Già nel bel regno tuo rivolgo il passo, O barbato Guardian degli orti ameni, Di Ciprigna e di Bacco amata prole; Che minaccioso fuor mostrando l'arme
Pronte sempre al ferir, lontane scacci, Non di aurato pallor ma tinte in volto D'infiammato rossor, donzelle e donne. E voi, famoso re, che i gigli d'oro
Alzate al sommo onor, porgete ancora Quell'antico favor che tempra e muove E la voce e la man, ch'io canti e scriva; Ma non pensate già trovar dipinto
Dentro alle carte mie l'arte e gli onori, I frutti peregrin, le frondi e l'erbe, La presenza e gli odor del culto e vago Sacro giardin che voi medesmo, poscia
Ch'a più gravi pensier donato ha loco L'alta mente real, formando andate Lungo il Fonte gentil de le belle acque. Non s'imparan da me gli antichi marmi,
Le superbe muraglie, e l'ampie strade Che 'n sì dotta misura intorno e 'n mezzo Fan sì vago il mirar, ch'avanza tutto Del felice Alcinoo, del saggio Atlante
Quanto scrisse giammai la Grecia e Roma; Né il lucente cristallo e 'l puro argento Per gli erbosi cammin con arte spinti A trar l'estiva sete a i fiori e l'erbe,
Con sì soave suon, che 'nvidia fanno A quel che in Elicone Apollo onora; Poi tutto accolto in un ch'ogni uom direbbe Che Diana gli è in sen con tutto il coro;
E nel più basso andar riposto giace D'un foltissimo bosco, ove non pare Che giammai piede umano orma stampasse. Quante fïate il dì Satiri e Pani
Tra le Driade sue, selvagge Ninfe, Lo van lieti a veder, cantando a schiera, Di maraviglia pien, tra lor dicendo Ch'ogni suo bene il Ciel mandato ha loro!
E riverenti poi la vostra immago, Come cosa immortal, con voti e doni Cingon d'intorno, e 'n boscherecci suoni Empion le rive e 'l ciel del vostro nome!
Poi l'albergo real dentro e di fuore, L'alte colonne sue, gli archi e i colossi, Ond'il Graio e 'l Latin con ogni cura Per rivestirne voi spogliâr se stessi,
E si spogliano ancor; come lor sembra Oltra il creder uman divina cosa! Quante fur, Prassitele, Apelle e Fidia, Di quelle opre miglior ch'aveste in pregio
In Efeso, in Mileto, in Samo, in Rodo, Ch'or le vedreste lì congiunte insieme! Or di sì gran lavor, sì raro e vago, Non sono io per parlar: ben spero ancora
D'esse, e d'opre maggior dei padri illustri Ond'il sangue traeste, e di voi stesso Cantar con altro stil tanto alti versi, Che i nomi che già fur molti anni ascosi,
Rimonteranno al ciel con tanta luce, Che loro invidia avran Troia e Micene: E la sacra Ceranta andar più chiara Vedremo allor, che per le dotte piume,
Già nel tempo miglior, l'Eurota e 'l Xanto. Ma prima seguirò con basse voci, Ove deggia il cultor e con qual arte Governar il giardin, che sempre abbonde
(Senza averlo a comprar) la parca mensa Dei semplici sapor, di agrumi e d'erbe. Prima a tutte altre cose, al felice orto Truovi seggio il vilian, ch'aprico e vago
Tocchi l'albergo suo, talché stia pronto L'occhio e l'opra ad ognor, né gli convegna Lunge andarlo a trovar; così potrasse Or la vista goderse, or l'aria amena,
Or gli spirti gentil che i fiori e l'erbe Spargon con mille odor, facendo intorno Più salubre, più bel, più chiaro il cielo; Né il rapace vicin, la greggia ingorda
Potran danno apportar, ch'ascoso vegna: E 'l giovenco e 'l monton la mandra e 'l letto Tengan così vicin, che in pochi passi Possa il saggio ortolan condurvi il fimo
Ch'è la mensa e 'l vigor della sua speme. Sia dall'aia lontan, perché la polve Della paglia e del gran dannosa viene. Quel si può più lodar, che 'n piano assegga
Pendente alquanto, ove un natio ruscello Possa il fuggente piè drizzar intorno, Come il bisogno vuol, per ogni calle: Ma chi nol puote aver, sotterra cerchi
Dell'onda ascosa; e se profonda è tale, Che già l'opra e 'l sudor sia più che 'l frutto; Ove più s'alze il loco, ampio ricetto O di terra o di pietre intorno cinga
Per far ampio tesor l'autunno e 'l verno D'acqua che mande il ciel, perch'ei ne possa All'assetata estate esser cortese. A chi fallisse pur con tutti i modi
Da poterlo irrigar, più addentro cacci, Quando zappa, il marron; ch'è il sezzo schermo Contro al secco calor del Sirio ardente. Chi vuol lieto il giardin, la creta infame
Deve in prima schivar; poi la tenace Pallente argilla, e quel terren noioso Che rosseggiando vien; l'imo e palustre, Ove in bel tremolar coll'aure scherzi
La canna e 'l giunco; e 'l troppo asciutto ancora, Ch'abbia il grembo ripien d'irti e spinosi Virgulti e sterpi, o di nocenti; e triste E di mortal liquor produca l'erbe,
O le piante crudei, cicute e tassi, O chi s'agguaglie a lor: che fuor ne mostra Il venen natural che 'n seno asconde. Quella terra è miglior, ch'è nera e dolce,
Profonda e grassa, e non si appiglia al ferro Che la viene a impiagar, ma trita e sciolta Resta dopo il lavor, ch'arena sembre; Che partorisca ognor vivace e verde
E la gramigna e 'l fien; che in essa spanda Ora i suoi rozzi fior l'ebbio e 'l sambuco, Or le vermiglie bacche a tinger nate Dell'arcadico Pan l'irsuta fronte;
Ove a diletto suo verdegge il pomo, E 'l campestre susino; ove la vite, Non chiamata d'alcun, selvagge spanda Le braccia in giro, e si mariti all'olmo
Che senza altro cultor gli ha dato il loco. Non si chiuda il giardin con fosso, o muro, Dagli assalti di fuor, che questo apporta Vana spesa al signor, né lunghi ha i giorni;
L'altro il ferace umor che 'ntorno truova Nel suo profondo ventre accoglie e beve; Onde l'erbette e i fior, pallenti e smorti, Non si pon sostener; ché il cibo usato,
Chi 'l devria mantener, gli 'ngombra e fura. Più sicuro e fedel, più lungo schermo E vie più bello avrà chi piante in giro, Dei più selvaggi prun, dei più spinosi,
Pungentissima folta e larga siepe. L'aspra rosa del can, l'adunco rogo (Che son più da pregiar) quando gli avrai Ben contesti fra lor, terranno al segno
Il furor d'aquilon, non pur le gregge: Poscia al tempo novel fiorito e verde, Spargon semplice odor che tutto allegra Il ben posto sentier, prestando il nido
A mille vaghi augei che 'n dolci rime Chiaman lieti al mattin chi surga all'opra. Son più guise al piantar; ma questa sola, Con più dritto tenor, vivace e salda
La nutrisce e mantien mille anni e mille: Poiché 'nsieme col Sol piovosa e fosca Monta la Libra in ciel, che già si bagna Dentro e fuori il terren; fa' intorno al loco
Che ne vuoi circondar, due solchi eguali, Ben divisi tra lor, tre piè disgiunti, E due profondi almen: poi cerca il seme, Fra quei lodati prun, del più maturo,
Del più sano e miglior; così tra l'acque Lo poni a macerar là dove infusa Del vil moco vulgar farina avesti: Poi di sparto o di giunco in man ti reca
Due corde antiche in cui per forza immergi L'intricata sementa; indi l'appendi Sotto il tetto a posar nel verno intero: Indi ch'a ristorar la terra afflitta
Le tepide ali al ciel Favonio spiega, E ritorna a garrir l'irata Progne; Ritrova i solchi tuoi fatti all'ottobre E s'asciughino allor s'ivi entro fusse
Acqua o ghiaccio brumal; poi della terra Che ne traesti pria confetta e trita Gli riempi a metà; poi dritte e lunghe Le sementate corde in essi stendi,
E leggermente alfin le cuopri in guisa, Ch'il soverchio terren non tanto aggrevi, Che non possa spuntar la gemma fuore Nel trigesimo dì: ch'allor vedranse
Nascer ad uno ad un: dà lor sostegni, Dona la forma allor; ché i buon costumi Mal si ponno imparar chi troppo invecchia. Or con dotta ragion misuri e squadri
Il già chiuso giardin. Ove più scaldi Apollo al mezzodì, dove le spalle Son volte all'Aquilon; rompa all'aprile, Per seminarlo poi nel tardo autunno.
