava quasi, non si riposava, e sì debole La trovò il parto alla fin, che già mai non fu possibile Di scamparle la vita, ché morì, ma un figliuol nacquene. Maschio? e morì anch'ei?
No, ma conoscete voi Attilio? Il figliuol di Susanna qui? Mio no, ma nipote Ben vostro.
Quello è mio nipote? Sì. Oh sommo Dio, quanto possono Di natura le forze! ché ogni volta che scontravolo,
Sentiva un certo dolce nel cuore, che lieto facevami; E sempre piacquemi; ma perché hai tu sino a questa ora A dirlo indugiato? Per timore della vostra collera.
Et or perché men la temi? Perché è necessario. Come? Però che egli è sì innamorato di Virginia,
Che udendo che si marita, vuole per disperazione irsene Su la guerra a Genova, e seco va in compagnia Ippolito. Bisogna dunque non dormir, perché Simon sollecita Di maritarla, et io n'era il mezzano.
Or tosto facciasi Opra che Simon glie la dia, e ch'ei non parta. Agevole Fia l'uno e l'altro, perché fra quel ch'è di nostra eredità,
E di Farinata avol suo paterno, fia ricchissimo. Fa' pur d'aver presto il contratto di Porzia. Egli è in ordine; Andate adunque.
Aspetta un poco ancor, ché ci bisogna Saldar altri conti. E che? Quand'io stetti in Sicilia,
Lontan da te in Palermo, trovai una certa vedova. De le nostre sarà, io l'aspetto; e ben? Ell'era nobile, Ricca e giovane.
E poco onesta, e manco buona, ditelo. Basta, avemmo insieme qualche dimestichezza. Sommelo: Quest'eran le gran faccende che avevate in Sicilia!
Queste eran cagione, che le ricchezze nostre mancavano! Quando arrivano ove noi altre mogli, son vecchissimi, Malati, gottosi, e con l'altre sono i valent'uomini: Non dich'io il vero?
Or di lei nacque... Nacque? et ella tengalo. Una figliuola. Non aspetto più.
Deh Clemenza! lasciali Finire il tutto. Or dica. Et io la fei portar nell'isola
In un luogo deserto a balia segreta. Or stievisi. Né di lei non ho potuto fino a oggi nuove aver mai. E che nuove son?
Ch'ella è in Fiorenza. Innanzi non vengami. E che volete voi fare? Ell'e quella, ch'Ippolito
Ama tanto, et ho speranza con dote ragionevole Far che la sposi. Deh la mia Clemenza cara, accordati, Che si faccino nozze doppie con Simone, e che possinsi
Quest'ultimi anni godere in pace; perché se Ippolito Non ha costei, voi il vedrete tutto disperato girsene, E lasciar mal contenti Simon, Geri e 'l nostro Attilio, Tanto che sarem tutti addolorati; e la sentenzia
Sapete che dice, che quando fiumi e monti si mettono Tra moglie e marito, ch'il fallo dell'uomo è scusato. Ti prometto ben, che se non fusse l'amor d'Attilio, E che pur anch'ei non si è crucciato, come temeasi,
Dell'ascose a lui nozze, che mai pace non facevasi. Sia adunque, come vi piace, e allegramente seguasi Il tutto. Andate dentro, et io con Simon ritrovandomi,
Darò fine. Or ecco Tonchio di qua, che par che spiriti; Non vo' parlargli, e lasciargli ancora in corpo il cocomero, Pigliando camin dov'io riscontri Simon, ch'aspettami.
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