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1495–1556

MORTE DI ADONE.

Luigi Alamanni

Piangiamo Adon, ché il bello Adon è morto. È morto il bello Adon, ché piange amore. Lascia, o Venere bella, il verde e il bianco; Lascia il vermiglio, e in brune spoglie avvolta

Con chiome sparse, e percotendo il petto Vienne gridando: il bello Adon è morto: Piangiamo il bello Adon, che piange Amore. Giace negli alti monti il bello Adone

Dal perfido cinghial percosso il fianco, E lo spirto fuggendo a poco a poco Fa piangendo gridar: Ciprigna, omei. Fuor con la vita sua distilla il sangue

Che il vivo avorio crudelmente irriga. Scuransi i lumi bei, le ardenti rose Lascian le labbra che il pallore ingombra, Né più baciar le dèe chi tanto l'ama!

Pur la bella Ciprigna, ancor non morte Le stringe e tocca, e tu nol senti, Adone, Come i fuggenti spirti anco richiama. Piangiamo il bello Adon, ché piange Amore.

Ahi dura piaga che ha nel fianco Adone! Ahi dura piaga che ha Ciprigna in cuore! Al morto giovinetto intorno piange Il suo più fido can, piangon le ninfe,

Piangon gli augei, le piante, i fiori; e l'erbe; Ma più Ciprigna assai che scinta e scalza Va pei boschi correndo, e tronchi e spine Le offendono il bel piè, le chiome e il volto.

Ah perch'esser sì crudi, o sterpi, o sassi, Quei nei sacri capei, nel sangue questi? Ma poco a lei ne cal, ché nulla apprezza Bellezza o sangue, né se stessa ancora,

Mentre il più caro ben tien morto innanti, E il piange e chiama, né risponde o sente. O sventurato Adon, che n'abbandoni? Che n'abbandoni? or queste dolci labbra

Non conoscon le mie, che tanto amâro! Svégliati alquanto, e non ti spiaccia almeno Darmi nel tuo partir l'estremo bacio, L'estremo bacio, e il tuo fuggente spirto

Venga in le labbra mie, passi entro al core Ove stia con amor mille e mill'anni, Si caro ognor come vivendo fue, Come morendo poi mi schianta l'alma.

Ma lassa lassa, al pallido Acheronte Lunge ten fuggi, né il mio pianto ascolti, Al pallido Acheronte, al negro impero. Deh perché il tuo cammin seguir non posso?

Or chi pensò giammai che il terzo cielo Porti invidia a colui che corre a morte, E di eterno regnar si dolga e pianga? Oh quanto più di me sei tu beata,

O Regina infernal, ch'eterno avrai Teco il mio bello amante: a me sol pianto E memoria di lui nel core avanza. Ahi crudo Adon, come bellezza tanta

Mettesti in rischio alle rabbiose fere, Né di lei né di me pietà ti venne? Così Vener dicea piangendo Adone. Sì mi piace il tuo dir, che meno assai

Piace al tenero agnel novella fronde, Ed agli armenti tuoi l'erba d'aprile; Bench'è assai tempo, un sicilian pastore Quasi il medesmo udii cantar sovente,

Giugnendo ancor de' pargoletti Amori Dolce risposta di Ciprigna al canto, Che, se ben mi sovvien, così dicea: Piangiam tutti ad ognor che piange Amore.

O santa madre, il bello Adone è morto. O Vener bella ch'altrettanto pianto Versi dagli occhi ch'ei dal fianco sangue, E ciascun nel cader la terra adorna,

Ché quel fa bianchi fior, quest'altro rose. Piangiamo Adon, ché il bello Adone è morto. Lascia, o bella Ciprigna, il bosco omai, Ché assai pianto ed onor porta il tuo sposo.

Vedi or composto Adon per nostre mani Sopra il purpureo letto, il letto antico Che già fu di voi due sostegno spesso. Vedi ch'è morto, e morto è bello ancora,

Tal che non morto, anzi dormir ne sembra, Qual fea più volte dalla caccia stanco, Ch'eri tacendo a riguardar sì fissa Pur de' fior che premea gelosa intorno.

Vengan, Ciprigna, in questo aurato letto Quante ghirlande son, quante erbe e frondi, Quanto ha verde il terren, quanto ha il ciel chiaro, Quanto ha il mar lieto, e dolce e fresco d'acque,

E col tuo vago fior si perda aprile; Ché dopo il morir suo, dopo il tuo pianto, Veder non si convien che notte e verno. Quanti ha incensi e liquor, quanto ha d'odore

E l'Arabo e il Sabeo sopr'esso spanda, Ché altrove non avran più degno albergo. Tal piangean tutti i pargoletti Amori. E qual d'essi svegliea le crespe chiome,

E ne onorava il ricco letto intorno; Quel donava gli stral, quell'altro l'arco, Quel la faretra, e il suo più caro pegno Dava in onor ciascun del bello Adone.

Chi il sanguinoso ammanto al morto spoglia, Chi con bei vasi d'or chiare onde porta, Chi lava il fianco, chi battendo l'ali Cerca in lui rivocar gli ardenti spirti,

Piangendo il bello Adon, ché Adone è morto. La face marital spense Imeneo, E la ghirlanda sua squarciossi in fronte, E invece del cantar gridava: Omei,

Lasso al mio regno! il bello Adone è morto. Piangean le Grazie che l'amàr già tanto, Né con men doglia che Ciprigna stessa Gridando: Ahi lasse, il bello Adone è morto.

Pianser le Parche, e lui piangendo accolse La sposa di Pluton, Cerbero il crudo Latrar non seppe, anzi piangendo il vide. Piangiamo il bello Adon, ché piange Amore.

O Vener bella, più non senta oltraggio Il bel petto divin, le sante chiome; Fa' co' duri sospir, col pianto tregua, Ché in Dea mal si convien soverchia doglia.

Così finio Dameta, e Dafni allora, Lui ringraziando, al sicilian Poeta Tutto ripien d'amor cantò cotale. O fortunato vecchio almo pastore,

Per cui Sicilia eternamente ha vita E Siracusa tua perpetua lode, Se la zampogna mia, se il canto mai Oltre alle rive d'Arno il corso stende,

Tu il mio maestro sei, tu scorta e duce, E quanto onor n'avrò da te mi fia. Così parlando, il ciel già bruno intorno Fece al fin segno al buon Dameta e Dafni

Che tempo era a trovar l'albergo omai.

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