Che deggia, quando il sol rallunga il giorno, Oprar il buon cultor nei campi suoi; Quel che deggia l'estate, e quel che poscia Al pomifero autunno, al freddo verno;
Come rida il giardin d'ogni stagione; Quai sieno i miglior dì, quali i più rei; O magnanimo Re, cantare intendo, Se fia voler del Ciel. Voi, dotte Suore,
Lontan lasciando d'Elicone il fonte, Non v'incresca a venir qui dov'infiora Lari e Duranza le campagne intorno. Vengan lieti con voi l'antica madre
Della spiga inventrice, e quel che primo Di sì dolce liquor la sete indusse: Il cornuto Pastor co' suoi Selvani, Co' suoi Satiri e Fauni a lui compagni,
Vengan colle zampogne a schiera a schiera: Venga l'altera Dea che al mondo diede Già con l'asta fatal l'eterna uliva: Venga il possente Dio che seco a pruova
Il feroce corsier col suo tridente Produsse in terra; e minaccioso e torvo, Il barbato Guardian degli orti ameni Non resti indietro, perch'io possa alquanto
Dei cortesi suoi don parlar con lui. Voi, famoso Signor, cui solo adora Il gallico terren; sotto il cui regno Quanto è verace onor s'ha fatto nido;
Deh porgete al mio dir sì larga aita, Ch'io possa raccontar del pio villano L'arte, l'opre, gl'ingegni, e le stagioni: Ché dovreste saver per prova omai,
Che dal favor di voi, non d'altri, puote Nascer virtù che per le tosche rive Or mi faccia seguir con degno piede Il chiaro Mantovan, l'antico Ascreo;
E mostrar il cammin che ascoso giace. Tosto ch'il ciel, tutti i rabbiosi venti Discacciando da sé, zeffiro accoglie A distrugger fra noi la neve e 'l ghiaccio,
Esca il cultivator del chiuso albergo, E d'ogn'intorno visitando vada Tutto il terren ch'alla sua cura è dato; E con riguardo pio l'orrende piaghe
Cerchi, ch'il tempo rio, la pioggia, il vento Alle piante, alle fosse, ai loro angusti Argini han fatte; e gli sovvenga allora, Che bench'ai miglior dì s'arrenda il verno,
Nulla è stagion dove sì spesso adopre L'umido suo valor l'austro, ch'il cielo Delle nubi affricane ingombra e bagna. Né pur ei sol, ma di favonio il fiato
Tepido e dolce dispogliando in alto Del suo nevoso vel l'alpi canute, Fan sì ricco il terren d'onde novelle, Che l'erboso ruscello, il picciol rio,
Il pietroso torrente, il fiume altero, Dispregiando ogni legge, ardito cerca Di tor dal corso suo l'antico freno: Onde chi pigro vien, sovente piange;
Ché un picciol varco ch'al buon tempo puote Chiuder poco terren con breve fascio, Cotal poscia divien, ch'ivi entro passa Quant'acqua scende, e gli depreda i campi;
E con danno mortal di tempo e d'opre, Al suo primo sentier lo torna appena. Dunque al principio suo con terra e pietre, Con nodosi virgulti e legni aguti
Serri tutto all'intorno, ove esso veggia Nuovamente passar l'invitto umore. L'arbor che sovr'un colle o in piaggia assiede, Ben cerchi e guardi; e se da quella il senta
Ch'alle radici sue sostenga oltraggio, Con poca riga che più in alto muova, La svolga altronde; o lui circonde in giro, A guisa di castel, di sterpi e sassi.
