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1495–1556

SCENA I.

Luigi Alamanni

Sì che tu vedi, et intendi, Lumaca mio, in che termine Io mi trovi; e quanto io sia nel fuoco per Virginia Di Simon figlia, e sorella del mio amico Ippolito. Al quale non penso io però di fare alcuna ingiuria,

Perché Dio sa ch'io l'amo con quel buono et onesto animo, Che amar si possa figliuola. Sì, io intendo di quel propio, Del quale si ingrossa.

Io so ben che molti nol posson credere, Che son come te pieni di affetti bassi, e bestialissimi. Deh, di grazia, ditemi, perché cagion l'amate voi? Per vederla e parlarle, s'io potessi, contemplandola

Come cosa celeste e come una purissima angiola, Non per piacer del corpo, ma solamente dell'animo. E ben, non le tocchereste voi un po' volentieri la mano? Sì veramente.

Oh non sapete voi che non si toccano Gli angeli che non hanno corpo; secondo che un filosofo Mi disse un giorno fuor di proposito? e bene avveggiomi Che tutti gli amori vanno a un segno, ma si ritrovano

Diverse strade chiuse, e sotto varii veli si ascondono I desir vostri; onde vi prego meco che alla libera Confessiate le voglie, e che avreste gran desiderio Di possederla alcuna volta, siccome Flamminia.

Non veramente. Ben credo io che per moglie legittima Più tosto la vorreste, come quel che ben conto fate, Ch'oltra al diletto grande, poi parentado onorevole

Guadagnereste e ricchezze; onde a ciò non spinge l'utile, Non l'onestade, e non l'amor che mostrate platonico. Or lasciamo andar questi tuoi dotti discorsi; e dicoti, Ch'io non posso ad altro pensare, e non posso più vivere

Sanza vederla. Oimè! che giorni quattro già sono, Ch'io non la vidi. E quando la vedete, n'è il medesimo, Ch'ella non ne sa cosa alcuna; e forse anco sapendolo,

Che il peggio ne saria, ch'ella mi pare vie più salvatica Che alcuna cerva. Egli è certo, e dico che di scoprirgliele Non ardirei, perch'io son sicuro che altro che perdere

Non si potrebbe, e che ella non vorrebbe mai lasciarmisi Più riguardare. Or che disegno adunque, semplice, fate? Di morir tacendo, o ver sol viver per lei di lacrime.

O che voi sete matto: quanto era me' con Flamminia Darvi buon tempo, che vi ama molto più che gli occhi suoi! Non è men bella di lei, non bisogna cerimonie, E non si fa ad alcun dispiacere, non ci è alcun biasimo;

Ma voi altri sprezzate le cose, se non son difficili, Vietate, di perdimento di tempo, o di pericolo, Et ogni altra parte fuor che diletto si considera. Ma ecco l'Agata, che par tutta affannata, e cercavi,

Per quel ch'io creda. Certo, oh come volentieri ascondermi Vorrei! ma far nol posso, perché l'ingratitudine Troppo è gran vizio, e riconosco pur infiniti obblighi

Dalla Flamminia, e bramo veramente ristorarnela Per qualche modo un giorno. Troppi vi mettete carichi Sopra le spalle, a voler sodisfare a un tempo a due.

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