Io mi posso, più che di me, doler degli amici miei, Che mi feciono mal mio grado una donna ricchissima Sposar, non avendo io però gran necessità di tale; Perché mi stava così bene, che non mi bisognavano
Tanti poderi e danari, che a vivere quale gli altri vivano Civilmente fra noi, e sanza guadagnarsi invidia, Son troppi senza fine, né ad altro che a noiarmi servono, Et avere ogni dì con mia moglie mille fastidii,
Che le pare avermi ricolto del fango, e vilissimo Restassi sanza lei. Oimè! tutti i savii si guardino Da donna troppo ricca, e se 'l fan pur, di sposar sappino Mille morti in un punto sol, che notte e dì gli uccidono
Mille volte con mille doglie, più che mille martiri. Prima i conti di giorno in giorno sempre saper vogliono, Dicendo, molto più rendevano al padre e all'avolo, E che ci lasciamo ingannare, e che i fattori ci rubano:
Poi voglion veder le spese, e mai non se ne contentano, Che sempre a detto loro siamo, o troppo miseri, o prodighi. Fante, servitor, mulattier, staffieri che ci aggradino, Tutti son ladri, giocator, tavernieri, e li cacciano;
E se l'uom contradice, et elle ti dicon di subito, Che di nulla s'impacceranno, e che gli altri governino. Doglionsi con la vicinanza, co i parenti, e dicono, Che quel mi fa il ruffiano, e quell'altro si adopera
A far imbasciate; in modo ch'il meglio è far com'ora io: Accordar tutto, lasciar tutto, e fuor di casa andarsene Infin che sieno sfogate. Et io infelice e misero, Se non che quindici almen n'ho pur goduti in Sicilia,
Già quaranta anni sono in questo orrendo purgatorio, Talché ho speranza certa del paradiso. Ma eccomi Simone all'incontro mio vecchio amico, che fia ottimo A trarmi del cuor parlando la presente molestia.
Simon, Dio ti salvi. E te anco, Geri. Che così solo fai? Cercava di te per ragionarti alquanto, et avevati
Veduto, è gran pezza, ma non avrei voluto romperti Il pensier, sopra 'l qual sì fisso al cor vedevati. Certo ch'io vi era fisso; ma gran piacer fatto avrestimi A levarmene tosto, perché egli era dispiacevole.
Oimè! che c'è di nuovo? Nulla, ma le domestiche Cure tal volta più che le più importanti v'affliggono. Or dimmi, perché cercavimi?
Cerimonie. Come la nostra antichissima amicizia sai che merita, Non mancherò, Geri, di sempre a te primo ricorrere Per aiuto e per consiglio, ove i bisogni mi occorrano,
Sì come fo ora. Gran torto altrimenti farestimi, E gran torto pur mi fai di non venire a la libera, Per l'amicizia, e poi per la vicinità, che pongono
Gli antichi saggi che pareggino il parentado prossimo. Dirò adunque: tu de' saper, Geri, che morendomi Beatrice mia moglie, son dieci anni passati o piùe... Beato te!
Di quella solamente mi rimasero Due figliuoli, un maschio, come sai, e l'altra femmina, Cioè Ippolito e Virginia, e di già son tutti due D'età da cercar partito: pure io non penso Ippolito
Legar ancor, se già cagion grandi non mi movessero, Ché pur è crudeltà in ver sì tosto; benché assai desideri, Come fan gli altri, vedermi innanzi la seconda prole. È ragionevole.
Or per tornar, dico, Virginia Mi sta su le spalle, che sai quanto sia gran pericolo Ad aver in casa fanciulle, quantunque onestissime, Sanza madre in governo d'altre che non l'appartengono.
Tu di' il vero. E ieri passando in Borgo sant'Apostolo, Per visitar Folco, ch'era ammalato, a caso riscontraimi Nel Monzan mio stretto amico, il qual mi salutò dicendomi
Che ha da parlarmi per cosa importante, e così menommi Ragionando infin di là dal ponte a Santa Trinita, Per via Maggio, e a San Felice. E ben, poscia che disseti?
Dissemi di aver parlato il dì innanzi a Bonifazio, Che tu conosci bene. Egli è il mio compare. Quello
Che non avendo se non Gismondo suo figliuolo unico, Che volentieri, s'a me piacesse, torrebbe Virginia Per sua nuora, e che la dote in me rimetterebbesi. E tu che dicesti?
Presi un po' di tempo a rispondere, Perché le cose, che una sola volta fansi, e durano Per sempre poi, si conviene esaminarle benissimo. Saggiamente.
E quei, che vann'in fretta in fretta, si pentono. Or perché, come il mondo sa, al più sono scorrettissimi I giovani d'oggi, et io non saprei come informarmene, Son ricorso a te, come a mio refugio, sol pregandoti
Che ti piaccia prima informarti de le qualità sue, Come egli abbia buon nome, com'ei viva, con chi pratichi, S'egli è inchinato al buon governo, e a la masserizia, Come sia ben guidata la casa, come la suocera
Sia per esser piacevole, o come l'altre fantastica, Perché importa assai mettere una figlia, ch'è un'angiola, Appresso a donna ritrosa, che sia un diavolo. Io ho inteso tutto, e ti assicuro, che io sarò ottimo
Ad avvisarti di ogni cosa; ma a quel che fuor vedesi, Il parentado è molto a proposito e convenevole; Del resto ne avrai novella prima che nessun desini. Ma dove potrò io ritrovarti?
O ver qui medesimo, O in casa, quando io pur vedrò che l'ora passata sia. Andrò adunque. Or ecco qua Tonchio, ch'a la volta tua Ne vien per intrattenerti, acciocché tu non resti solo.
Sarà ben a proposito, acciò ch'io possa discorrere Seco di certe altre faccende, che anco molto importano. Or ti riman con Dio. E tu prego che vadi in buon'ora.
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