Ma perch'il tempo, allor piovoso e molle, Pur il tutto compir forse contende; Basti principio dar con forma tale, Che non venga infinito il danno avuto;
Finché l'altra stagion più secca e calda, Torni ai bisogni altrui più fida aita. Indi volga il pensier coll'opra insieme Intorno ai prati ch'il passato verno
Aperti, in abbandon, negletti furo, Agli armenti, ad ogni uom pastura e preda. Quei con fossi talor, talor circondi Con pali e siepi: o se n'avesse il loco,
Può di sassi compor muraglie e schermi; Talché il rozzo pastor, la greggia ingorda E col morso e col piè non taglie e prema La novella virtù ch'all'erbe infonde
Con soave liquor la terra e 'l cielo. Poi quinci e quindi, ove mancar si veggia Il notritivo umor, non prenda a sdegno Colle sue propie man di lordo fimo
Satollar sì, che vive forze prenda. Il più novel che nella mandra truove. Quello a ciò fia miglior: ma d'alta parte Di monte in monte lo distenda in basso,
Perch'il fetido odor più passe addentro; E ciò far si convien qualor più fugga Delia dal suo fratel, crescendo il lume. E sappia pur ciascun, che l'erbe e i fieni
Son che fan ricche le campagne e i colli; E chi nol pensa, al primo verno scorge Stanco e 'nfermo giacer l'amato tauro, Che fra le nevi e 'l ciel vagando il giorno
Non può tanto trovar di frondi e giunchi Ch'in vita il tenga, e poi la notte vede, Colpa del suo signor, la mandra nuda; E tal in breve andar magrezza sente,
Ch'in piè sta appena, e tra 'l digiuno e 'l freddo Non ha spazio a veder distrutto il ghiaccio. Il misero bifolco al tempo eletto, Tardi avveduto, lagrimando mira
L'altrui campo vicin solcato e lieto, Il suo vedovo e sol; l'aratro e 'l giogo Starsi, lassi! lontan negletti e sparti: Né può trovar alcun, per preghi o pianti,
Che del giovenco suo gli sia cortese; Ché chi 'l seppe nodrir, per sé l'adopra Quinci i prati lassando, a i campi e i colli Rivolga il passo; e sotto il fascio antico
Il mansueto bue riponga il collo; E già senta il terren (ché n'è ben tempo) Del suo vomer novel la prima piaga. Avanti a tutti, il pio bifolco truove
Il più grasso terren che meno abbonde D'umor soverchio; il vago colle umìle, La piaggia aprica che più guarde il sole, Il secco monte: ma l'acquosa valle,
Finché più caldo sol non vesta il Tauro, Non senta oltraggio: e nel terren più leve, Sia raro e basso; e nel più vivo e lieto, Spesso e profondo sia menato il solco;
Perché l'erbe peggior che in questo sono, Mostrando al ciel le sue radici aperte, Restin sepolte, e che nell'altro poi La sua poca virtù non resti spenta.
Sia dritto e largo, e di lunghezza avanze Poco oltra più che cento volte un piede. Ove in alto pendente il campo stia, Meni a traverso pur l'aratro e i buoi;
Perché se l'onda poi, che scorre in basso, Scender trovasse alle sue voglie il rigo, Rapidamente, oimè! donna e regina, La sementa e 'l terren trarrebbe al fiume.
Ma guardi prima ben (ché troppo nuoce, Né lo puon ristorar fatica o tempo) Che non tocchi il suo campo, o ferro adopre, Se troppo il senta dalla pioggia oppresso;
Perché tal diverria (creda a chi 'l prova) Che render non poria di seme il frutto. E se dopo gran sete asciutto e stanco, Sia da nube leggier di sopra asperso;
O misero cultor! sia lunge allora, Sia lunge allor da lui l'aratro e 'l bue; Perché, solcato sol, tal rabbia e sdegno Prende col suo signor, ch'all'anno terzo
Non si degna mostrar le spighe appena. Ma se 'l vomero tuo, la terra aprendo, Netto e lucido vien qual puro argento; Lieto e sicuro allor, doppiando l'opre,
Segui l'util lavor; ch'al tempo amato Fian la speme e 'l desio dal frutto vinte. Or prendendo il villan (ché l'ora è giunta) Dal chiuso albergo, e la famiglia insieme,
I semplici legumi, e l'altre biade Che nel felice agosto in seme scelse; Cerer chiamando e chi dei campi ha cura, Alle fatiche sue larga mercede;
Già commetta al terren la sua sementa. Sian la fava pallente, il cece altero, Il crescente pisel, l'umil fagiolo, La ventosa cicerchia in parte dove
Senza soverchio umor felice e lieto Trovin l'albergo lor: la lente pure Dello steril sentir non è sì schiva. Venghin dopo costor l'orzo e l'avena:
Ma ponga cura in ciò, ché questa suole Vie più danno portar, seccando i campi, Al non saggio arator, che spighe e strame; Come la spelda ancor, ch'a lei s'agguaglia:
Ma il magro monticel ch'inutil vegna Ad ogni altro valor, per loro elegga. Né men crudel ancor si sente il lino A chi 'l riceve in sen: ma tal è l'uso,
Ch'io consiglio ciascun, ch'a forza il brami, E che seggio gli dia purgato e grasso; Che non avendo ciò, sì basso e frale Vien poscia e 'nfermo, che la fida sposa,
Le caste figlie sue vedrà piangenti Aver al più gran giel la fronte aperta, E nel più sacro dì la mensa e 'l letto Senza candido vel negletti e nudi.
