Mai non vo' più cantar com'io solìa, Ma di sempre seguir Lucilio intendo Con chi lui segue per più dotta via. E se ne' campi altrui mia falce stendo,
Scusimi ira e dolor, che m'ange e tira Là 've più d'altri me medesmo offendo. Ben Democrito appar chi non s'adira Sì ch'alto gridi, se ben muto fosse,
Quando gli occhi a mirar dintorno gira. Quante fïate ho già da me rimosse Le pie sorelle, e le sdegnose note Chiuse nel petto per uscir già mosse!
Or bench'a forza, ogni silenzio scuote La lingua mia, che quanto ascolta o vede L'alma affannosa più tacer non puote. Tal fu già nulla, che superbo siede
Nei luoghi eccelsi, onde dir sembra in vista: Io del mondo fra noi son fatto erede. E quanto in lui veder più si fa trista L'afflitta gente, allor s'allegra e gode
Che in altrui pianto più d'onor s'acquista. Chi non volge i suoi dì fra inganni e frode, Cerchi altro mondo, ché d'insidia il dente Quanta è in questo virtù, consuma e rode.
Chi vuol fede servar, chi non consente Nell'altrui morte, a sua vergogna stessa Semplice e rozzo il fa la sciocca gente. Deve il saggio tener la sua impromessa
Quando util fia; ma se dannosa viene, Folle è da dir chi si ricorda d'essa: Santo precetto e bel, ch'in sé contiene L'aureo libro moral, c'han quegli in mano
Ond'oggi Italia di servir sostiene. Così fea Ciro ancor: divo Africano, Tu ben tel sai, ché chi di lui ragiona Non più che Lelio mai ti fu lontano.
Taccia il gran saggio che per tutto suona, Ché nulla san quanti costumi insegna, Ch'or per altro sentier nel ben si sprona. L'alta dottrina tua sol oggi è degna
Dell'umil plebe, e ciò sia con tua pace, Ch' dai nostri signor chiamata è indegna: Cui tanta terra tanto mar soggiace Or non dên soggiacer le leggi ancora?
Sol è giusto tra lor quel che più piace. Regolo Attilio, che del mondo fuora Fedel partisti, e per sì chiara morte Tanti oggi hai biasmi, quante lodi allora!
Al primo santo oprar chiuse han le porte, Il publico e l'onor da canto dorme, Le frodi e 'l proprio aver son d'essi scorte. Oh dei nostri maggior cangiate forme!
Silla è più in pregio che Licurgo e Numa. Quando, quando esser dee chi voi riforme? Colui più d'altro di virtù s'alluma, Che parteggiando a Cesare s'agguaglia,
Non lasciando però l'ozio e la piuma. Questo non vedran mai Spagna e Tessaglia, Non il britanno mar, Germania o Francia, Cinto alla state e 'l gel di piastra e maglia.
L'inganno è l'arme sua, non spada o lancia; Ond'egli offende più chi più s'affida; E 'l dito alzando colla mente ciancia; E per saldo restare ov'ei s'annida
Con fallaci pensier porge e promette A cui più sente che Fortuna arrida. E l'altro e l'un senza pensar dimette L'odio e gli scherni, e l'altre ingiurie antiche,
Sol che 'l cinque ch'avea gli torni sette. Giuran poi mille lingue al falso amiche, Nulla scettro regal vergogna offende, Quantunque bene o mal si faccia o diche.
Quasi raggio del Sol che 'l dì si stende Per tanti rivi, e scalda e veste il mare, Né mai punto d'umor la sera il prende. Se aveste, alti signor, le menti chiare,
Ben v'avvedreste quanto poco è quello Che può il vostro splendor molto macchiare. Quanto direste allor, quanto più bello Che con un sol disnor mille altri regni,
L'esser del mondo per virtù rubello. Non sia di voi chi di mio dir si sdegni: Sdegnisi pur con chi si tace e vede: Questi miei son d'amor, quei d'odio segni.
Parlo a voi sol de' Regal Gigli erede; L'Aquila or taccio, empia cagione amara Che chi regina fu, serva oggi siede. Spesso anima gentil fallendo impara:
Tornivi a mente pur, che i giorni vanno, E morte è spesso de' gran fatti avara. Per voi pensa spogliar l'antico affanno La inferma Italia, che fia tosto morta,
Se a venir tarda il buon soccorso un anno: Pur che trovi a mercè chiusa la porta Tal che trionfa, né le gemme e l'oro Gli basti al non partir dalla via torta.
Crudel pietà per adunar tesoro Opra non fia dalla regale incude Usa di fabbricar più bel lavoro. Ah! non è sempre il perdonar virtude,
Ma i chiari merti altrui porre in oblio L'alto cammin del ciel mai sempre chiude. Il restar vincitor dono è di Dio: Quel che la palma ottien, mostrar si deve
Giusto all'ingiusto, a chi fu giusto pio. Non fu peccato, al mio parer, sì leve Non ricovrar quel dì la bella Donna Che per voi troppo amar giogo riceve.
Se la fêr già di sé maestra e donna Carlo e Luigi, e voi perché non siete Al sostenerla in piè terza colonna? Ahi di soverchio aver soverchia sete
Vi adduce in parte d'ogni dritto fuore Là 've chi il più desia men frutto miete. L'onor porta oro, ma non l'oro onore, E chi nol crede con suo danno il pruova,
Ché quel vive un sol dì, se questo muore. No' il mondo intorno, e quanto in lui si trova Val, Signor, di virtù pure una dramma. Poi che l'uom va sotterra, ella rinnova
Luce per tutto, e non perde mai fiamma.
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