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1495–1556

SATIRA SETTIMA.

Luigi Alamanni

Perch'io sovente già vi vidi acceso, Monsignor reverendo, in alto sdegno Contro al secol presente ai vizi inteso; Prenderò ardir col basso stile indegno

Di ragionar con voi, mostrando certo Del buon nostro voler non picciol segno. Nel cammin di ragion sassoso ed erto Non si trova oggi alcun, ché tutti vanno

Nel sentier piano all'altrui voglie aperto. Questi son quei che sozzamente fanno Il miser mondo d'ogni ben mendico E ripien di dolor, d'eterno affanno.

Or come lunge al buon costume antico Sia quel tra noi che ci amministra Marte, Ascoltate da me, ché 'l ver ne dico. Andiam quei primi e questi a parte a parte

Dritto guardando, e vedrem certo allora Che più ch'io non dirò, dal ver si parte. Pensa or colui che falsamente onora Solo il ferro e la forza, esser cotale

Che sia folle da dir chi non l'adora. Mai non vide in mill'anni il mondo tale Danno e disnor, che non gli sembri poco: Ché più nocendo altrui, più in alto sale.

Prender sempre gli Dei, le leggi in gioco, Schernir chi l'ama è sua più larga lode, Senza d'altri curar, di tempo e loco, Di fede ir nudo, di menzogna e frode

Gire altrettanto che di ferro armato, Fa che in fra molti si trionfa e gode. Cangiar dagli altri forma, abito e stato, Che ben sembra a veder lupo rapace

Per chi ben mira, agli altrui danni nato; Mortal nimico di riposo e pace, Guerre, discordie giorno e notte agogna, In cui vivendo a sé medesmo piace.

In posa dimorar prende vergogna, Quasi onest'arte alla sua vita eletta, Che in guisa di falcon nutrir bisogna. Ahi! gente inferma, e men tra noi perfetta

Ch'altro bruto animal, che volga 'l piede Dietro al primo voler che il senso alletta, Com'esser può che quel ch'ogn'altro vede Tu sol non veggia, e che non drizzi 'l volto

Là dove ascoso il vero ben si siede? Sgombra la nebbia onde il pensiero è involto, E vedrai quanto mal nel mondo cova, Esser dentro 'l tuo sen vilmente accolto.

Dimanda, stolta, se del ver ti giova, Licurgo e 'l saggio cui di Marte figlio Già disse il Tebro che sentì la prova; E intenderai quanto più bello artiglio

Diero a' suoi sempre, onde difeso e vinto Spesso fu tal, che ancor si fa vermiglio. Saprai che di bontà trovarsi cinto Non meno il cor, che poi d'arte e d'ardire,

Ha, il suo crescendo, l'altrui nome estinto; Cercando altero onor, chiaro desire Portando in petto, non vil voglie avare, Per prova al mondo che gli dee seguire;

Fur sempre l'opre più pregiate e care Di quei che Marte amministrâr fra noi, De' quai mill'anni ancor la fama appare. E taccia pur chi descrivendo poi

Quant'abbia forza il ciel, quanta natura, Preme altri forse, sollevando i suoi. Sacro chi intende 'l ver, cerca e misura Quel che vede Dio sol; ma più sia degno

Chi il ben esser di noi difende e cura. Già non entrâr con tanta pena e ingegno Nel ventre stesso i nostri padri antichi Della gran madre, che n'ha forse sdegno,

A trarne il ferro, perché a molti iniqui Fosse strumento, come Italia sente Ne' pensier ciechi, e da man manca obliqui; Non per vita, o signor, cangiar sovente

Di male in peggio, o per sedere in mano Della più bassa e vil corrotta gente; Non per seguire ognor Francia e l'Ispano, O chi più d'ambedue paga, e permette

Che 'l buon dei danni suoi si doglia invano; Non per cinger colui che ognor s'affrette Empio di perseguir l'alme innocenti, Che tien sempre a ragion le braccia strette;

Non per colui, ch'alle più sagge menti Libertà fura, per donarla in preda A tal c'ha i raggi di virtude spenti; Non già, non già (chi non è stolto il creda),

Perché al seme più rio che nasca in terra De' buon malgrado tutto 'l mondo ceda; Non per nutrirla, ma schifar la guerra, Limaro il ferro; non per danno altrui,

Ma per punir chi 'l sentier dritto serra. Quanto di ben quaggiù trovò colui Che primo il vide! ma se mal s'adopra, Nostro è 'l peccato sol, non fu di lui.