La vermiglia saggina, il bianco miglio, Il panico sottil, d'uccei rapina, Lungo il chiaro ruscel, vicino al fonte Onde distille umor, la sede agogna:
E rivien da costor sì larga prole, Ch'un poco seme gran ricolta ingombra. Non basti al buon villan la sua sementa Sparger nei campi, e leggermente poi
Parte coprirne, e ritrovar l'albergo: Ma la sposa, il fratel, le figlie insieme, Colle sue marre in man, non lunge sieno Al buon bifolco; e rinettando i solchi,
E tritando le zolle, ascondin tutto, Con aguto cercar, che sopra appare: E gli sovvenga pur, ch'intenti stanno Il loquace fringuel, l'astuta e vaga
Passera audace, il calderugio ornato, Il colombo gentil, l'esterno grue, E con mill'altri poi l'ingorda pica, L'importuna cornice, il corvo impuro,
Che non trovando allor più degno cibo, Pur si dànno a furar l'altrui fatiche. Dunque di veste vil, di pelli oscure, Di piume e di baston componga in giro
A' seminati campi orrende facce Di tirannico uccel, di fera e d'uomo Ch'in disusato suon rotando al vento, Spavente i predator dai danni suoi.
Quinci levato al ciel, con voti e preghi Chiami la pioggia, perch'il verno possa, Ov'al bisogno suo fallisse il grano, Non lunge al foco, senza affanno e cura
Che gli presti il vicin quel ch'ha d'avanzo, Di tai frutti nutrir la sua famiglia. Ma non deve obliar ch'il suo terreno (Quantunque grasso) del soverchio peso,
Com'ogni altro mortal, troppo s'affanna; E che riprende in sen forza e ristoro D'aver pace d'altrui d'un anno almeno, E d'avuta pietà non torna ingrato.
Pur chi avaro pensiero o povertade Sproni al troppo bramar, suggetto mute; Perch'il cibo cangiar risveglia il gusto. Ove il tristo lupino o l'umil veccia
Féro a' venti tenor coi secchi rami; Più con la vanga in man che coll'aratro, La qual più muove addentro e più rinnova La stanca terra, e più bramata viene
A gli amici legumi e molte biade, Può l'altr'anno versar vari altri semi, E del frumento ancor, sol che non lasce O di cenere immonda o di letame
Porgergli aita, o far al tempo poi L'aride stoppie sue di Vulcan preda, Che per mille cagion più beni apporta; E sovente opra sì, che s'il buon campo
Trova al suo desiar benigno il cielo, Tanto felici e belle alza le biade, Che nel tempo novel menar conviene La pecora e l'agnel che col pio morso
Loro affreni talor l'aperto orgoglio. Pensi appresso fra sé, ch'al gran cultore Nei bei giorni miglior non basta sola La sementa, il zappar, solcar la terra;
Ma che le vigne ancor, le piante e i frutti, Già fuggendosi il giel, chiaman da lunge Dolce soccorso, promettendo in breve Al suo buon curator premio e ricchezza.
