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1495–1556

SATIRA UNDECIMA.

Luigi Alamanni

Se con gli occhi del ver guardasse bene, Caro mio Tommasin, ciascuno in terra Non avria tante invan fatiche e pene. Non avrian qui tra noi sì lunga guerra

I semplicetti cor, dal falso spinti Dietro al vulgare stuol che agogna ed erra. Non mille volti ognor sarian dipinti Da mille passïon, ma tutte in gioco

Le prenderiano a miglior vita accinti. Non graverebbe al mondo il troppo o 'l poco Le umane menti, che selvagge e schive Solo ai dolci pensier darebbon loco.

Beato quel che in solitarie rive, Lunge dal rozzo vulgo, al nudo cielo Fuor dell'ampie città contento vive. E sicuro si tempra il caldo e il gelo

Con la sua famigliuola, all'ombra e al foco, Né soverchio pensar gli cangia il pelo; Nulla sperando mai, temendo poco, E la Fortuna, e i ben che in guardia tiene,

Come fallaci e vil si prende in gioco. E le soglie regal dintorno piene Di simulato amor, d'invidia vera, Come arpie fugge, e come rie sirene.

Non sente appresso l'inimica schiera, Né il marzïal romor che all'arme chiama Lo fa il giorno temer, vegghiar la sera. Il basso nome suo d'alzar non brama,

E chiusa entro i confin di poca valle Si contenta veder sua gloria e fama. Non ha davanti, non dietro alle spalle, Gente a guardar la perigliosa vita,

Ché va sicuro e sol per ogni calle. Non della indotta vil turba infinita Cura quanto di lui parlando senta, O d'esser quel che più da lei s'addita.

Ogni fame, ogni sete in esso è spenta, Fuor quella sol che la natura apporta, Che di dolci sapor pasce e contenta; Ché lo appetito semplice conforta

Più il vetro e il legno, che le gemme e l'oro Non fan molti altri per la strada torta. Non teme di trovar l'empio lavoro Tra le vivande di cicuta e tosco

Da chi cerchi il suo regno o 'l suo tesoro. Or per questa campagna or per quel bosco Cogliendo frondi e fior suo giorno spende, Fin che la notte il vieti o il tempo fosco.

Non d'ira o di dolor la mente accende, Se non se veggia al suo giardin le greggi O se il lupo talor l'agnel si prende. Non ha dintorno chi le sante leggi

Alto gridi ad ognor che sparse vanno, O che la plebe sua nel fren vaneggi. Non ha temenza mai, non porta danno Del mar cruccioso, anzi a diletto 'l mira,

Di quei ridendo ch'a suo rischio stanno. La ruota infida che dintorno gira Nol preme, o innalza; e vinca questo o quello, Biasma e riprende chi per lei sospira.

E come il tempo vien sereno e bello, Pianta di propria man l'olmo e l'ulivo, Che adombre il colle l'un, l'altro il ruscello, Battendo il ramo che d'umor sia privo,

Di peregrine frondi altrui vestendo A nuovi abitator talvolta schivo; Poi quando alzato il Sol più viene ardendo Per le campagne e piagge, il frutto coglie,

Delle fatiche sue mercè prendendo. Indi che Libra le verdi erbe e foglie Conduce a morte, onde le piante e i prati Piangon cadute le sue dolci spoglie,

Le bianche uve e vermiglie, i pomi aurati Or col vaso or col grembo a casa adduce, Bacco chiamando e i suoi compagni amati. Poscia che breve il freddo giorno luce,

Or visco or reti or nuovi lacci adopra, Or segue il can de' suoi diletti duce. Come poi scorge che la notte cuopra Dintorno il mondo, al dolce albergo riede

L'affaticata preda avendo sopra. E presso al foco alla sua mensa siede, Cui di rozze vivande ratta ingombra La fida sposa sua, che lasso il vede.

Così la fame onestamente sgombra, Né cura il ciel non che i tesori e i regni, Seguendo il vero ben, lasciando l'ombra. I suoi brevi desir, né i suoi disegni

Più là non van che la natura porte, Né del dritto o del buon passano i segni. Cotal, quasi cangiar volesse sorte, Cantò il tiranno che Sicilia oppresse,

Ma l'altro giorno poi condusse a morte I due miglior che Siracusa avesse.

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