Chi desia di veder come sia frale, Ligura Pianta mia, l'umana vita, Rivolga al ciel della sua mente l'ale. Ivi l'alta bontà vedrà infinita,
Spregiando il secol tenebroso e breve, Che al chiaro e sempre di lassù ne invita. Presso al fuoco, di cera, al Sol, di neve, Nostre speranze, e nostri van disegni;
E la gloria vedrà fuggirsen lieve. Vedrà l'ampie ricchezze, i nomi e i regni Altro non esser poi che incarco e pene, Doglie, affanni, sudor, corrucci e sdegni.
Ivi sculto vedrà quel sommo bene, E qui vedrà quanti del vero l'ombra In fosca nebbia vaneggiando tiene. E di quanti desir fallaci ingombra,
L'anime semplicette, che pur vanno Seguendo quel ch'ogni dolcezza sgombra. L'ora veloce, il giorno, il mese e l'anno, Senza misura aver di quando o come,
Là ci rimena dove i più si stanno. Quanti han deposte le terrestri some D'este membra mortai, sì care a loro, Pria che argentate sian l'aurate chiome!
Quanti partiti son qualor più fôro Nel suo perfetto oprar, dal ciel troncato Ogni disegno, ogni gentil lavoro! Ben, lasso! il so, che 'l nobil germe nato
Del tronco stesso ond'io fui posto al mondo, Ier si seccò nel suo più bello stato. Qualor mi sovverrà quanto giocondo, Onorato fratel, fu l'esser teco,
Fia l'alma schiva del terrestre pondo. Or sai, Fortuna, ch'io non son più meco, Che m'hai tolta di me la miglior parte. Ch'altro senza lui son, che muto e cieco?
Or son dal vento mie speranze sparte, Or agli onesti miei concetti chiari È fallito il poter, cessata è l'arte. Chi non seppe ancor mai, da me l'impari
Come in alma gentil morte non doglia, Quanto il perder tra noi pegni sì cari. Ahi Fortuna crudel, che il mondo spoglia In un momento sol di tanto onore,
Quanto in molti anni ritrovar si soglia. Caro sostegno mio, con teco muore Quanto di dolce avea; teco è sotterra Quanto esser può di noi pregio e valore.
Deh che doglia mortal, che cruda guerra La madre pia, la casta tua consorte Senton per te che poco marmo serra! O madre pia, quanto ha più dolce sorte
Colei sovente, cui dal ciel son date Del vïaggio mortal l'ore più corte! Or non vedreste in la canuta etate De' vostri germi l'un di morte preda,
L'altro d'esilio oppresso e povertate. Non fia chi più nel cieco mondo creda: Madre beata vi chiamaste un tempo; Or vien chi frutti e fior batte e depreda.
Ahi buon frutto gentil, come per tempo Senza conforto alcun lasciata hai quella, Da cui pur lunge omai troppo m'attempo! Quanti ha in un punto la tua fera stella
Con teco uccisi! Io 'l so, che ovunque io guardo, Veggio sol morte, e sol m'affido in ella. Or biasmo il tempo al suo volar sì tardo Per tôr me quinci, che a tôr te da noi
Fu più veloce, ohimè, che cervo o pardo! Senza esser teco, senza i detti tuoi, Che son nel mondo? che divenni un verme, Quando partendo non ti vidi poi.
Vane credenze nostre, cieche e inferme! Stando io lontan dal bel fiorito nido, Sole avea in te le mie speranze ferme. Lasso! ch'or nello estran gallico lido,
Onde ogni dolce, onde ogni bene avea, Solo amaro e dolor nell'alma annido. Tolto m'è il ragionar com'io solea: Troppo son ricco, s'a quel ch'amo e spero
Non tronca il fuso la fatale Dea. Or qui mi lasci, ahi non mi sembra 'l vero, Caro dolce fratello, a me più caro Che l'alma stessa, non pur terra o impero!
Or qui mi lasci; e se gran tempo avaro Troppo del viver fui, ne porto pena, Ché morto avrei men ch'io non ho d'amaro. Così tranquilla già, lieta e serena
Fu, mentre teco fui, la vita mia, Come or priva di te d'assenzio è piena. Un medesmo pensier le menti aprìa, Un medesmo desir; le voglie stesse
Che cadevan nell'un, l'altro sentìa. A che natura somiglianti impresse Sì l'alme in noi? perché in diverso loco Giovin morendo l'un, l'altro vivesse?
Come bramato avrei quel molto o poco Che m'avanza a' miei dì partir con lui, Per non restar della Fortuna in gioco! Or sarei lieto quale un tempo fui,
Poscia contenti al ciel n'andremmo insieme, Spregiando quel che più diletta altrui. Ah! che caldo desir la mente preme Di lui veder, che sin che gli occhi chiuda,
Lasso! non ho di riveder più speme. Ahi pigra morte, ahi pigra morte e cruda, Quante al primo fiorir troncate hai piante! E me pur lasci, di pietade ignuda.
Ah che, lasso! parlo io? l'eterne e sante Fraterne orecchie il mio dolermi aggreva, E 'l richiamarlo al basso mondo errante. Or nell'albergo suo non piove o neva,
Or non ha punto il cor da mille cure, Né 'l temere o sperar lo inchina o leva. Or le andate fatiche, or le future Non han più loco in lui, non sente duolo
Che il mortal dolce poco tempo dure. Le stelle erranti e l'uno e l'altro polo Sotto a sé scorge; e noi che in vita semo, Non veggiam tutti quanto vede ei solo.
Or ben m'accorgo che 'l dolore estremo, Ligura Pianta mia, qual dite ognora, Più del mal nostro che dell'altro avemo. Io, vago di schivar chi più m'accora
E lui godermi nell'antica pace, Bramo indi trarlo, ove ogni bene adora. Santo fraterno amor, ch'oggi mi face Nel medesmo desir crudele e pio,
E quel più ricercar che a lui più spiace! Chi tôr l'alma vorrìa davanti a Dio Per ritornarla in la prigione oscura Del guasto mondo, scellerato e rio,
A riveder quanto tra noi si cura, Più che del proprio ben, degli altrui danni, Là dove invidia ogni dolcezza fura, A riveder quaggiù gli estremi inganni,
L'ascoso visco tra i fioretti e l'erba, Ove al torto cammin si volgon gli anni; A riveder quanto d'onor si serba A chi più sa mostrar vermiglio il braccio
Nel sangue pio, nell'altrui morte acerba; A riveder come di piombo e ghiaccio Sian fatte al bene oprar le menti umane, E come oggi ai miglior si tessa il laccio;
A riveder tante fatiche vane, A riveder le nostre terre oppresse Dal furore inuman di genti estrane; A cose rivedere, ond'oggi spesse
Volte più doglia assai nell'alma avresti, Che di morte crudel null'altro avesse? Beato dunque chi disciolto resti Dallo incarco mortal, prendendo palma
Del dritto andar, dei santi passi onesti. Resta oggi in pace: e la terrestre salma, Ch'or quaggiù senza te portar mi noia, Di fraterna pietà t'ingombri l'alma.
Né ti faccia minor l'eterna gioia Il sentirti chiamar da' miei sospiri, Che avrò sempre compagni infin ch'io muoia. A voi dolce seren de' miei desiri,
Ligura Pianta, omai molesto sono In troppo ragionar de' miei martìri. Ma de' miei pianti il doloroso suono Se gli altri aggreva, me medesmo ancide,
Perciò spero trovar pace e perdono, Scorta onorata, che a virtù mi guide.
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