Quel che men curi il giel che volge all'Orse, O l'albergo vicin l'adombre o 'l colle, E più abbonde d'umor; zappi all'ottobre, E nel tempo novel la metta in opra.
Tiri dritto il sentier, che 'l dorso appunto Parta tutto al giardin: poi dal traverso Venga un altro a ferir, sì messo al filo, Che sian pari i canton, le facce eguali,
Talché l'occhio al mirar non senta offesa, Né sian l'opre maggior più qui ch'altrove. Ove abbonde il terren, si ponno ancora D'altre strade ordinar; ma in quella istessa
Norma e figura pur, lassando in mezzo Simigliante lo spazio sì, che tutte Di un medesmo fattor sembrin sorelle. Il troppo ampio cammin che quasi ingombre
Quanto i semi e 'l lavor, non merta lode: Lo strettissimo ancor, che mostri avaro Di soverchio il padron, di biasmo è degno: Quello è perfetto sol, che ben conface
Al formato giardin, fra questo e quello. Surghin quadrate poi con vago aspetto L'altre parti, tra lor distanti e pari, Ove denno albergar i fiori e l'erbe.
Or non lunge da lui, dove più guarde Apollo al minor dì, componga in quadro Altro angusto orticel, disgiunto alquanto, Ma nell'istessa forma; intorno cinto,
Che nol possa varcar pastore o gregge; E ben chiuso dai venti in ogni parte. Lì per l'api albergar componga in giro, O di scorza, o di legno entro cavato,
O di vimin contesti, o d'altri vasi, Brevi casette ove assai stretto il calle Dia la porta all'entrar, perché non possa Caldo e giel penetrar; ché questo e quello
È, struggendo, e stringendo, al mèl nemico: Ma di frondi e di limo ogni spiraglio Ben sia serrato; e tutti i tristi odori E di fumo e di fango sian lontani;
Né soverchio romor l'orecchie offenda. Di fonte o di ruscel chiare acque e dolci Per gli erbosi sentier corrin vicine; Ove in mezzo di lor traverso giaccia
Pietra, o tronco di salcio, ove aggian sede Da riposar talor, seccando l'ali All'estivo calor se l'Euro e l'Ostro Le han portate improvvise aspre procelle.
L'alta palma vittrice o 'l casto ulivo Stendin presso ai lor tetti i sacri rami, Di cui l'ombra e l'odor le 'nviti spesso Tra le frondi a schifar gli ardenti raggi.
Qui mille erbe odorate, mille fiori, Mille vaghe viole, mille arbusti Faccian ricco il terren che 'ntorno giace; E lor servino in sen l'alma rugiada
Non furata giammai, che d'esse sole. Dai dipinti lacerti e dagli augelli Ben sian difese, perché l'impia Progne Più dolce esca di lor non porta al nido.
Or, cantando il cultor le rozze lodi Al ciprigno splendor, ch'agli orti dona La virtude e 'l valor, ch'addolce e muove Il seme a generar, ch'accresce e nutre
Quanto gli viene in sen, s'accinga all'opra. Poiché 'l celeste Can tra l'onde ammorza L'assetato calor; quando il Sol libra La notte e 'l dì, per dar vittoria all'ombra;
Che d'aurati color l'Autunno adorna Le tempie antiche, e del soave umore Del buon frutto di Bacco ha i piè vermigli, Già cominci a impiagar col ferro intorno
Il suo nuovo terren, se in esso senta Per la nuova stagion spenta la sete, E bagnato dal ciel: ma s'ei ritrova E dal vento e dal sol sì dura e secca
La scorza come suol, sopr'esso induca Del soprastante rio con torto passo Il liquido cristallo, e d'esso il lasce Largamente acquetar l'asciutte voglie:
Ma se 'l loco e se 'l ciel gli negan l'onde, Lo consiglio aspettar ch'al dì più breve Scorga innanzi al mattino in oriente La Corona apparir che Bacco diede
Alla consorte sua che 'l bel servigio All'ingrato Teseo già fece in Creta. Chi procura il giardin cui sempre manche Per natura l'umor, più addentro cacce
Lavorando il marron tre piedi almeno: Quel che per sé n'abbondi, e che si possa Nel bisogno irrigar, men piaga porte. Poich'avrà in ogni parte al ciel rivolto,
Lo lasci riposar, che 'l crudo gielo Tutto triti il terren, le barbe ancida; Che non men lo suol far, che Febo e 'l luglio. Tosto che 'l tempo rio, montando il Sole,
S'arrende al maggior dì che già discioglie Dal ghiaccio i fiumi, e la canuta fronte Del nevoso Apennin più rende oscura; Ripercuota il terren, disponga e formi
Ben compartiti allor gli eletti quadri Ove dee seminar; sian dritti i solchi; Surgan le porche eguai, di tal larghezza, Che tenendo il villan fuor d'essa il piede,
Tocchi il mezzo con man, né gli convegna L'orma in essa stampar quando è mestiero Di piantar, di sarchiar, di coglier l'erbe. Non passe il sesto piè: sia per lunghezza
Due volte il tanto; e dove abbondi umore, O dove calchi il rio, due piè s'innalzi, E nel secco giardin gli basti un solo. Tra l'uno e l'altro quadro, ove sia il modo
Di vive onde irrigar, si lasce in mezzo L'argin che questo e quel sormonte in guisa, Che prestando esso il varco all'onde estive, Poi le possa inviar fra l'erbe in basso,
Quando vuole il cultor, con meno affanno. Poiché del quinto dì vicino è il tempo Che tu 'l vuoi seminar, purgar conviensi, Che non resti una sol, che 'l sen gl'ingombre,
Delle barbe crudei ch'han vinto il verno: Poi colle proprie man (né 'l prenda a schifo; Ché suol tanto giovar) tutto il ricuopra, Che ben ricotto sia, d'antico fimo;
Chi n'ha, dell'asinel, che men produce L'erbe nemiche; e degli armenti appresso; Poi delle gregge alfin, cui tutto manche. Come prodotte ha il ciel le piante e l'erbe
Sì contrarie fra lor? ch'a quella diede Dolce e caro sapor; ripose in questa Sugo amaro e velen: nell'una inchiuse Secca e fredda virtù; nell'altra ha inceso
L'infiammato vapor; quale il valore Trae dell'impio Saturno, e qual da Marte; Chi dal benigno Giove o dalla figlia, Quanto han soave e buon, s'accoglie in seno:
Chi tra le nevi e 'l giel menando i giorni, Sotto il più freddo ciel vien lieta e verde, Chi nel più caldo sol le forze accresce: Chi tra le secche arene, ove ha più sete
L'Ammonio e 'l Garamanto, ha caro il seggio; Chi dove stagnin più l'Ispani e l'Istro, Ove calchi il Gelone e l'Agatirso, Fa più verde il sentier: chi nasce in fronte
Dell'Olimpo divin, di Pelio e d'Emo; Qual l'aperte campagne e valli apriche Del tessalico pian ricerca: e quale Vuol profondo il terren, qual vuol gli scogli:
Chi vuol vicino il mar; chi morta resta Nel primo grave odor che dall'armento Vien di Proteo lontano, o come prima La tromba di Triton le freme intorno.