Non ci rimena il sol sì bella e chiara La fiorita stagion, perché poi deggia Il discreto villan passarla indarno. Alma Ciprigna Dea, lucente stella,
De' mortai, degli Dei vita e diletto; Tu fai l'aer seren, tu queti il mare, Tu dài frutto al terren, tu liete e gai Fai le fere e gli augei; che dal tuo raggio,
Tutto quel ch'è fra noi, raddoppia il parto. Al tuo santo apparir, la nebbia e 'l vento Parton veloci, e le campagne e i colli Veston nuovi color di fiori e d'erbe;
Tornan d'argento i ruscelletti e i fiumi: Dal tuo sacro favor le piume spiega Zeffiro intorno, e gli amorosi spirti, Ovunque teco vien, soave infonde
La chiara Primavera, e 'l tempo vago Che le piante avverdisce, e pinge i prati: E quanto bene abbiam, da te si chiame. Dunque te, più d'altrui, per guida appello
Al mio nuovo cantar; ch'io mostri appieno L'alta virtù ch'il tuo venire adduce, Al glorïoso Re Francesco, eletto Per far ricco tra noi d'onor il mondo,
Come tu il ciel del tuo splendore eterno. Deh fa', sacrata Dea, ch'in terra e 'n mare L'antico guerreggiar s'acqueti omai: Perché tu sola puoi tranquilla pace
Portar nel mondo: ché il feroce Marte Tutto acceso d'amor, ti giace in grembo, E fermando nei tuoi gli ardenti lumi, In te vorria versar tutti i suoi spirti;
Né può grazia negar che tu gli chieggia. Or qui surga il villan, né tempo aspetti Di veder già spuntar le frondi e i fiori, Del tuo sommo valor cortesi effetti;
Ma con speme ed ardir riprenda in mano Gli aguti ferri suoi, truovi la vite Che dal materno amor sospinta, forse Tanti figli a nodrir nel seno avrebbe
(Chi nol vietasse allor) che 'n brevi giorni Scarca d'ogni vigor s'andrebbe a morte. Taglie i torti sermenti, i larghi, e quelli Che contra ogni dover e 'ndarno veggia
Crescer nel tronco, e quei che troppo ingordi Tra le robuste braccia han preso il seggio, E la parte miglior s'han fatta preda. Se fia lieto il terren, sia più cortese
Il saggio potator; che in ogni tronco Può due germi lasciar tagliati in modo, Che 'l secondo occhio si ritenga appena. Ma dove magro appar, sovente suole
L'imprudente cultor con danno e scorno Pianger l'anno avvenir la sua pietate, Perché due ne lasciò, bastando un solo. Se giovinetta sia, non bene ancora
Alle pene mortali al mondo avvezza; Ah perdoni all'età, non sia crudele, Lasce il novello umor più largo alquanto Prender diporto; e se di Bacco teme,
Stia lunge il ferro, oimè! ch'assai le fia Dolcemente spogliar coll'unghie intorno Ove il bisogno vien, donando pure Con paterno riguardo e forma e modo
Da condurla ove vuol nei dì perfetti. Ma perché sotto il ciel cosa mortale Non può stato trovar ch'eterno duri; Né men che gli animai, le piante e l'erbe
Han nel primo avvenir natura amica, La qual, fuggito il giovinetto tempo, Così fatta crudel com'era pia, Ci getta in preda alla vecchiezza stanca,
Che per mille dolor, per mille piaghe, Debili, infermi e vil, ci mena a morte; Né possiamo scampar, ma quella istessa Impia (che così vuol) natura avara
Ne insegna pur, che ciò che manca in noi Si stenda in altri, e che di prole in prole Viva il mondo per lei qual sempre visse. Ciò sapendo il villan, qualor potando
Nella prima stagion l'antiche piante, Vedesse una di lor, che voto un seggio Per suo fero destin di sé lasciasse; O qualcuna altra pur sì vecchia e grama
Che inutil fusse, o di tal frutto acerbo, Che tra l'altre restar chiamasse indegna; Quindi la sveglia, e dal vicin più presso Il più nodoso tralcio in vece prenda,
E 'n guisa d'arco ripiegando in basso, Dentro il sotterri, purché resti almeno La quarta gemma fuor, ch'è più congiunta Al suo natio pedal; ché tutto essendo
Posto dentro il terren, soverchie avrebbe Radici intorno; e 'l vigoroso e poco Vie più si dee pregiar, che 'l molto e frale. Poscia il terzo anno, chi 'l secondo teme,
Lieto il diparta dal materno stelo; Ché ben potrà, senza nutrice, allora La sua vita menar tra frondi e frutti. Poi, perché il nuovo umor che sotto surge
Mosso dalla virtù che 'l tempo adduce, Trovi al suo pullular più larga strada; Perché il tepido sol più passe addentro; Perché l'erba crudel che parte invola
Del nutrimento pio ch'a lei si deve, Con giusto guiderdon si resti ancisa; L'invitto zappator l'arme riprenda, E cavando il terren dentro e d'intorno,
Lo smuova, l'apra, e sottosopra il volga; Guardando (ahi lassa lei!) che poco accorto Alla vite gentil non faccia piaga. Dal robusto castagno e salcio acquoso,
Dalla nodosa quercia, e d'altri molti Prenda i rami dappoi, che sian sostegno Alle sue membra; ove al bisogno estremo, A tal uso miglior, la canna manche.
