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1495–1556

SALMO PRIMO

Luigi Alamanni

Signor del ciel cui nulla ascoso giace, Ma tutto dentro e fuor si mostra aperto, Dammi oggi, prego, la tua santa pace. Trammi, Signor, di questo aspro diserto

Delle rie colpe, e tua somma pietate Se stessa guardi in ciò, non quel ch'io merto. E s'io, come ben sai, molte fïate Ho il tuo gran nome e me posto in oblio

Pel cieco onor d'esta mondana etate, Perdona il mio peccar, verace Iddio, Ch'io veggio or ben con che già folle ardire Quel ch'era di te sol chiamato ho mio.

Quanto ho bramato, ahi van nostro desire! Superbamente già d'alzarmi a volo, U' scende più chi più crede alto gire; Come già di tua grazia ignudo e solo

Il mio falso veder, che nulla vede, Pregiato ho molto intra 'l vulgare stuolo: Come al mio travagliar sol per mercede Bramato ho sempre quel vil fumo ed ombra

Che ha nome gloria dei men saggi erede. Pur poi che falsa nube or non m'adombra, Con le ginocchia della mente inchine Torno a quel lume ch'ogni vizio sgombra.

Volgi omai gli occhi alle pungenti spine Di penitenza, che m'avvince il core, Tal che i pianti e i sospir non han mai fine. Deh quell'alta pietà, quel sommo amore

Che indusse a morir te, ritorni in vita L'alma smarrita che peccando muore. Ma cotal sempre fu lassù gradita Verace doglia di sue colpe antique,

Ch'io spero pace in ciel, nel mondo aita. Voi che seguite ancor le strade oblique, State a me lunge, ch'a' miei pianti intende Chi può sol perdonar nostr'opre inique.

E quel perdona più cui più l'offende. Già miei preghi e sospir pietoso accoglie, Già nel devoto cor sua grazia ascende. Omai cangi in vêr me le crude voglie

Il mio avversario; e di vergogna cinto Vesta nuovi desir, gli antichi spoglie, Restando da chi può turbato e vinto.

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