Ma il saggio giardinier che ben comprenda Di ciascuna il desir, può con bell'arte Accomodarsi tal, ch'a poco a poco Faccia porle in oblio l'antiche usanze,
E rinnovar per lui costumi e voglie. Quanti veggiam noi frutti, erbe e radici, Che dai lunghi confin di Persi e d'Indi, O dal libico sen, per tanti mari,
Per tante regïon cangiando il cielo E cangiando il terren, felice e verde Menan vita tra noi; né più lor cale Di Boote vicin, di nevi o gielo
Che l'assaglin talor; che 'l freddo spirto Sentin dell'aquilon! perché natura Cede in somma all'industria, per lungo uso, Continovando ognor, rimuta tempre.
Che non puon l'arte e l'uom? che non può il tempo? Toglie al fero leon l'orgoglio e l'ira, E lo riduce a tal, ch'amico e fido, Colle gregge e coi can si resta in pace.
Al superbo corsier la sella e 'l freno Fan sì dolci parer, ch'egli ama e cole Chi dell'armi e di sé gli carche il dorso, E l'affanni e lo sproni, e 'l spinga in parte
Ove il sangue e 'l sudor lo tinga e bagne. Il bifolco, il pastor, contento e lieto Rende il cruccioso tauro, e non si sdegna Dello stimol, del giogo e dell'aratro.
Il gran re degli uccei, che l'armi porta Dal Fabbro sicilian su in cielo a Giove; E gli altri suoi minor ch'adunco il piede Han simigliante a lui, che d'altrui sangue
Pascon la vita lor; non veggiam noi Dall'alto ingegno uman condotti a tale, Che si fan spesso l'uom signore e duce; E presti al suo voler spiegando l'ali,
Or per gli aperti pian timide e levi Seguir le lepri, or fra le nubi in alto Il montante aghiron, or più vicini I men possenti uccelli; e fallir poco
Delle promesse altrui, ma lieti e fidi Riportarne al padron le prede e spoglie? Ma che m'affatico io? che pur m'avvolgo Or per l'aria, or pei campi, or per le selve;
Per mostrar quanto può l'arte e 'l costume Sopra il seme mortal; se in sen ne giace Di quanti altri ne son più certo esempio? Non possiam noi veder per questa e quella
Del mondo region gli uomini istessi Sì contrari tra lor, che dir si ponno Pur diversi animai? quelli aspri tigri, Quei pecorelle vil, quei volpi astute,
Lupi rapaci quei, questi altri sono Generosi leon; né vien d'altronde Che dai ricordi altrui, dall'uso antico; Da pigliar quel cammin, negli anni primi,
Di quei che innanzi van segnando l'orme. Non pensi alcuno in van, che l'aria e 'l cielo Sian l'intera cagion ch'all'alme imprima Le varie qualità: che se ciò fusse,
L'onorato terren ch'ancor soggiace Al chiaro attico ciel, l'antica Sparte, Il corintico sen, Messene ed Argo, E mille altri con lor, che fur già tali,
Non con tanta viltà, con tanta doglia, Con lor tanto disnor, tenuto il collo Sotto al tartaro giogo avrian tanti anni: Né in quel famoso nido in cui dapprima
Quei grandi Scipïon, Cammilli e Bruti Nacquer con tanto amor, sarian dappoi Lo spietato d'Arpin, Cesare e Silla Venuti a insanguinar le patrie leggi,
E sotterrarsi ai piè con mille piaghe E tra mille lacciuoi la bella madre: Né il mio vago Tirren ch'ebbe sì in pregio La giustizia e l'onor, sarebbe or tale,
Che quel paia il miglior, che più s'ingrassa Del pio sangue civil, che intorno mande Più vedovelle afflitte, e figlioli orbi, Privi d'ogni suo ben, piangenti e nudi:
Né tutta Italia alfin, che visse esempio Già d'intera virtù, sarebbe or piena Di tiranni crudei, di chi procacce Nuovi modi a trovar, per cui s'accresca
In più duro servir: né pur gli baste Il peso che gli pon, ch'ancor conduce E l'Ibero e 'l German che più l'aggrave. Ma il costume mortal già posto in uso
Per gl'infiniti secoli fra noi, Fa parerci il cammin sassoso ed erto, Dolce soave e pian: ch'al gusto avvezzo Coll'assenzio ad ognora, è il mele amaro.
Ma il vostro almo terren, gran Re dei Franchi, Dal primo giorno in qua, ch'ei diè lo scettro Al buon duce sovran che 'n sen gli addusse La gloria dei Troian, già son mille anni;
Ha con tanto valor serrato il passo Ad ogni usanza ria, che nulla ancora Cangiò legge o voler, ma in ogni tempo Si son viste fiorir le insegne galle.