Natura il fe, perché s'asconda e copra L'uom dagli assalti di rabbiose fere, Che con forza maggior ci stanno sopra; Ma quel ch'è più, se il poco in noi vedere

Scorgesse lunge, per salvarci è nato Da serpi a noi più venenose e fere, Per guardar dritto il buon comune stato Dall'artiglio mortal d'empio tiranno,

Ond'altri piange con la morte allato. E tu, vil mondo, vai pur d'anno in anno Notte e dì cinto di sudore e d'arme Dietro a' più rei con disnor proprio e danno.

Lasso! veder che tutto si disarme Or Marte or Palla per soverchio sdegno, Quand'io rimiro il ciel, sovente parme, Seco dicendo: in questo eterno regno

Non dee ferro vestir celesti membra, Ricoprendo là giù chi n'è men degno. Guarda, o metallo vil, se ti rimembra Del miglior tempo, e poi comprendi bene

S'al secol che vedi or, punto rassembra. Ov'è colui che amò 'l pubblico bene, Tal che nel fuoco alla fallente mano Vie più gloria donò che doglie e pene?

Dove è chi solo al gran furor toscano Sostenne 'l ponte, e l'amò il Tebro tanto Che al popol che salvò l'addusse sano? Ove è il giovin, ch'a tôr di Roma 'l pianto

Se stesso offerse al venenoso speco, Cui la sua patria poi pianse altrettanto? Dove son quei ch'eterna gloria han seco, L'un Bruto e l'altro? e chi non pur gli adora,

Ben è vil verme della mente cieco. Spirti beati e chiari, ove siete ora? Ogni villa tra noi v'aspetta e chiama; Deh ritornate a noi qual foste allora.

Ov'è il gran vecchio, che ancor teme ed ama La Gallia e 'l Lazio, che sgombrando l'oro Da morte a vita Libertà richiama? Ove i buon Fabi, che sì salda fôro

Nel suo patrio terren muraglia e schermo, Ch'a lui vita donâr morendo loro? Ove mill'altri poi, ch'ebber sì fermo L'occhio all'util d'altrui, che il proprio stesso

Come don riguardâr caduco e infermo? Oggi non è chi il suo profitto espresso Non stimi più che di tutti altri il duolo, Che davanti è il piacer, l'onore appresso.

Oggi, e cerchi chi vuol, non vive un solo, Che più non prezzi in sé Cesare e Silla, Che d'altri tanti l'onorato stuolo. Quando rinascer dee breve favilla

Del primo vero onor, che mostri aperto Quanta dal bene oprar dolcezza stilla? Che il mondo entro al suo sen conosca certo Quant'ha lappole e stecchi, in cui si giace

Di giustizia il giardin secco e deserto? Tal ch'omai il ferro, a nutrir sempre pace, A difender ragion, ritorni in mano A quei miglior cui l'oprar dritto piace.

E qual non sente l'intelletto sano Lunge da quel con maraviglia apprenda Che porti or l'uso scellerato e insano, Come il ben, come il mal sormonti e scenda,

Che quel ch'oggi n'appar sì basso e vile, Nei primi antichi a tanta gloria ascenda. Tu, bella Italia mia chiara e gentile, Prendi vergogna omai ch'argento ed oro

Seguir ti faccia il barbaresco stile. Prendi vergogna omai ch'altro tesoro Che gloria e libertà, che morta langue, Spender ti faccia in sì crudel lavoro

Con tuo tanto disnor fatica e sangue.

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