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1495–1556

SALMO SETTIMO.

Luigi Alamanni

Apri, o santo Signor, le labbra mie, E vigor porgi a questa lingua stanca Ch'a pianger torna le sue colpe rie: Le colpe rie, per cui s'arrossa e imbianca

Spesso la fronte di vergogna e tema, Ché il tempo fugge, e 'l mio peccar non manca. Guardando entro al suo sen l'anima trema, Torna lieta in guardar la tua pietate,

E vive come l'uom che speri e tema. Lasso! nel fango è la passata etate, E di quelle avvenir son l'ore incerte Più che al verno seren, nube alla state.

Com'or nel mondo, altrui piane ed aperte Son quelle vie per cui si scende a morte, Come quelle del ciel son chiuse ed erte! Non si può gir senza celesti scorte

Per questo periglioso aspro viaggio Senza prender talor le strade torte. È la vita mortal bosco selvaggio Pien di lacci infiniti, visco e reti,

Ove più incappa chi si tien più saggio. Quanti in lor detti son disciolti e queti, Ch'altri di quei tutto invescato ha il piede, Altri ha mille lacciuoi nel cor secreti!

Quante son esche al mondo, ov'altri crede Spesso vivendo aver diletto e pace, Che l'amo ascoso miserel non vede! Quel più di tutto al gusto infermo piace

Che all'alma è tosco, e tosco quello appare In cui salute eterna e vita giace. Chi non prende al passar quest'aspro mare Te suo timon, sua stella e suo nocchiero,

Vede ir preda il suo legno all'onde amare. E chi t'ha seco, al gir non ha mestiero Di remi o vele, ché col piè sicuro Può calcar l'onde, come avvenne a Piero.

Fassi aperto e sereno il tempo oscuro, Scilla non latra, né Cariddi invola, Spiega Nettuno il sen tranquillo e puro. Ma l'alma inferma, giovinetta, e sola

In mar, tra scogli, o tra l'insidie in bosco, Qual maraviglia fia se a morte vola? Qual maraviglia, se quel dolce tosco Che inganna molti m'aggradò molt'anni,

Senz'altro lume, semplicetto e losco? Però, vero Signor, non mi condanni L'alta giustizia, ma pietade abbonde Ov'ho mancato in fabbricar miei danni.

Sai, senza dirlo e se fioretti e fronde Sol seguìto ho fin qui, lasciando il frutto Per cui la grazia di lassù s'infonde. Sai, senza dirlo, se il mio tempo tutto

Contra i tuoi detti, e contr'a mia salute Ho vaneggiando a questa età condutto. Sai come lento a seguitar virtute, Ché intra i pigri pensier, l'ozio e le piume

Fur gli studi e vigilie al ciel dovute. Come sovente per suo rio costume Gli occhi aggravati, e da letargo offesi, Odiâr se stessi, il mondo, il giorno, il lume.

Né, lasso! unquanco a risanarli intesi: Or verrà forse il fisico gentile Che ristora in un punto i giorni e i mesi. Manda, o dolce Signor, più dolce aprile

Sopra il mio pigro, freddo, tristo verno, Ch'or mi fa ghiaccio a seguitar tuo stile. Deh! ch'io non resti a penitenza e scherno Col tuo avversario, né dal santo trono

Mi venga il grido, dello esilio eterno. Trovino i falli miei, Signor, perdono: Ma il santo erario di pietà infinita Come parco a me fia d'un picciol dono,

Già largo in terra di tua stessa vita?

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