Deh come son trascorse or le mie voci Dalle zampogne umìl tra gli orti usate, Nelle tragiche trombe oltr'a mia voglia? Già il perduto sentier riprendo, e dico
Che 'l discreto cultor non aggia tema Di non poter nodrir nel breve cerchio Del suo picciol giardin mille erbe e mille, Ben contrarie tra lor, sì liete e verdi,
Che si potrà ben dir ch'ivi entro sia La Scitia, l'Etiopia, i Gadi e gl'Indi. Tosto che noi veggiam che i bei crin d'oro Già tra gli umidi Pesci Apollo spande,
Truove il saggio ortolan gli eletti semi Pur dell'anno medesmo (ai troppo antichi Non si può fede aver; ché la vecchiezza Mal vien pronta al produr); riguardi ancora,
Che di pianta non sia dal tempo stanca, O che 'l tristo terreno, o 'l poco umore, O 'l poco altrui curar l'avesse fatta Di forza o di sapor selvaggia e frale:
E non si pensi alcun, che l'arte e l'opra Possin del seme rio buon frutto acc"rre. L'ampio cavol sia il primo; e non pur ora, Ma d'ogni tempo aver può la semenza:
Brama il seggio trovar profondo e grasso; Schiva il sabbioso in cui non aggia l'onda Compagna eterna; e più s'allegra e gode Ove penda il terren: vuol raro il seme,
Vuol largo il fimo; e sotto ciascun cielo Nasce egualmente, ma il più freddo agogna; Rivolto a mezzodì, più tosto surge; Più tardo all'Orse, ma l'indugio apporta
Tal sapor e vigor, ch'ogni altro avanza. Or la molle lattuga, e 'nnanzi ancora, Acciocché al nuovo april cangiando seggio; Dentro a miglior terren colonia induca,
Tempo è di seminar; seco accompagne (Che d'aver lei vicin lieto si face) L'infiammante nasturzio, ai serpi avverso: Or la salace eruca, e l'umil bieta;
E la morbida malva, ancor che sembri Di soverchio vulgar, tale ha virtude, Tale ha dolce sapor, ch'è degna pure Di vedersi allogar tra queste il seme:
Or quei ch'abbiam, nelle seconde mense, Di ventosi vapor salubre schermo, E l'anicio e 'l finocchio e 'l coriandro, E l'aneto con lor sotterra senta
La sementa miglior; la satureia Negli aprici terren vicino al mare; La piangente cipolla, l'aglio olente, Il mordente scalogno, il fragil porro,
Ove il grasso e l'umor sian loro aita, E dove truovin ben purgata sede Dall'erbe intorno, e che soave e chiaro Spiri il fiato quel dì fra l'Euro e l'Ostro.
Quando il suo lume in ciel la luna accresce, O con semi o con piante è la stagione Di dar principio lor; ma quello è meglio. Al pungente cardon già il tempo arriva
Di dar sementa; e 'l sonnacchioso e pigro Papavero, in quei dì non senta oblio. Or la ventosa rapa, e i suoi congiunti Di più aguto sapor, napi e radici,
Or del lubrico asparago il cultore Prender la cura deve; e se dal seme Vuole il principio dargli, il luogo elegga Ben lieto e molle, e gli apparecchie il seggio
Levato in alto, e d'ogn'intorno il possa Purgar dall'erbe, e che non venga oppresso Dagli armenti, da gregge, o d'uman piede. Ma chi più tosto voglia il frutto avere,
E più grato il sapor, congiunga allora Dei selvaggi che stan fra boschi e siepi, Molte radici in un: che più robusti Saran degli altri, e con men cura assai;
Quasi il rozzo pastor che d'acqua e vento, E di nevi e di sol già per lungo uso Non sente offesa, e la vil paglia e 'l fieno, Come ai ricchi signor gli aurati letti,
E i panni peregrin, le piume e gli ostri, Son dolci e cari; e in ogni parte alberga Culta o sassosa, e non gli cal del cielo. Quei che di seme son, tratte il cultore
Con più dolcezza; e quando il verno scende Della sua prima età, dal gelo il cuopra: Né il tenerel suo germe sveglia affatto Dalle radici fuor (che troppo offende
Quando è giovine ancor); ma rompa il mezzo Pur leggermente; e dopo l'anno terzo, E poi sovente ancor (perché gli accresca Vigor sotterra) le pungenti chiome
Del tiranno Vulcan si faccian preda. La pura, verginella e sacra ruta Tempo è d'apparecchiar, ch'in seme e 'n pianta Cresce ugualmente, purché in alto assisa,
E 'n umido terren: se la sementa Fia dentro al guscio suo, più tarda nasce; Ma per più lunga età: chi picciol rami Con parte del troncon sotterra asconda,
Più intende il ver, che chi ripianta il tutto. Or chi mel crederà, ch'a dirle oltraggio E maladirla, allor più lieta e fresca Risurga e verde? e sopra tutti il fico
Vicin vorrebbe, e tra le sue radici Prende virtù maggior; e sol gli nuoce E la vista e la man di donna immonda. Or la salubre indivia, or la sorella
Di più amaro sapor, ma pien di lode, La cicorea sementi, onde si adorni Poscia al tempo miglior la mensa prima. Qui già s'inalza il sol; già d'ora in ora
Veggiam più chiaro il ciel; la sacra Lira Già si nasconde in mar; già i fonti e i fiumi, Che legò l'aquilon, zeffiro scioglie: Già nel tempo più bel truove il cultore,
Per onorar dappoi Venere e Flora, E prima incoronar la Madre antica, Di bei dipinti fior, di vaghe erbette Colme di vari odor, le piante e i semi.
Prima a tutte altre sia la lieta e fresca, Amorosa gentil lodata rosa; La vermiglia, la bianca, e quella insieme Ch'in mezzo ai due color l'aurora agguaglia;
Sicché 'l campo pestano e 'l damasceno Di bellezza e d'odor non vada innanzi. Chi non voglia aspettar (ché molto indugia Il suo seme a venir), radici e piante
Metta intorno al giardin, ove non manche Né soverchie l'umor; ché quel l'affligge, Questo le toe virtù: siano ove guarde Apollo al mezzodì. Chi vuol più folta
Aver schiera di lor, sotterra stenda, Di propaggine in guisa, i miglior rami, A cui l'aglio vicin l'odore accresce Più soave e miglior, quanto è più presso.
Quando il verno è maggior, di tepide onde, Cavando intorno, le radici irrore, Chi desia di poter quando più giela, E quando nulla appar di vivo al mondo,
O 'l bel candido seno o i biondi crini Della sua donna ornar, e farla accorta Che 'n van non sia di sua bellezza avara: Ché qual la rosa ancor caduta e frale,
La guastan l'ore, e non ritorna aprile. Dei celesti iacinti e bianchi gigli Or l'antiche radici e pianti e poti; Ma con riguardo assai, che non sostenga
In lor l'occhio novel percossa o piaga. La violetta persa e la vermiglia, La candida e l'aurata in verdi cespi Cinghino oggi il giardin: ma in mezzo segga
Con presenza real, leggiadra e vaga, Di purpureo color, di bianco, e mista, E di più bel lavor le maggior frondi Tutte intagliate, e si dimostri altera
La ierofila allor, facendo fede Come nacque fra lor regina e donna Per riempier di bel palazzi e templi, E di Venere qui portare insegna.
