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1495–1556

SATIRA NONA.

Luigi Alamanni

Quanto più il mondo d'ogn'intorno guardo, Onorato Giulian, più d'ora in ora Di voi sempre lodar mi struggo ed ardo: E veggio più quanto è dal vulgo fuora

L'invitta, onesta e chiara cortesia Che quasi in proprio albergo in voi dimora. Veggio, e per prova il so, quanto ella sia Da pregiare oggi più quanto è più rara,

E quanti ha men per la sua dritta via. Come il sent'io? come la coppia cara Meco il consente? ché fuggiam per lei Due già da morte, e l'un da vita amara.

Se non m'intende ogn'uom com'io vorrei, Ben m'intendo io, che la cortese mano Sentii sì larga ai gran bisogni miei. Oggi, chi cerca, s'affatica invano

Per ritrovar più d'un, che in grado prenda, Più che 'l profitto, un gentil atto umano. Non manca già chi fintamente spenda Tante, sì nuove e splendide parole

Quasi uno ardente amor lo sproni, e incenda. Poi che il bisogno vien, fur vento e fole Le sue impromesse, né 'l conosci appena, Sì contrario divien da quel che suole.

Oggi chi mostra aver la borsa piena, Quel trova amici; e chi la porta vôta, Nulla altro scerne che travaglio e pena. Qual giace in fondo dell'ingiusta ruota

Che i miglior preme sollevando i pravi, Non è vile animal che nol percuota. E tal che avanti nel tuo cor pensavi Per sangue e per amor congiunto e fido,

Sovente è il primo che il tuo peso aggravi. Molti han d'amici falsamente il grido, Che veggendo venir periglio e noia, Seguon Fortuna come 'l vulgo infido.

Mentre ha il ciel pace, e 'l verde tempo gioia, Stassi fra noi la rondinella vaga, Poi fugge il verno, quando il freddo annoia. Chiunque al mondo di parer s'appaga

Più che d'esser nel ver fidato amico, Fugge cui colpo di fortuna impiaga. Quando Arïete ha il Sol, nel colle aprico Si veggion vïolette e frondi e fiori,

Ch'è, quando torna il gel, nudo e mendico. Miser colui che in quel che appar di fuori Pon troppa fede, e follemente estima Che sempre nella lingua il cor dimori.

Il saggio in sé colla credenza lima La più gran parte delle altrui promesse, Né chiama amico, che nol provi in prima. Non derelitto e sol sarebbe spesse

Volte colui, che aver compagni crede, Se avanti al tempo rio così facesse. Porta danno in altrui la troppa fede, Come la poca aver, vergogna apporta,

E 'l profitto e l'onor nel mezzo siede. Ma tanti veggio per la strada torta, Che più ne intende chi si appiglia al meno, E il creder tardo è più sicura scorta.

Ahi! vôto di virtù, di vizi pieno Secol fallace e rio, ch'appena trovi Un amico fedel dentro al tuo seno. Or con disegni inusitati e nuovi

Si vende cortesia, quella pensando Non come altrui, ma a se medesmo giovi, Immaginando il loco, il come, il quando Util più rechi, quasi merce esterna

Che lunge venga il Rosso Mar solcando. Ma quanta men tra noi virtù si scerna, Più di voi lucerà chiara e cortese, Giulian diletto, la memoria eterna.

Più di una penna ancor farà palese Quanto al ben più d'altrui che al proprio stesso Fur giorno e notte vostre voglie intese. E se l'alto desir ch'io porto impresso

Or coll'opre adempir fortuna toglie, Le carte il pagheran ch'io rigo spesso. Sappia oggi il mondo come in voi s'accoglie Tanta chiara virtù, quanti occhi in Argo,

Fido soccorso e pio dell'altrui doglie, Magnanimo, gentil, cortese e largo.

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