Beato al mondo chi si sente scarco Sì d'ogni colpa, che timor non ave Del ciel crucciato al periglioso varco. Beato quel c'ha di suo cor la chiave
Renduta a Dio, né prezza il mondo cieco, E del nemico uman quaggiù non pave. Rara grazia immortal ch'oggi hai con teco Sì pochi, estimo, ch'io mi rendo indegno,
Sì vile e infermo, di bramarti meco. E come di tal don sarò mai degno, Che tante volte e tante offeso ho il cielo, Ch'io son, non ch'altro, a me medesmo a sdegno?
Io credea meco già, mosso da zelo Che muove forse i più, non oprar torto Fin che squarciato fu dagli occhi il velo. Or son del tutto con mio danno accorto
Che chi in cosa mortal mette sua spene È, mentre vive pur, perduto e morto. Ch'altro aver qua si può che affanni e pene? E chi possiede e regna in terra e in mare,
Una vil possession d'un giorno tiene. Come son merci più d'ogn'altre care, Gioie comprar con suo sudore e sangue, Che se dilettan pur non pôn durare.
Deh! come sempre sta nascoso l'angue, Non tra' fior dico, ché son tutte spine Onde poi morto sì sospira e langue. Ahi cieca gente, che non guarda al fine,
Né scorge pur quel c'ha davanti al piede, Quasi bruto animal che 'l senso inchine! S'amor portassi, caritade e fede A chi ti diè l'eterna sua sembianza,
E t'ha ratta, se vuoi, del cielo erede, Forse ad altro sentier la tua speranza Volgeria il passo, che al caduco e frale Ov'altro che pentir nulla s'avanza.
Cercheresti ad ognor le sante scale Per cui si monta al glorïoso seggio Con quel che già per noi si fe mortale. Ed io, caro Signor, ch'aperti veggio
Ora i difetti altrui, se in sen mi guardo, Ben conosco il miglior, ma seguo il peggio. Talor di te seguir m'avvampo ed ardo, Poi mi ripunge tal del mondo sprone,
Che pur correr mi fa bench'io sia tardo. Non son sì forte, che qualor s'oppone Gloria, regno ed onor davanti a gli occhi, Non sian d'altro desir nova cagione.
Né poss'io far, che non sovente scocchi Qualche invidioso stral dentr'al mio petto, Che mi fa spesso errar con li altri sciocchi. Quanti ho negli anni miei già visto e letto
(Che m'arser di livor le acute voglie) Egregi fatti, tacer saggio, o detto? D'antichi e nuovi le onorate spoglie Come già volentier vestite avrei,
Che non potend'io far m'addusse doglie. Dunque, alto Dio che sì pietoso sei, Cui le piaghe mortai mostro e confesso, Scenda alquanta pietà nei falli miei.
E il santo spirto tuo m'allumi spesso, Scorgendo il varco ove smarrito fui, Sì ch'io non brami ancor folle in me stesso Quel che saggio biasmar debbo in altrui.
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