Dei puri gelsomin radici e rami Trapiante in loco ove più scalde il sole, E dove di dì in dì serpendo in alto Trovi sostegno aver muraglia e canne:
Or quei che senza odor fan vago il manto. Del dolcissimo april; ridente il croco, L'immortal amaranto, il bel narcisso, E chi al fero leon, che mostre il dente
Rabbioso per ferir, sembianza porta: Poi dipinti i suoi crin di latte e d'ostro, Le margherite pie che invidia fanno Al più pregiato fior del nome solo
Ch'oggi ha colmo d'onor la Sena e l'Era. Mille lascive erbette a queste in cerchio Faccian corona che da lunge chiami La verginella man, ch'al tardo vespro
Coll'umor cristallin del lungo giorno Lor ristore il calor; poi nell'aurora I lenti e verdi crin soave coglia, E tra gli eletti fior ghirlanda tessa
Da incoronar Giunon, che bello e fido Al suo casto voler congiunga sposo. L'amorosetta persa, in mille forme Di vasi e di animai composta, avvolga
Le membra attorte: il sermollin vezzoso, E 'l bassilico accanto, il qual si veggia Per gran sete talor mutarse in quello, O in salvatica menta, e mostrar fiori,
Con maraviglia altrui, talor sanguigni, Talor rose agguagliando, e talor gigli; Il mellifero timo; il sacro isopo, L'amaro matrical, ch'al tristo assenzo
Benché, la palma dia, più viene appresso: E qual hanno il valor ch'asciuga e scalda, Tal albergo vorrien, non già la menta Che trapiantata allor vicina all'acque,
Vive in molti anni poi conforto e scampo Dell'interno dolor che 'l cibo affligge. La cetrina, il puleggio, e molte appresso, Ch'io non saprei contar, ch'empion d'onore
Non pur l'almo giardin, ma ch'alla mensa Portan vari sapori, e ch'han virtudi Ascose e senza fin, che p"n giovare In mille infermità donne e donzelle,
In lor mille desir, chi ben l'adopre. Or dell'erbe minori in guardia surga Lungo il trito sentier che 'n mezzo siede Dell'ornato orto suo, dove sovente
E l'amico e 'l vicin si posa all'ombra, Qualche arbusto maggior che serre il calle, E con ordin più bel la vista allegri: E se talor gli vien la chioma svelta
Da non pietosa man, robusto possa Contro ai colpi d'altrui restare in vita, E nol spogli d'onor dicembre o luglio: La pallidetta salvia, il vivo e verde
Fiorito rosmarin, l'olente spigo, Che ben possa odorar gli eletti lini Della consorte pia. Chi il vago mirto Trapiantasse tra lor, chi il crespo busso,
O 'l tenerel lentisco, o l'agrifoglio, O 'l pungente ginepro; assai più fida Arìa scorta di quei, né men gradita: Il parnassico alloro, e che non monte
In alto a suo voler, ma intorno avvolga Le sottil braccia che Farsalia onora; Il corbezzolo umìl che lui simiglia Se non mostrasse il suo dorato e d'ostro
Diverso frutto: e di costor ciascuno, Caldo vorrebbe il ciel, la terra asciutta Qual ha il lito marin; ma il busso e 'l lauro Pur del freddo aquilon si allegra al fiato.
Or qui, più d'altro, aver deve il cultore L'alma verde odorata e vaga pianta Che fu trovata in ciel, che 'l pome d'oro Produsse, onde poi fu l'antica lite
Tra le celesti Dee, ch'al terren d'Argo Partorì mille affanni, e morte a Troia; Quella ch'entr'ai giardin lieti e felici Tra le ninfe d'Esperia in guardia avea
L'omicidial serpente; ond'a Perseo Fu tanto avaro alfin l'antico Atlante, Ch'ei divenne del ciel sostegno eterno: Dico il giallo limon, gli aranci e i cedri,
Ch'entr'ai fini smeraldi, al caldo, al gielo (Che primavera è loro ovunque saglia, Ovunque scenda il Sol) pendenti e freschi, Ed acerbi e maturi han sempre i pomi,
E 'nsieme i fior che 'l gelsomino e 'l giglio Avanzan di color; l'odore è tale, Che l'alma Citerea se n'empie il seno, Se n'inghirlanda il crin, qualor più brama
Al suo fero amator mostrarse adorna. O rozza antica età che fusti priva Di questo arbor gentil, non aggia il lauro, Non più l'uliva omai, non più la palma,
Non più l'edra seguace i primi onori Dei carri trionfal, dei sacri vati: Ma sian pur di costor, né cerchi Apollo D'altra fronde adombrar l'aurata cetra.
Quantunque essi tra lor colore e forma Nella fronde, nel fior, nel frutto insieme, Non aggian tutto egual: l'un più verdeggia, L'altro più scuro appar; questo ha ritondo
E rancio il pomo, onde poi trasse il nome; Quel pende in lungo, e la ginestra al maggio Rassembra in vista; di quest'altro il ventre Largo e scabroso e sopra picciol ramo,
Viene a grandezza tal, ch'un mostro agguaglia: Pur gli tratti il cultor d'un modo istesso. Ove sia caldo il cielo, il terren trito, Ove abbonde l'umor, cercano albergo:
Contro all'uso comun d'ogni altra pianta, Vengon liete e felici al soffiar d'Ostro; Nemici di Aquilon sì, che conviene Ch'al suo freddo spirar muraglia o tetto
Faccian coverchio, e sia la fronte aperta Ove a mezzo il cammin più s'alzi Apollo. Dal seme, dal pianton, dal ramo svelto Ben vicino al pedal, principio prende
Questo frutto gentil. Chi pianta i grani, Tre ne congiunga in un, volgendo in basso La fronte più sottil: cenere e terra Sia larga sopra lor; né mai si manche
D'irrigargli ogni dì: chi l'onda scalda, Loro affretta il venir: poi l'anno terzo Puon trapiantarse. Chi la branca sceglie, Sia ben forcuta, e di grossezza almeno
Quanto stringe una mano; e di lunghezza Due piè si stenda: e ben rimonde intorno Tutti i nodi e gli spin; ma quelle gemme Onde aviam da sperar, non sieno offese:
Poi di fimo bovin, di creta e d'alga Fasci le sommitadi; e i picciol rami Che quinci sono e quindi, apra e disgiunga, Perché in mezzo di lor risurga il germe;
E sopra alzi il terren, che tutto cuopra: Non così già il pianton, che vuole almeno Mostrar sopra di sé due palmi al sole: Puossi ancor innestar; ma non si squarce
La sua scorza di fuor, fendendo il tronco. Sopra il pero non men, sopra il granato Vien l'inserto fedel; ma sopra il moro, Di sanguigno color può fare i frutti.
Chi vuol d'essi addolcir la troppa agrezza, Riponga a macerar la sua sementa Sol tre giorni davanti in latte o 'n mele; Altri mezzo il troncon forando in basso,
Dà luogo al tristo umor infin ch'ei veggia Ben già formati i pomi; indi con loto Serra la piaga lor, che dà virtude Non pur al buon sapor, ma interi e sani
Puon veder sopra i rami un altro aprile. Chi trovar brama in lor nuovi altri volti, E che venghin maggior, gli chiugga dentro Un vaso cristallin di quella forma
Che più strana gli par, mentre che sono Nella più acerba età: per sé ciascuno Crescer con maraviglia e porse in pruova D'esser simili a lui vedrà di certo.
