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1495–1556

SCENA III.

Luigi Alamanni

Maladetto sia Scarabone. C'hai tu detto? conoscilo? Per vista: egli è un certo forestiere che ha del piacevole E del matto.

E donde è? Io mi credo, che sia di Napoli. E che fa qui? Va vivendo di quel d'altri, trovandone,

E sempre ha qualche nuova invenzion da uccellar gli uomini. Tristo mestier veramente, e sbandir così fatti uomini Si doverebbe del mondo. Certo sì, ché essi non possono

Far, se non male. Egli è esso, egli è Tonchio: oh come piacemi D'averti trovato prima ch'io parta! e a fe giuroti, Ch'io t'ho cercato stamane un pezzo, per meco menartene

A le Bertucce, dove io ho trovato un vino, ch'è ottimo, Et ho speso co' buon compagni due ducati che mi hai Dati viniziani, due nuovi traboccanti, ch'ardevano, E ti assicuro, che stemmo ben da tre ore a tavola.

Basta, or vatti con Dio, ché ho altra faccenda. Ricordati, Che mi debbi ancor venti ducati, che non gli dimentichi. Deh non mi romper la testa.

Tu sei molto fantastico: Non eri così quando volevi aver Flora a credito, Che non mi lasciavi mai dì e notte, et adulavimi, Come s'io fussi stato papa, cardinale e vescovo.

Che Flora è questa, Tonchio? Egli è matto, et ebro, lasciatelo Andar. Andar? io men'andrò pur troppo, ma torto fai

A dirmi oltraggio, per cento scudi soli lasciandoti Io sì bella, sì netta, sì leggiadra e vaga femmina, E de' cento anco avendone tu venti in mano a credito. Che danari dice egli?

Danari che ha sognati, mi penso. Sognati? guardate qui, gentil uomo, se questi sogni sono. Oimè, ch'e' son de' miei, traditor Tonchio, furfante, empio. Non vi adirate, signor, e' non spese me' danar mai,

Che in questa fanciulla; fatevela un po' mostrar, di grazia. Ma io non vo' più perder tempo. Tonchio, resta con Dio. Vanne con la mal'ora. Son questi, Tonchio, e' libri tuoi?

Son questi li studi e gli esercizi onesti di Ippolito? Padron, se costui è matto, perché volete credergli? Perch'io gli ho visti in mano i ducati, e riconosciutogli, Ch'è al manco vent'anni ch'io gli ho in casa, e riconoscere

Gli posso bene, e gli ho, lasso! serbati per spendere In una puttana per man di Tonchio e del mio Ippolito. Padron, voi vi adirate, e non aspettate di intendere Le mie ragioni.

E quai son? Son queste, che quella vedova, Da chi comperai i libri, ha in casa una sua certa balia Di Casentino, a chi una sorella troppo semplice

Fu da i soldati sviata, e menata verso Napoli; Et ella ciò intendendo, per mezzo di certe pratiche Oprò che costui in qua la rimenasse, promettendogli Premio, et egli il fece. Or questa balia per far suo debito

Avendo accettati ducati ottanta da la vedova De i vostri, che per i libri diedi, per meglio esserne Sicura, volse ch'io, come terzo, a costui portassigli: Io 'l feci per caritade, e questa bestiaccia pensasi

Ch'ella sia mia. Dio voglia che così sia, ma pregoti, Non ti impacciar mai di cose tali, che son di scandolo, Dan cattivo nome, e son sempre di biasimo e pericolo.

Ma chi è quest'altro, che così affannato mostrasi?

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