Dal cieco abisso d'esto mondo infermo Chiamo a te, Padre, ch'al mio pianto intenda Senza cui nulla val con morte schermo. Pregoti, alto Signor, che in me s'accenda
Quel santo spirto che là su conduce, E che 'l nemico invan suoi lacci tenda. Presenta all'alma quella eterna luce Ch'oggi pur veggio, o di veder mi sembra,
Di penitenza ch'è mio specchio e duce. Piango, Signor, che tardi mi rimembra Che mille offese in ricompensa ho dato Alle tue sol per noi piagate membra.
Fui pur da te più di te stesso amato, Che per pace a me dar portasti pena: Io ch'altro son che sconoscente e ingrato? Ch'altro son io, che nel tuo nome appena
Spendo del giorno e della notte un'ora E di cure mortai tal volta piena? E quando ognor dall'una all'altra aurora Umìl piangessi i tuoi portati affanni,
Che parte di dover compita fôra? Dico durando ancor mille e mill'anni, Send'io vil verme, tu del ciel signore; Sendo nostro il fallir, tuoi soli i danni.
E noi siam ciechi, e sì del dritto fuore, Che ben per poco avvien ch'ira e disdegno Molto più che ragion ci avvampi il core. Ahi! quante volte che al mio van disegno
Non pervenne il desir, con detti ed opre Spregiai il gran nome tuo, schernii il tuo regno. Mentre il cruccioso ardor mi scalda e cuopre La mente offesa con che folle ardire
Accusiam tuo valor che nulla adopre! E in noi talor di poco biasmo udire Tal furor nasce, che donar perdono A chi 'l domanda pur non può soffrire.
Dunque io, Signor, se tal fui sempre e sono, Come or potrò nell'alta tua presenza, Quel che altrui già negai, chiederti in dono? Con qual vergogna, oimè, con qual temenza
Per queste umil preghiere a te richiamo Le quai mostrasti a chi non fu mai senza! Cancella, Padre, quanto a te dobbiamo Come noi cancelliam chi deve a noi,
Né delle tentazion ci apprenda l'amo. Sien sempre lunge i fier nimici tuoi, E noi fa' d'ogni mal sicuri e scarchi, Per tua santa pietà mostrando poi
Come al tuo regno di quaggiù si varchi.
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