Da che stolti pensier, fra quanti inganni Questa vita mortal sepolta giace, Con che cieco penar si fuggon gli anni! Come è, caro signor, l'antica pace
Morta nel mondo, e la virtù sbandita! Sol vive e regna quanto al ciel dispiace. Ma chi 'l vede oggi? ogni uom dritta e spedita Crede prender la via ch'al ciel conduce
Scernendo altrui che forse l'ha smarrita. Pensa il crudel che sol la mente induce Al superbo regnar tra 'l sangue e l'oro Esser d'alta virtù viv'ésca e luce,
Seco biasmando quant'or sono o fôro Che Mercurio seguendo Apollo e Giove Menâr con pace i queti giorni loro. Né scorge il rio quanta più vera altrove,
Che in altrui danni, in altrui gloria e morte, Per chi sa ben cercar, gloria si trove. Sol che seco talor si riconforte, Che sopra il suo vicin si stenda il regno,
Alla ragione e 'l ver chiuse ha le porte. Né si cura al compir l'empio disegno Travagliar l'alma, tal che d'ogni posa Se stesso face in mille affanni indegno.
Se sonno il prende, di dormir non osa, Ché quanto sente andar morte gli sembra: Chi fa temere ogn'uom, teme ogni cosa. Nettare, ambrosia, ognor che li rimembra
Di suo spietato oprar, come talvolta Cicuta e tosco nel gustar gli assembra! Quella dolcezza ancor, che il mondo accolta Ha più che in altro mai, ne' fidi amici
(Né forse il crede l'uom), tutta gli è tolta. Non lui, non già, ma i giorni suoi felici Ama chi 'l segue, come san ben poi Quei che in esilio van soli e mendici.
E ciò intendendo, quanto il giovi o nôi A se medesmo appena aprir consente, Ché appena s'ama ei sol fra tutti i suoi. L'altro, che quale or noi drizza la mente
Ai fer tiranni che piangendo chiama Regi, Duci e Signor la sciocca gente, Gli danna e fugge, ed altrimenti brama, Che seguendo il suo stil, quaggiù trovare
Vivo pace ed onor, morendo fama. E per merci portar pregiate e care, Ricerca il Ponto e i rifei monti ancora, Né sa restar finché s'agghiacci il mare.
Non l'alto albergo in cui si tien l'Aurora Giace ascoso da lui, no 'l fonte estremo Onde il mondo a partir Nilo esce fuora. Né l'avaro voler tornando scemo,
Tenta nuovo cammin, dove non mai Vela ancor vide il gran Nettuno o remo; Per cui forse è nel ciel men chiaro assai Chi segnò Calpe, e n'ha vergogna ed ira
Chi di suo poco ardir s'accorge omai. Poi, qualor Euro più benigno spira, Cerca altro mondo, in cui sovente il Sole Stampa ombra dritta ovunque alluma e gira.
E vedendo ivi alcun forse si duole Di non tanto scaldar quanto altri disse, Che delle cinque pon due parti sole; Tal che i perigli, i lunghi error d'Ulisse
Scilla, Ciclopi, Arpie, Sirti e Sirene Di cui per mille allor si disse e scrisse, Son quasi nulla, ai gran travagli e pene Ch'oggi parte maggior del mondo cieco
Sol per oro acquistar quaggiù sostiene. Oh veder corto uman, c'hai tu con teco Se Dario o Crasso ancor men ricco sia! Nudo è poi tal, che più ricchezze ha seco.
Come lunge ha da sé la dritta via Chi per posa trovar sempre s'affanna, E dopo il pasto ha più fame che pria. Aprite gli occhi che l'usanza inganna:
Gloria stessa vi par quel ch'è vergogna, Pace quel sol che a faticar condanna. Altre arme, altro sentier prender bisogna Per cosa guadagnar, ch'altri si crede
Spesso in braccio tener, ma vegghia e sogna. Parte è nel mondo poi che sola erede Si fa di gloria aver, pace e virtude, E sola al suo estimar più lunge vede.
Questi son quei che dalla santa incude Trovan formate in noi leggi e costumi, Sotto cui forse il sommo ben si chiude. Questi, onde ogn'altro poi quaggiù s'allumi,
Volgon l'antiche e le moderne carte Chiamando il resto sol nebbia, ombre e fumi. Questa è infra tutti là più chiara parte: Rendale onor ciascun, ché n'è ben degna
Cui l'intender là su dal vulgo parte. Questa sol che il sentier dritto segna Di pace in terra aver, vita nel cielo, Sempre alto guarda, e mirar basso sdegna.
Come va ne' pensier cangiando il pelo Pallida e macra, e ben dimostra il volto Le vigilie, i digiun fra il caldo e il gelo! Come in lor sembra, a chi riguarda, accolto
Con mille altre virtù divin dispregio Di quanto apprezza il secol nostro stolto! Ahi cieca gente, che l'hai troppo in pregio, Tu credi ben che questa ria semenza
Abbian più d'altri grazia e privilegio; Ch'altra trovi oggi in lei vera scïenza Che di simulazion, menzogne e frodi? Beato il mondo che sarà mai senza.
Fugge ognor povertà, benché la lodi: L'esser casto ed umìl brama in altrui, A nostra libertà tessendo nodi. Chi potesse entro il sen guardar colui
Ch'alto sedendo di biasmar non stanca, Forse un vedrebbe in lui contrario a lui. O santa veste e bigia e nera e bianca, Quanto a te, più che al ferro argento ed auro,
Pace, fede e virtù talvolta manca! Non è posto entro al ciel d'essi il tesauro, Ch'avarizia, ambizion, l'ozio e le piume Non han servi maggior dall'Indo al Mauro.
Oh quanto è dal parlar lunge il costume! Questo è d'odio mortal, d'invidia pregno; Quel di vera bontà ci spande un fiume. Ah lingua, taci e schiva ira e disdegno!
Ché chi i difetti lor discuopre e canta, Del ben ch'altri ha lassù lo fanno indegno. Tacciomi adunque; or veggia il mondo quanta Viva in essi o in altrui di virtù forma.
Si dirà ben del ciel secca ogni pianta E che sia morto il ver, non pur ch'ei dorma.
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