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1495–1556

SATIRA TERZA.

Luigi Alamanni

Or mi minaccia il mondo, e m'odia, e teme, Quando prender lo stil mi sente in mano Che i miglior fa più belli, e gli altri preme. Dice fra sé ciascun c'ha poco sano

Dentro il pensier, come l'altrui biasmare Come dal bene oprar sempre è lontano! Poi quando è dove io son, contrario appare, Loda Aronca e Lucilio, e me fors'anco

Ardito di seguir lor forme chiare. Fato è che il negro in voi ritorni bianco, Se non volete pur che negro il chiami Tal che di bene oprar dicendo è stanco.

Io non cerco odio in voi, ma i santi rami Del biondo Apollo, onde prometto e giuro Che tal farò che tutto il mondo m'ami. Opri pur mal chi può lieto e sicuro,

Ché dell'altrui disnor mia lingua tace, Né fin ch'altro potrò più d'esso curo. Godi pur, Francia; e poi che sol ti piace, Segui Vener, le piume, e l'ozio e 'l vino,

Virtù fuggendo e quanto al senso spiace. Né l'amico fedel, servo o vicino Ti caglia aver per te dannaggio o morte; Vivi, e governi poi tutto il destino.

Vivi; e perdendo, non colpar la sorte, Ma pensa sol, ch'ogni tuo mal che viene Tu stessa il faccia, e 'l ben fortuna apporte. Tu, Spagna infida, quanto hai dolce e bene

Metti pur nel mal far, che più non canto, Quantunque fren d'onor nulla ti tiene. Abbia in te il peccator più pregio e vanto Che 'l Fiammingo e 'l German quand'ebbro cade,

E in più scherno abbia altrui dov'è più santo. Segui Avarizia, scaccia Lealtade, Tal che ti vinca il rozzo Elvezio appena, In cui l'opre d'onor son brevi e rade.

Né il poco creder tuo vista terrena Passi d'un palmo, onde Granata ognora Sia, non pur gli altri, di vergogna piena. Pensa che l'alma in noi col corpo mora;

Sol l'Italia rubar, prometter molto E mai nulla attener quaggiù t'onora. Viva il Lombardo ancor da tema sciolto De' gravi biasmi miei, ché più non dico...

Fine oggi impongo ad altra tema volto. Vivi a te stesso pur, vivi inimico Al Guelfo, al Ghibellin, pur sempre sia, Più l'altrui danno che il ben proprio amico.

Né gli occhi aprite a contemplar la via Che voi vil servi a trista morte adduce, Onde non men del mal vergogna fia. Odio, Invidia ti sien per segno e duce,

Sì che tu più fra i tuoi signori appelli Chi maggior giogo sopra sé conduce. Né vi sovvenga or più che foste quelli (Come ben può saper chi spesso udillo)

Onde in Roma i trofei tornâr men belli. Quanta men sarìa pena, o buon Camillo, Sgombrar l'oro a costor, le ricche spoglie, E riportarne il perduto vessillo!

Tu c'hai più del saper disegni e voglie, Altero Venezian, di me sicuro Sia, ché 'l mio legno omai le vele accoglie. Segui pur tuo cammin, forse un dì duro,

Vendendo ognor per poco ben presente, Senza avvederti, un lungo mal futuro. Fa' pur, cangiando ognor fortuna e mente, Or con questo or con quello or pace or tregua,

Aitando più chi più poter si sente. Sta' pur prima a veder chi fugga o segua, Che la tua gente passi o l'Adda o l'Oglio, Finché il tempo miglior via si dilegua.

Non dirò più, come talvolta soglio, Che se non guardi la tua barca, un giorno Dar potria forse in qualche ascoso scoglio. Forse non pensi aver nemici intorno;

Il viversi in fra due non porta amici, Ma dell'altro e dell'un fa danno e scorno. Dentro, i tuoi cittadin sian più mendici Quanto sono miglior, le gemme e l'oro

Faccian pur che i più rei sian più felici. Non possa procurar nel Bucintoro Chi non ha borsa da pagarne il nolo, Che appena i Padovan sì fatti fôro.

Se non cangi pensier, l'un secol solo Non conterà sopra il millesim'anno Tua libertà che va fuggendo a volo. Maggior tormenti, e spesso morte dànno

Le ascose infermità che dentro sono: Dimandinsi i Toscan che ben lo sanno. Tu, Genovese, ancor che saggio e buono Forse già fosti, or non so ben che dire,

Così vario di te corre oggi il suono. Senza biasmo temer del tuo fallire Segui or l'Adorno, il buon Fregoso poi, Teco sfogando i ciechi sdegni e l'ire.

Opra pur sì, che l'un de' duci tuoi Sempre temendo al quarto april non giunga, Ché il molto riposar par che t'annoi. E la dimora ne' duo lustri lunga

Del tuo fido Ottavian sì rara sia Ch'eterna invidia il suo nemico punga. Ma guarda pur ch'al fin furata fia Al tuo San Giorgio un dì l'arme e il destriero,

Onde il Drago alto non più sotto stia. Sallo Orïente quanto avesti impero, Sentillo il Ponto, il grand'Egeo lo vide, All'Adria a rimembrar trema 'l pensiero.

