Non sien, Padre del ciel, per me negate Le sante orecchie, e le mie ardenti note Tocchin piangendo l'alta tua pietate. Quai pentite alme al vero ben divote
Ritornaron già mai dal vivo fonte Della clemenza tua con l'urne vôte? Tu non negasti ancor salire al monte Della tua grazia a chi pregando chiede
Che gli apra il varco, onde là su si monte. Ch'altro vuoi tu che penitenza e fede? O che vil pregio a possession sì cara! Ben chi non compra te, niente vede.
Ben alma è ingrata e più d'ogn'altra avara, Se te non compra, che comprasti lei Col sangue stesso e con tua morte amara. O re de' re che infra più stolti e rei
Te festi, a noi salvar, servo de' servi, Non sia duro il cor tuo ne' detti miei. Quest'alma, prego, che al tuo regno servi Con quello amor con cui servasti quello
Che senz'aver parenti ebbe ossa e nervi. Io che al tuo comandar fui già rubello, Torno a te richiamar la notte e il giorno Piangendo il tempo di mia età più bello.
Deh! ch'io non vegga con mio danno e scorno Torcer dal mio pregar la fronte pia Ond'ho speranza andar di grazia adorno. Senza la qual fatt'è la vita mia
Quasi erba in prato dalla falce incisa, Quasi fior colto che vegnente sia. Vo ripetendo le mie colpe in guisa Di passer solitario in alcun tetto,
O d'orba tortorella in ramo assisa. E mentre di dì in dì la morte aspetto, Sento degli error miei fascio sì grave, Ch'io non lo so portar nel tuo cospetto.
E quel che pur tra molti è che m'aggrave, È il veder sempre quanta vil fra noi Solo al ventre curar fatica s'ave. Quanto, oltre al danno, è pur vergogna poi
L'esser più intento assai che il porco al loto Al consumar tra i cibi i giorni suoi; L'esser di Bacco tal servo e divoto, Che postergando ogni leggiadra cura
Guasti il fior dell'età vivendo a voto. Come sazia di men sarìa natura Di quel che spesso oltr'a sue voglie prende, Che l'intelletto in noi con gli anni fura.
Oro, tempo, pensier tra noi si spende Non per fame acquetar, ché più cara ésca È quella, che in mangiar più fame accende. Or io, Signor, come l'usanza invesca,
Se mai gli altri seguii, ne piango, e prego Che di mie cecità talor t'incresca. Io nol posso negar certo, e nol niego, Che il mondan fango non mi prema l'ale
Che or forse in alto per tua grazia spiego. Versa quell'acqua in lor, che sola è tale, Ch'ogni lordura sgombra ovunque inonda Ch'argomento mondan più nulla vale.
E lo spirto divin nel cor s'infonda Sì ch'io lo pasca dell'eterna manna, Sprezzando l'esca, onde la vita abonda, Che chi va senza te sovente inganna.
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