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1495–1556

SATIRA DECIMA.

Luigi Alamanni

Poscia che lunge voi lasciando vidi, Magnanimo signor, Durenza e Sorga, E del gallico mar gli amati lidi, Temo che nova maraviglia sorga

In voi, sentendo che sì tardo e lento Alla penna la man già stanca porga, Forse pensando in me scemato o spento Quello ardente desir, ch'eterno fia

Al chiaro onor di vostro nome intento. E perché più senza scusar non sia Questo silenzio, se di udir vi cale, Dirò qual è, signor, la vita mia.

Qui canto ognor colle mie muse, quale Mi sforza il tempo, coll'usanza antica, Ch'altro rimedio al mio languir non vale. Ma perch'assai pensar la mente intrica,

E 'l gran diletto che soverchio dura Torna col tempo, altrui doglia e fatica; Dallo stil mio condotto e da natura, Men vo talor fra vaghe donne e belle,

Forse compunto d'amorosa cura. E mentre colla vista or queste or quelle Vo misurando, e commendando in parte, Mi risovvien delle mie chiare stelle.

E nei lor volti cerco a parte a parte L'angeliche beltà, gli alti sembianti Onde son piene, oimè! cotante carte. Una tra l'altre m'appresenta quanti

Dolci atti e sguardi la mia Coppia cara Usò il dì primo de' miei lunghi pianti. Questa con tale ardor si mostra avara Della mia libertà, che a poco sono

Di non sentir la terza piaga amara. E nel primo apparir congiunti sono Di Cintia il vago, e la beltà di Flora, Che mi fan pur amar quand'io ragiono.

E se tanto splendor quaggiù non fôra (Che pure è sozzo a dir) nato in Provenza, Sarei più vinto che mai fossi ancora. Oh se, com'ella ha qui Sorga e Durenza,

Così gustato avesse Arno e Mugnone, Il terzo chiaro onor vedria Fiorenza. Ma qual può farmi amar dritta cagione Gli spirti provenzal? che affermo e giuro

Che son bruti animal senza ragione. Ma lasciam questo andar, di ch'io non curo, Che di porci parlar sarìa più degno, Onde ogni chiaro stil verrebbe oscuro.

Ma quel che andar mi fa pien d'ira e sdegno, È 'l trovar fra le donne un tal costume Torto nel tutto dal diritto segno. Io mancherò di dir come ogni lume

Di valor, di virtù, di gentilezza, Fugga da lor, come dall'alpi il fiume. Qui tra i servi d'amor s'annulla e sprezza Nobiltà d'alma, lealtade e fede,

Quanto gemme e tesor si onora e prezza. Ben vi so dir che qui negletto siede Parnaso e i lauri, e che all'argento e all'oro Febo, Vener, Minerva, e Marte cede.

Qui non bisogna ordir sottil lavoro Per adempir te sue bramose voglie, Che ricchezze mostrar basta con loro. E per parlar di chi talor mi toglie

I pensier delle muse, e in sé gli porta Del mio piagato cor cercando spoglie, Questa men forse che molt'altre accorta Pensa in me molti, né conosce in cui,

Dei ben ch'al mondo la fortuna apporta. Né pensar può che omai gran tempo fui Nuovo Biante, se già più che mio Dir non volesse quel ch'io debbo altrui.

E bench'io il giuri, allor pensa ella ch'io Saggio più d'altri le ricchezze asconda, E più le vien d'incendermi desio. Qui più di grazia ingiusta mercè abonda,

Che il povero cortese, il ricco avaro; E più che il frutto buon, la bella fronda. Così tenuto son pregiato e caro, Non perch'io doni, ché il poter m'è tolto,

Ma falso immaginar mi rende chiaro. Sono, ov'io vegna, dolcemente accolto; Né pensate, signor, che quanto io dico Oltre un dolce parlar s'estenda molto.

Ben si chiama signor, fratello, amico Altrui portando fronde, erbette e fiori, Ognor dagli orti, ovver dal campo aprico. E di dolci baciar gli accesi amori

Pascon sovente, ché in men pregio gli hanno Che non ha il porco i più soavi odori. O Flora o Cintia, in che doglioso affanno Pregai gran tempo che mi déssi un solo

Di quei che queste a tutto il mondo danno! E tal uccel qui pensa al primo volo Giunger la preda, ch'è più lunge assai Che la torrida zona al freddo polo.

Io nel primiero di meco pensai, Alle grate accoglienze, ai detti e sguardi, D'esser caro a costei più d'altro mai. Né dir potrei con che pungenti dardi

M'entrò speranza d'aver quello in breve Ch'io non aspetto or più per tempo o tardi. E pur m'accorsi alfin quanto di lieve Diano a ciascun menzogne sì soavi

Da metter fuoco nell'alpestre neve. E l'ultimo a venir tenga le chiavi In man di queste, e mille volte e mille Falsamente giurar nïente aggravi.

E colei che d'amor vive faville Accenda in altri, lei restando un ghiaccio, Ha più nome ed onor per queste ville. Poi, come uno han nell'amoroso laccio,

Con mille sdegni, scherni e gelosie Van procacciando alla trista alma impaccio. Usar nei servi oneste cortesie Hanno in vergogna, e colle abiette genti

Assai più del dover son larghe e pie. E questo fan, perché le basse menti Sempre hanno in pregio chi le sprezza e fugge, Gli altri fuggendo all'onor d'esse intenti.

Ora io, che ho l'alma che s'intende e strugge Di poca fiamma per l'antica usanza, Non so che, sento, nella mente rugge. Ma di tosto guarir porto speranza,

Ché amar chi inganni, e che ben mostri amarme, Sarìa vergogna che ogni doglia avanza. Tempo è venuto omai ch'io mi disarme D'ogni altro amore, e vo' che Cintia porte

L'ultima del mio cor le spoglie e l'arme. Ma mentre io cerco di novelle scorte Per trarre il piè da sì dannosa strada, Si fuggon l'ore al mio disegno corte.

Ma se ben tolto m'è, quanto m'aggrada, L'esser con voi, con la mia penna almeno, Magnanimo signor, ovunque io vada, Son con voi sempre, e voi ritengo in seno.

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