Non cerca compagnia la nobil pianta D'altro arbor peregrin; ma sol si gode Dei suoi buon cittadin, dei suoi congiunti Trovarse intorno, e sol vorria talora
L'avviticchianti braccia e l'ampie frondi Della crescente zucca aver vicine, Le quali ama cotal, che 'l verno ancora Contro ai colpi del ciel null'altro manto
Ha più caro che 'l suo; né miglior cibo, Che la cenere lor, sotterra agogna. Io non vorrei però, che i vaghi fiori, Gli odorati arbuscei, gli aranci e i cedri
Mi traviasser sì, che i frutti e l'erbe Lasciassi indietro star, ch'ai miglior giorni Splender fanno i giardin, rider le mense, E dell'alma città la forosetta
Colle compagne sue cantando al vespro Nell'albergo tornar d'argento carca. Lo spinoso carciofo è il tempo omai Giunto di trapiantar, svegliendo fuore
Dell'antiche lor madri i picciol figli, E riporgli in terren ben lieto e grasso; E 'l più duro è il miglior, ove non possa Le nascose sue insidie ordir la talpa.
Chi gli vuol tramutar per ciascun mese, Medicando al calor colle fresche acque, Al gel col fimo e colle tepide onde, N'arà il frutto ad ognor, come c'insegna
Oggi il gallo terren che a mezzo il verno Tanti ne può mostrar sì belli e verdi, Che farieno all'april vergogna altrove. Or dal primo terren chi il seme accolse,
Tempo è già di tradur colonie intorno. Come sia di sei frondi in giro cinto, Al cavol tenerel di fimo e d'alga S'avvolga il piede; e lo farà men duro
Contro al foco restar; né gli è mestiero, Per non sì scolorir, del nitro aita: Poi nel seggio novel si mondi e purghi Dall'altre erbe nocenti, acciò che 'n pace
L'ampie foglie e le cime al tempo adduca: Né il più verde o 'l più brun si lasce indietro, Non il chiuso o l'aperto, il crespo o il largo; Che troppo onor gli diè l'antica etate,
E 'l severo Caton dei giusti esempio. Or che in numer medesmo in terra sparte Le novelle sue frondi ha la lattuga, Si cange in parte ove non manche umore
Quando sia caldo il ciel; né le sia parco, Trapiantando, il cultor di fimo e d'onda. Varie sono infra lor: l'una è più verde, L'altra alquanto rosseggia, e 'ncrespa i crini;
Quella pallida appar, biancheggia questa; Chi più lunga divien, chi più ritonda; E chi più cerca il giel, chi più l'estate; Pur simiglianti assai, tal ch'ogni tempo
E 'n ogni parte fan, purché 'l signore Le 'ngrassi e bagni, e le trapianti spesso. Perché venga miglior, che 'n giro stenda Le mollicelle frondi, e perché il seme
Non la faccia invecchiar in mezzo il corso Della sua breve età, d'un picciol sasso Se le carchi la fronte, e tagli alquanto Del sormontante tallo: e chi la vuole
Candidissima aver, la leghi e stringa D'un leve giunco in mezzo, e sopra sparga D'alcun fiume vicin l'umida sabbia: Chi vuol gusto variarle, al suo congiunga
Del nasturzio, del rafan, dell'eruca, Del bassilico il seme: e chiuda insieme Dentro il sterco caprin: vedresse in breve Prestar radici lor possenti e larghe
I rafan sotto terra, e l'altre uscire Al ciel di compagnia, per sé ciascuna Del suo proprio sapor mischiando in essa. Già chiaman l'ortolan che più non tarde,
Il soave popon la sua sementa, Il freddo citriuol, la zucca adunca, Il cocomer ritondo, immenso e grave, Pien di gelato umor, conforto estremo
Dell'interno calor di febbre ardente. Questi nascendo fuor verso l'aprile, Potran seggio cangiar per dar poi frutto. Chi vuol dolci i popon, tre giorni tenga
In vin mischio di mele o 'n latte puro Il seme a macerar; poi 'l torni asciutto: Chi più odorato il vuol, sepulto il lasce Intra le secche rose; e poi lo sparga
Ove sia largo il fimo e caldo il loco; E lo bagni ad ognor: poi quando spande Larghe le fronde sue, tramuti allora Le crescenti sue piante in parte aprica,
Ben disgiunte tra sé; né sia cortese Molto alla sete lor mentre hanno il frutto; Ché 'l soverchio inondar scema il sapore. Gli altri di ch'io parlai, l'istessa cura,
L'istesso trapiantar, nel modo istesso Ricercan tutti pur; ma d'ogni tempo Nella matura etade e nell'acerba Voglion l'onda maggior, senza la quale
Hanno il parto imperfetto e 'l gusto amaro. L'acqua con tal desio dietro si tira Il tener citriuol, che chi gli ponga D'essa un vaso vicin, fuor di credenza
La scabbiosa sua scorza in lungo gire Tanto avanti vedrà, che quella arrive: Or quanto ama costei, tanto odio porta Al palladio liquor; ché s'ei lo senta
Troppo appresso restar, ritorce indietro La fronte schiva, e si ravvolge in giro. Vuol la zucca, più d'altra, al seme cura: Chi l'ama più sottil, di quello elegga
Che gli truovi nel collo; e chi più grosse, Di quel del ventre; e chi dal basso fondo Torrà del seme, e che riverso il pianti, Avrà frutti di lui spaziosi ed ampi.
Il rosso petroncian, ch'a queste eguali Cerca terra e lavor, compagno vada; Ch'ella nol schiferà purch'aggia loco Ove stender le frondi, e porre i figli.
Or ch'ha l'opre miglior condotte a fine L'esperto giardinier, di quelle erbette Vada intorno ponendo in seme e 'n pianta, Ch'alle fresche lattughe al tempo estivo
Compagne sien, per onorar talora Qualche lieto drappel di vaghe donne Che visitando van le sue ricchezze, Poiché il lungo calor già tempra il vespro:
La serbastrella umìl, la borrana aspra, La lodata acetosa, il rancio fiore, La cicerbita vil, la porcellana, Il soave targon che mai non vide
Il proprio seme suo, ma d'altrui viene: E mischiando con lor mille altre poi, Che p"n molto giovar con poco affanno. Or dove batta il sol, tra sassi e calce
In arido terren si serri intorno Il cappero crudel ch'a tutta nuoce La vicinanza sua, né d'alcuna opra Ricerca il suo padron; se non ch'al marzo
Se gli tagli talor quel ch'è soverchio. Quei lagrimosi agrumi che dal seme Vengon fuor del terren, tramuti altrove Chi gli vuol belli aver; ché 'l tempo è giunto.
Grasso, lieto il terren, vangato e culto, Ove non sian perentro erbe o radici, Alle cipolle doni; e 'ntra lor rare Locar si denno, e risarchiar sovente:
Chi cerca il seme aver, fidi sostegni Alle crescenti foglie intorno appoggi. Il porro tenerel più spesso assai Brama appresso il marron, più dolce il nido;
E per farlo maggior, di mese in mese Sfondar si deve, e sollevargli alquanto Colla vanga il terren, che dia più loco: E chi nel trapiantar, di rapa il seme
Nella canuta fronte addentro caccia, Pur senza ferro oprar, di sua grandezza Farà il mondo parlar, vie più che quello Che il suo seme addoppiò raggiunto in uno.
