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1495–1556

SCENA I.

Luigi Alamanni

E' mi conviene ogni mese, com'or, venire a rendere Li miei conti di villa a Simone, il qual sempre dubita Che tutti i fattor, c'hanno le sue faccende in man, il rubino: Degli altri non vo' io dir, ma di me, so ben ch'ingannasi,

Avendogli fino a un soldo fatto sempre il debito; Ma bisogna gridar ogn'ora seco; pur alfin recasi Al dover, perché a dirne il vero è poscia uom ragionevole, Quantunque sospettoso troppo; e volesse Dio che tali

Se ne trovassero molti. Ma ecco Tonchio che fuor viene, Conservo et amico caro, e persona molto piacevole. Suole spesso aver per le mani qualche gran disgrazia Di Simone, di sé stesso, de' suoi compagni, d'Ippolito

Il padron nostro giovane. E benché al più si trovino Di poca importanza, et a me quasi nulla appartenghino, Standomi in villa lontano, e rare volte venendoci, Pur sempre giova il saper come qui le cose vadino,

Per accomodarsi a' tempi, e farsene onore et utile, Mostrando a' miei villani, ch'io son dell'oste segretario: E quando ad altro non servissero, fanno almen ridere.

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