A tal sei giunto! e chi così divide Te dal primo saver, ch'oggi Savona E Lunigiana pur, non ch'altri, ride? E tu, Fiorenza bella, ond'oggi suona

Sì lunge il grido, ma non forse quale Brama chi teco ognor piange e ragiona, Batti sicura omai, batti pur l'ale Dietro a chi folle ti conduce in loco

Donde tornar, né calcitrar non vale. Tu stessa accendi, e non t'accorgi, il foco Che strugge in te non pur la Libertate, Ma il corpo, i figli e l'alma, a poco a poco.

Ahi Donna alma, gentil, quanta beltate Vidi nel volto tuo, quanta chiarezza, Or sozza e inferma, in la più verde etate! Tempo già fu che teco altra ricchezza

Non avea loco alcun ch'alta virtute, Or l'oro onori, e quanto è ben si sprezza. Svegliati, pigra, ché la tua salute In altro sta che in tesser drappo o lana

Onde il nome e le forze or hai perdute. Guarda dintorno pur, guarda Toscana, E vedrai ben, che la caviglia e 'l fuso Non t'ha fatta di lei donna e sovrana.

Apri quel tempio, e non t'inganni l'uso, Già tanto ornato dell'antico Marte, E stia l'Arte, e 'l Mercato, e 'l Cambio chiuso. Volgi l'antiche e le moderne carte,

E intenderai che senza il ferro, l'oro Serva è ricchezza che in un giorno parte. Stimansi ricchi, ma non son, coloro Che temon del vicin l'armata mano

Ricca sempre che vuol d'altrui tesoro. Com'è, Fiorenza mia, caduco e vano Il tuo penar, che di mill'anni il frutto Solo in un punto ti si fa lontano!

Tu non puoi rimirar col volto asciutto La vittoria che vien di Francia o Spagna, Ché l'una o l'altra ti si volge in lutto. Colui ch'argento per servir guadagna,

S'altri gliel toe, come vilmente a torto, Se difender nol sa, d'altrui si lagna! Non surgerà il valor, che in tutto è morto, Fin che al pubblico ben più che a se stesso

Non volge il guardo il veder nostro corto. Ciascuna villa che ti alberga appresso Oggi a scherno ti prende, e tu nol senti, Ché maraviglia e duol n'aresti spesso.

Non ch'altra, il vitupero delle genti, Arezzo, il Casentin, Prato, e Pistoia T'affrena, e volge, e sprona, e tu 'l consenti. Sgombra, se puoi, questa vergogna e noia,

Ch'omai Fermo, Castel, Perugia e Siena Han l'invidia di te conversa in gioia. E tu, Roma, in vêr me di sdegno piena, Che tanto spesso ne' miei versi appello,

Ecco ch'or perde il mio cantar la lena. Fa' pur, che sempre in te sia buono e bello Quel ch'è più rio, né mai virtù né fede Possa dentro sentir mitra o cappello;

Tal che il gran vecchio onde t'appelli erede Tiranneggiando in noi del ciel l'impero, Vergogna il prenda, se talor ti vede. Se il tuo testar, come alcun pensa, è vero,

Quanto men fu l'Apostata Giuliano, Che tu, buon Costantin, dannoso a Piero! Forse per meglio oprar, nel corpo sano Giungesti peste eterna, e mi perdoni

Silvestro, e l'altro che salvò Traiano. Guardate pur che fra i celesti troni Dei vostri successor non molti avete, Sì rari i santi abbiam, sì pochi i buoni.

Oggi ha d'altr'acqua Roma ed altra sete Che di Samaria, ed altri pesci prende, Che già il buon pescator, con altra rete. Or per altro sentier nel ciel s'ascende,

Non chi si pente, ma si monda e scarca Chi la mano al Pastor con l'oro stende. Con più ricco nocchier nuove onde varca Con le sarte di seta e d'ôr la vela

Lunge da Galilea la santa barca. D'altro Simon per te s'ordisce tela Che di chi di Cefas riporta 'l nome, Per quello acceso amor che a te si cela.

Oh chi vedesse il ver, vedrebbe come Più disnor tu, che 'l tuo Luter Martino, Porti a te stessa, e più gravose some. Non la Germania no, ma l'ozio e 'l vino,

Avarizia, ambizion, lussuria, e gola Ti mena al fin, che già veggiam vicino. Non pur questo dico io, non Francia sola, Non pur la Spagna, tutta Italia ancora

Che ti tien d'eresia, di vizi scola. E chi nol crede, ne dimandi ognora Urbin, Ferrara, l'Orso e la Colonna, La Marca, il Romagnuol, ma più chi plora

Per te servendo, che fu d'altri donna.

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