Già di vari color, di varie gonne Or dipinto e vestito è il mondo lieto; Già d'acceso candor verso il mattino, Aprendo il sen, la più vezzosa rosa
Coll'aurora contende, e 'ntorno sparge, Preda all'aura gentil, soavi odori: Le violette umìl, tessendo in giro I topazi, i rubin, zaffiri e perle
Tra i lucenti smeraldi e l'oro fino, Al felice giardin ghirlanda fanno: I bei persi iacinti, i bianchi gigli Spiegano i crini al ciel: l'aurate lingue
Trae fuor già Croco; la fatal bellezza Sopra l'onde a mirar Narcisso torna: Col velluto suo fior spigoso e molle Benché senza sentor, giocondo e bello
Il purpureo amaranto in alto saglie: Ridon vicine a lor, fiorite e verdi, Le preziose erbette, e fanno insieme Dolce composizion di vari odori:
Le dipinte farfalle e l'api avare Cercan di questo in quel la sua ventura; Ch'han dal fero soffiar novella pace. O voi che vi godete e l'ombra e l'onda
Del Menalo frondoso e di Parnasso, Del cornuto Acheloo, del sacro fonte Che 'l volante corsier segnò col piede, Ninfe cortesi, Oreadi e Napee,
De le dotte Sorelle alme compagne; Venite ove noi siem, ch'al giardin nostro Oggi scende abitar Ciprigna e Flora: E voi vaghe e gentil, che le chiare acque
Dell'Arno e del Mugnone vi fate albergo; E voi, più di altre ancor, che i prati e i colli Della bella Ceranta or fate allegri, Della bella Ceranta ove già nacque
Il gran Francesco pio ch'andar la face Altera oggi di pari a 'l Tebro e 'l Xanto; Venite a c"r fra noi le rose e i fiori, L'amaraco e 'l serpillo, or che più splende
Il bel maggio o l'aprile; e vi sovvegna Che le stagion miglior veloci ha l'ali; E chi non l'usa ben, si pente indarno, Poiché sopra le vien l'agosto e 'l verno.
Non vi faccian temer le nemiche armi Del barbato Guardian, ch'aperte mostra: Ch'ei non fa oltraggio di Diana al coro; Ma pien di maraviglia e di dolcezza,
La vostra alma beltà riguarda, e tace. Poiché, cinti i capelli e colmo il seno Di rose e gelsomin, vi sete adorne; Quei che restan dappoi, seccate in parte
All'aure, e fuor del sol; ché 'n tutto l'anno Il più candido vel che 'l dì vi adombra Le delicate membra, e quel che cuopre Il casto letto, e che la mensa ingombra,
Faccian risovvenir del vecchio aprile: Gli altri con mille fior di aranci e mirti, Con mille erbe vezzose, in mille modi Si den sotto il valor d'un picciol foco
Stillarse in acque allor che 'l petto e 'l volto Rinfrescando dappoi v'empion di odore, Fan più vago il candor, fan più lucente Della gola, del seno e della fronte
L'avorio e 'l latte, e p"n tener sovente Sotto giovin color molti anni ascosi: Gli altri si mischin poi coll'olio insieme Di quel frutto gentil sopra i cui rami
Sì veloce al suo mal morì sospesa L'impaziente Filli; e non pur d'esso I vostri biondi crin, le bianche mani Vi potrete addolcir; ma render molle
Quanto cuoce il calor, o inaspra il gielo, Con sì grato spirar, che Delia istessa, Benché negletta sia, l'avrebbe in pregio. Poiché già venne il Sol tra i due Germani,
Non può molto innovar nel suo giardino Il discreto cultor, se ciò non fusse Trapiantando talor novelle erbette Ch'han sì fugace età, che 'n ciascun mese
Ne convien propagar novella prole. Or, più che in altro affar, volga il pensiero, Quando apparisce il dì, quando si asconde, A condur l'acque intorno, e trar la sete
Alla verde famiglia di Priapo; E dal greve assalir d'erbe moleste Purgarle spesso, e rimondarle in parte. Pur si deve il terreno, ove altri pensa
Porre all'autunno poi le piante e i semi Per godersele il verno, or colla vanga Sottosopra voltare, e col marrone Romper le zolle, acciocché meglio addentro
Passe il caldo del Sol, che il triti e scioglia: E ben già si porìa sementa fare Di molte cose ancor; ma tal bisogna Diligenza e sudor, sì larga l'onda,
Così freddo il terren; poi in somma viene Tanto fallace altrui, ch'io nol consiglio Far, se non a color ch'abbian certezza Del pregio raddoppiar con quei che sono,
Assai più che del buon, del raro amanti. Qui che tutta la terra ha colmo il seno Di bei frutti maturi e di dolci erbe, Lasce il saggio ortolan la notte sola
Star la consorte sua nel freddo letto, Né amor né gelosia più forza in lui Aggian, che quel timor ch'aver si deve, Ch'ogni fatica sua si fure un giorno.
Ove il dolce popone, ove il ritondo Cocomer giace, ed ove intorto serpe Colla pregnante zucca il citriuolo Col suo freddo sapor, di paglia e giunchi
Tessa, ove possa star, breve capanna All'oscura ombra; e 'l fido cane accanto, Che lo faccia svegliar se viene ad uopo. Quanti sono i vicin che dell'altrui
Si pascon volentier! quante le maghe Che van la notte fuor, né curan pure L'arme incantate del figliuol di Bacco; Ma della pena pur, di ch'altri teme,
Caldo e nuovo desio le mena intorno! E non pur questi; ma mill'altri vermi, Mille mostri crudei fan trista preda Delle piante e dei frutti a chi nol cura:
L'uno ha d'orrido vello il corpo irsuto; L'altro è squamoso, e di color dipinto Or verde or giallo, or d' mill'altri mischio: Quel con le cento gambe in arco attorce
Il lunghissimo ventre; e quel ritondo, Or bianco, or del color dell'erbe istesse, Sì fisso è in lor che non si scerne il piede. Oh che peste crudel! che danno estremo
Del misero cultor ch'al miglior tempo Vede ogni suo sudor voltarse in polve, Tutto il frutto sparir, le fresche erbette Null'altro riservar che i nervi nudi!
L'importuna lumaca, ovunque passa, Biancheggiando il cammin dopo le piogge, Non men fa danno ch'ove prenda il cibo. Ma chi del suo giardin pria mise i semi
Nell'acqua a macerar, là dove infuse Del gelato liquor del semprevivo, O di triste radici il sugo amaro Del selvaggio cocomero; o sgombrando
Dell'ardente cammin l'oscura ed atra Fuligginosa polve, ivi entro sparse; Non gli saran noiosi o questi o quelli. Né tra l'erbe miglior si sdegni dare
Alla cicerchia vil talora il seggio, La cui chiusa virtù da mille offese Può sicuro tener chi gli è d'intorno. Chi si trovasse pur dal tempo avverso
O con pioggia soverchia o sete estrema (Che l'una e l'altra il fa) di tai nemici Ripien l'almo terren, può molti ancora Scampi trovar che c'insegnò la pruova.
