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1495–1556

SATIRA QUINTA.

Luigi Alamanni

Carco forse talor di sdegno, amico Bruciol mio, siete, del novello stile Onde con voi degli altrui falli dico, Mostrando al mondo quanto basso e vile

È il suo imperfetto oprar, che tanto estima Che nulla alberga in lui chiaro o gentile. E vi dolete ch'or cantando in rima Ne' vostri campi la mia falce stendo

Tra le biade d'amor stancata prima. Io non posso negar che tema prendo Vostra non mia, che già molti e molt'anni Flora e Cintia lo san s'ad altro intendo.

Or che allentando gli amorosi affanni Sciolta ho la vista, onde più scorgo alquanto Gli error nostri passati e i certi inganni, Non posso più tacer: chi tanto o quanto

Tacer potria? Crispino e Nomentano Non abbian più tra' peccatori 'l vanto; Né si vergogni 'l nostro gran Toscano D'una Cianghella, un Lapo Salterello,

Ch'or chi mille ne vuol, non cerca invano. O viver nostro da virtù rubello! Di quello ond'altri già vergogna avea, Ornato oggi ti fai, giocondo e bello.

Allor chi 'l fren d'onor, folle, rompea, Schivato da ciascun solo in disparte Quasi sozzo animal sempre vivea. Chi non mette in seguir lo ingegno e l'arte

Onde Sardanapal men chiaro appare, Venere e Bacco, e non Apollo o Marte, Con mille scherni poi sente biasmare Lo intendere e 'l saper, ch'oggi follia

Sembra alle menti di mal'opre avare. Come soletta andrai per la tua via, Dice la turba, e come nuda e inferma Pallida e magra vai, Filosofia!

Che giova all'uom che colla fame scherma Quella prima cagion cercar del tutto, Onde si volge 'l ciel che mai non ferma? Il ricercar di quanto è qui produtto

La natura, il valor, qual moto al seme Faccia forma cangiar tornando in frutto? L'andar trovando perché asconde e preme Borea di neve il cielo, Austro di pioggia,

In Monton cresca il giorno, in Libra sceme? Il saper donde vien quando alto poggia Febo dall'Indo, o se s'attuffa in l'onde O dietro Atlante a riposar s'appoggia?

Il vostro è germe c'ha fioretti e fronde, Ma senza frutto al primo verno casca; Dice 'l vil vulgo disviato altronde. A noi basta saper che al mondo nasca,

Senza intender perché, chi d'ora in ora La sete e 'l gusto con dolcezza pasca. Basta a noi di saper se invêr l'Aurora Fa Candia od altri al suo vicin vergogna

Dell'umor di colui che Tebe adora. E se invêr l'occidente alla Guascogna Ceda Orliense, e se gli è falso 'l grido Ond'oggi tanto onor s'have Borgogna;

Quanto intra gli altri sia più caro nido Al dolce Bacco aperto colle e monte, Dove il Sol guardi e sia petroso il lido. Basti saper quanto più val la fronte

Del pesce ch'entro al Po purga ogni sale, E sia tanto miglior quanto più monte; Saper quant'oggi la nostr'arte vale; Da far forse arrossir chi troppo loda

La lepre e 'l tordo, e chi 'l rombo e 'l cinghiale. Colui ch'è saggio, quetamente goda Schivando ogni pensier, fatica e noia Che 'l viver nostro guerreggiando roda.

Che sente or quel di Tebe or quel di Troia? Quanto fôra il miglior, virtù fuggendo, Tra le piume e tra 'l vin passarsi in gioia! Ora io che stanco giorno e notte intendo

Questi e mill'altri ancor più sconci detti, Com'esser può di non morir tacendo? Più non posso tener nel sen ristretti Mille dolor, mille noiosi sdegni,

Da muover dentro i più selvaggi petti. Se il ciel ci niega i buon costumi e i regni Colle forze addrizzar, mostrinsi almeno Del nostro buon voler, cantando, segni.

Se il ciel per noi non può tornar sereno, Mostriam pur che veggiam la pioggia e il vento E che sempre adoriam che venghi meno. Fa quanto debbe chi non ben contento,

Quando non ha il poter, piange e s'adira Che al mondo veggia ogni valore spento. E voi contra il mio dir posate ogn'ira, Bruciol mio caro, né d'udir vi doglia

Satireggiar con voi mia bassa lira. E nel tempo avvenir, più che si soglia, Non dovete temer che tema manche; Tanto ci fia da dir, pur ch'altri voglia.

Mille man prima, e mille penne stanche Saran, che appieno il ver si senta e dica Onde più d'un fra noi s'arrosse e imbianche. Chi tutto vuol narrar, prende fatica

Di numerar quant'ha la notte stelle, Quante adduce erbe e fior la terra aprica. Seguiam pur tutti, ché ogni dì novelle (Così non fosse il ver) materie avremo,

Tanto da creder più, quanto men belle. E ben sel sa chi sente il mondo scemo D'ogni antica virtù, ripien di ragne; Onde i cor cinti e le trist'alme avemo.

Né l'Arïosto ancor di me si lagne, Il Ferrarese mio chiaro e gentile, Ch'oggi con lui cantando m'accompagne. Né il mio basso saper si prenda a vile,

Ché forse ancor (s'io non lo estimo indarno), Girando il verno in più cortese aprile, Non avrà a schivo il Po le rive d'Arno.

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