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1495–1556

SATIRA QUARTA.

Luigi Alamanni

O Santo Vecchio, a cui del ciel le chiavi Da quel che noi salvò fur date in terra, E lo sciorre e il legar le colpe gravi; Se giusto sdegno non gli torce e serra,

Deh! volgi gli occhi omai sopra il tuo gregge Che contro ai detti tuoi vaneggia ed erra. Mira color che la tua santa legge Forse imitaro un tempo, or fatti tali

Che pur gli ha a schivo chi ne parla o legge. Ben penserai fra te l'empie e mortali Colpe di quel che Dio privò del cielo Non esser quasi a queste d'oggi eguali.

Agli occhi lor s'adombra eterno velo Di quanti sono error, di quanti inganni, Tosto che han raso dalla testa il pelo. Non ha il mondo dolor, non porta affanni,

Che tutto da costor non nasca e viva, Lorda sementa di vergogna e danni. L'alta umiltà, la santa voglia schiva Delle pompe mortal, si trova in loro

Men che delfin nella selvaggia riva. Cercan per tutte vie terre e tesoro, Non per ornarsi delle sante fronde Di querce antica e d'onorato alloro;

Non per aver per cui sì larga abonde L'accesa carità dal divo esempio In quei che al mondo povertade asconde; Non per alzar nel tuo sacrato tempio,

O per donare a chi vilmente nega Il gran nome cristian dovuto scempio; Non per nutrir chi giorno e notte prega Il comun Redentor, che pio divegna

Di chi peccando al sentier manco piega. Anzi ciascun di posseder s'ingegna Per poi tiranneggiar questo e quel loco, Levando al sommo la vil gente indegna;

Per accender con quella eterno foco Infra regi e signor che mai non mora, Ogni danno che vien, prendendo in gioco. Guarda, alto vecchio, sopra cui dimora,

Già son tanti anni, quel sacrato manto Che tue membra vestì viventi ancora. Ben vederai ch'egli hanno in odio tanto, Quanto l'amasti tu, quïete e pace:

Tu bramasti altrui ben, questi altrui pianto. Oggi privo d'onor negletto giace Il nome ancor del tuo maestro eterno, Mercè di questi, cui ben far dispiace.

Come gioco talor mi sembra e scherno Veder, chi puote in ciel mandare altrui, Mandar se stesso nel più basso inferno. Forse error greve fia biasmar colui

Che per te leva le celesti insegne E t'appresenta co' seguaci sui. Ma l'opre di costor son fatte indegne Di quello onor che il nome solo apporta,

Più che le tue non fur di tempio degne. Ove han quella umiltà, tua fida scorta Al seguitar del tuo maestro i passi, Che la celeste via ti fe si corta?

Ove l'han, dirò? in far che ogn'uomo abbassi Le ginocchie e la testa, e monte in ira Il minimo di lor, se ciò non fassi? In ch'altro la superba mente aspira;

Che nel signoreggiar li uomini e Dio E quanto oggi per lui si muove e spira? A chi menzogna estima il parlar mio, Quanto la terra e 'l mar circonda e bagna

Dical per me, ché ben lo san com'io. Non porta cavalier sì fiero Ispagna, Sì pien di boria, sì sdegnoso e schivo, Come son questi onde ogni buon si lagna.

Ove han costor quel chiaro fonte vivo Di caritate, onde il gran vostro Duce Infuse a tutti voi sì largo rivo? Ove l'han, dirò io? ché tanto luce

In lor questa virtù ch'ogn'altra avanza, Quanto in abisso la celeste luce. Usan sol carità, s'hanno speranza Di poco seme molto frutto accôrre,

Come oggi par de' più cortesi usanza. Di lor nessuno a povertà soccorre; Credo bensì ch'a voi, Giovanni e Piero, Vorrian senza donar le reti tôrre.

Ma che dico io? ch'è non lontan dal vero Ch'usan più carità che il mondo insieme, In cui lascivamente hanno il pensiero. Folle chiaman fra lor colui cha teme

Spender ne' suoi desir tanto in un giorno, Che in mille ricovrar non abbia speme. Quale ha femmina pur dentro o d'intorno Sì vil Bologna, che se a Roma viene

Non abbia in breve d'abondanza il corno? Se quante Roma nel suo sen ritiene Cianghelle e Lapi, fosser Lini e Cleti, Forse del ciel avria più larga spene.

Taccian fra lor filosofi e poeti! Ché quella donna sol si ascolta e loda, Ch'aggia più modi al suo mestier segreti. Là non si trova chi trionfi e goda

Se non sa dir con quante e quai maniere L'ermafrodito i suoi vincigli annoda. Ché il soverchio mangiar, l'estremo bere Gl'induce a tal, che mal contenti sono

Nel natural confin lor voglie avere. E chi se stesso lascia in abbandono Dalla gola portar dovunque il mena, Moderato voler non sente o buono.

Nella privata lor più stretta cena Voglion di tanti vin, tante vivande, Che tal Lucullo pur ne vide appena. Ben si ponno schernir le antiche ghiande;

Ch'oggi convien che il ciel, la terra, il mare Novi altri cibi a satisfarli mande. Che tormenti crudel, che pene amare Sente il pesce e l'uccel davanti a morte,

Se alquanto segno d'amo o d'esca appare! Non trovò di martìr sì nuova sorte Sopra i cristian l'Apostata Giuliano Com'oggi in questi la Romana Corte!

Molto importa a saver s'in monte o in piano Venghin pasciute le selvagge prede, S'aggia riviera o mar presso o lontano; S'ivi il Settentrione all'Austro cede,

Ché quel dona sapor, quell'altro impingua, O s'all'aperto ciel, s'al chiuso siede. Così convien con arte si distingua Il sito, il tempo, l'aria e la stagione,

Opra di chiara e non d'oscura lingua. Che dirò del fagian, che del cappone, Che per aver più cara la pastura La madre e i frati nel suo ventre pone!

Né l'ingegnoso Dedalo tal cura Pose, fuggendo, a fabbricar quell'ale In cui già vinta si chiamò natura.

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