Chi sparge sopra lor fetida amurca, Chi la cener del fico; e chi vicina Pianta o sospende almen l'amara squilla; Chi del fiume corrente intorno appende
I tardissimi granchi, e chi gli incende Perché il noioso odor gli scacce altrove: E chi, nel modo par, dei vermi istessi Talvolta ardesse, e gli mettesse intorno,
Vedrà gli altri fuggir, né pur di questi, Ma di ogni altro animal nocente all'erbe, Nocente al seme uman, l'impia lumaca, La furace formica, il grillo infesto,
Il frigido scorpion, l'audace serpe: Ch'un natural orror gli cade in cuore Del funebre sentor dei suoi congiunti. Altri quelli a bollir fra l'onde caccia,
Poi ne bagna il giardino: altri le fronde Dell'aglio abbrucia, e d'ogn'intorno spande: Altri fan circondar tre volte in giro Il predato terren, discinta e scalza
E cogli sparsi crin, donna che senta, Quando il suo lume in ciel la Luna innuova, Purgarse il sangue; e 'n un momento tutta Languente e smorta la nemica schiera
Non con altro timor per terra cade, Che se 'l folgor vicin, se folta pioggia, Se 'l tempestoso Coro intorno avesse Scosse e svelte al giardin le piante e l'erbe.
Or non vo' più contar (ché lungo f"ra) Del ventre del monton, del fele amaro Del cornuto giovenco; e per le talpe Arder le noci, e col possente fumo
Scacciarle altrove, o rimaner senz'alma. Contr'alle nebbie ancor s'arme il cultore, Riempiendo il giardin per ogni parte E di paglia e di fien; poi come scorga
Avvicinarse a lui, tutta in un tempo La fiamma innalzi, e più non tema offesa. Molti modi al frenar già mise in uso La rozza antichità l'aspre procelle,
E le sassose grandini che spesso Rendon vane in un dì d'un anno l'opre. Chi leva sovra al ciel di sangue tinte Le minaccianti scuri, e chi sospende
Qualche notturno uccel coll'ali aperte; Altri cinge il terren colla vite alba; Chi d'antica giumenta ivi entro appende, Chi del pigro asinel la testa ignuda;
Chi del vecchio marin l'irsuta spoglia, Chi del fero animal che il Nilo alberga, Pon sovra il limitar; chi porta intorno La testuggin palustre al ciel supina.
Or chi sarà fra noi, che in questa etade Ch'è così cara al Ciel, che n'ha dimostro Così palese il ver, segua quell'orme Per cui famosi andaro i primi Etruschi,
E Tagete e Tarcon; quei di Tessaglia, Melampode e Chiron ch'avean credenza Di fermar le saette in mano a Giove, E le piogge a Giunon, fermar l'orgoglio
E dei venti e del mar in mezzo il verno? Volga divoto a Dio gli occhi e la mente Il pietoso cultor, sian l'opre acconce Al suo santo voler, poi notte e giorno
Segua franco il lavor, con ferma speme Che chi più s'affatica ha il Ciel più amico. Già trapassa il calor, già viene il tempo Ch'alla stagion miglior più s'assimiglia
Nel pareggiar il dì, nel tornar fuore A vestir il terren l'erbe novelle. Già il saggio giardinier riprenda l'arme, E già rompa e rivolga ove poi deve
La sementa versar passato il verno. Poi quel ch'apparecchiò nel maggio addietro, Che fusse albergo di radici e d'erbe Che soglion contro al giel restare in piede;
Or di piante e di semi adempia intorno. Perch'è tepida l'aria, e perché guarda Dal medesmo balcon, che nell'aprile, Il discendente Sol; perché sì spesse
Tornan le piogge in noi; potremmo ancora Quel medesmo adoprar: ma ne conviene Pensar ch'al picciol dì s'arrendan l'ore, Ch'arde e stringe il terren; né schermo avemo,
Come contro al calor fu l'ombra e l'onda. Pianti adunque il cultor quelle erbe sole, Ch'han sì caldo il valor, che per sé ponno Al freddo contrastar, o quelle in cui
La crescente virtù nelle radici Si sfoghi addentro ove non passa il gielo. Or quel che nelle barbe e nelle frondi Mille ascose virtù porta e nel seme
Contro a' chiusi dolor, contro al veleno, Contro al duro tumor che in bella donna Sopra i pomi d'amor soverchio latte Dopo il parto talor conduce; io dico
L'appio salubre, che piantar si deve, O seminar chi vuol (quantunque innanzi Per altri tempi ancor), ma in questo è il meglio. Nullo schiva terren, purch'aggia intorno
Fresche acque e vive: e chi maggior desia Le sue foglie veder, prenda il suo seme Quanto in tre dita puote, e 'nsieme aggiunto In picciol drappicel sotterra il cacci:
Chi lo vuol crespo aver; poich'egli ha tratta La fronte dal terren, sopr'esso avvolga Un greve incarco che lo rompa e prema. Molti ha parenti; ma sotto altro nome
Gli chiama or questa età: quello è palustre; Quel, pietroso o montan: quell'altro è tale, Che dall'esser maggior gli diede il nome La dotta Atene, dal colore oscuro,
Lo chiama atro il Latin; il sermon tosco L'appella il maceron, la cui radice Vive al verno maggior felice e dolce. Or la candida indivia, or la sorella
Di sì amaro sapor cicorea, insieme Tempo è di seminar dove sia trito E sia molle il terren: poi quando fuore La quarta foglia avran, le cange il loco,
Pur grasso e pian, sicché la terra nude Non le possa lassar fuggendo; e quivi Ben ricoperte sien, ch'al freddo poscia Bianche si rivedran, tenere e dolci.
Del venereo cardon le nuove piante Or si den rimutar, le somme barbe Segando loro in basso: il forte seme Della piangente senapa or si asconda
(E 'l più vecchio è il miglior) sotto ben culto E ben mosso terren ove non grave Lo spesso risarchiar; ché d'esso gode. Il ventoso navon, la rozza rapa,
Sì congiunti tra lor, ch'assai sovente L'un si cangia nell'altro; ma si gode Questa dentro all'umor, quel vuole il secco; E lo spesso sfrondar, di pari entrambe
Fa il ventre raddoppiar: né reste indietro Il simigliante a lor rafano ardente, Il selvaggio armoraccio, e la radice Ch'ama nebbioso il ciel, che nell'arena
Ha più forte il sapor, che vien maggiore A chi le sveglie il crin, e ch'odio porta, Come il cavolo ancor, all'alma vite. La purpurea carota, la vulgare
Pastinaca servil, l'enula sacra; Mille altre poi, che sì cognate sono, Che scerner non saprei; già il fragil porro Tempo è di seppellir, che lieto e fresco,
L'infinite sue scorze al gielo affini. Or nel bianco terren (che gli è più caro), Senza letame aver, si pianti l'aglio; E rinnuove il lavor, poich'egli è nato,
Ben sovente il cultor, calcando spesso Le sormontanti fronde, acciò ch'al capo Si stenda ogni virtude: e chi lo pone, E chi lo colie ancor, mentre la Luna
Sotto l'altro emisfero il mondo alluma; Poich'alla parca mensa in mezzo ai suoi N'arà gustato, allor senza altra offesa Del suo molesto odor potrà narrare,
Quanto vorrà vicino, i suoi tormenti Alla donna gentil che gli arde il core.
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