Poi la lenta ginestra in un gli accinga, Sicché il fero aquilon, da Bacco odiato, Non trionfi di lei; ma lieta un giorno Le pampinose corna, i tralci e l'uve
Sovra il sostenitor sicura avvolga. Ma tutto si proveggia avanti molto Che, gonfiando la buccia, ardita scorga Già di fuori spuntar la gemma acuta:
Ch'allor più si convien che lunge stia Colui che l'ama il più, che serri intorno E di sterpi e di pietre, e faccia in guisa, Che non possa varcar chi crolli i rami.
Non però si convien che l'alma intenda A Bacco tal, che a Giove, a Febo, a Palla, Non curando di lor, si faccia odioso: Ma visitando vada ogni altra pianta
Che la riva o la piagga o 'l colle adombre. La morta cima, il ramuscel troncato Tagli; ch'assai sovente il secco offende Premendo il verde, e le conduce al fine.
Poi tutto quel che di soverchio nato Di parto adulterin nel tronco truova O nelle sue radici, accorto sveglia Il buono sfrondator; ch'all'altra prole
Di legittimo amor non furi il latte: E de' rami miglior, quantunque verdi, Non perdoni a tagliar; ma quelli istessi Ch'adombran più da quella parte donde
Passe il raggio del sol, che possa meglio Dentro tutto scaldar; se vuol più lieto Il ricco arbore aver, più dolci i pomi. E perché il pio cultor non deve solo
Sostener quello in piè ch'il padre o l'avo Delle fatiche sue gli ha dato in sorte, Ma far col bene oprar che d'anno in anno Cresca il patrio terren di nuovi frutti,
Quanto l'albergo umìl di figli abbonda: Né veggia, oimè! tra pecorelle e buoi La figlia errar dopo il vigesimo anno, Senza ancor d'Imeneo gustar i doni,
Discinta e scalza; e di vergogna piena Fuggir piangendo per boschetti e prati L'antica compagnia che in pari etade Già si sente chiamar consorte e madre;
Né i miseri figliuoi, pasciuti un tempo Pur largamente nel paterno ostello, E di quel sol che nei suoi campi accolse Dolci nativi, in tenerella etade
Di peregrin maestro empio flagello Sentir, la madre pia chiamando indarno, Alle fonti menando, ai verdi prati Le non sue gregge; e le cipolle e l'erba,
Lassi! mangiar, vedendo in mano ai figli Del suo nuovo signor formaggio e latte: Siccome oggi addivien tra i colli toschi Dei miseri cultor, non già lor colpa,
Ma dell'ira civil, di chi l'indusse A guastar il più bel ch'Italia avesse. Or chi vuol, nell'età canuta e stanca, Di pigra povertà non esser preda,
E poter la famiglia aver d'intorno Lieta, e la mensa di vivande carca, E far aschio al vicin, non pur pietade; Nella nuova stagion non segga in vano:
Ch'or rinnuovi, or rivesta, or pianti, or cangi, Pur secondo il bisogno, or vigne, or frutti. Son mille i modi che natura impose Di crearse alle piante; onde si vede,
Senza cura d'altrui, che per sé stesse Ne nascon molte che fanno ombra verde Alle liete campagne, ai verdi colli, Sopra i gelidi monti, in riva un fiume:
Vedi la scopa umìl, il faggio alpestre, Vedi il popolo altero, il lento salcio. Parte son poi, che dal suo proprio seme Surgon più liete: la castagna irsuta,
La ghiandifera quercia, il cerro annoso. Altre veggiam, nelle radici in basso Ch'hanno i suoi successor: l'olmo, il ciriegio, L'odorato, gentil, famoso lauro,
Ch'io spero ancor che le mie tempie cinga Sol per le vostre man, gran Re de' Galli: Questo ancor vede i suoi futuri eredi Nutrirse intorno, e gli ricuopre e pasce.
Così crescer veggiam le selve e i boschi; L'alte montagne, i luoghi imi e palustri Vestir tutti tra sé diverse guise. Poscia, seguendo il natural cammino,
Trovò l'uso mortal nuove altre forme. Quello il caro pianton dal proprio ventre Toglie alla madre, e lo ripon nel solco; Quel trapianta un rampollo; e quello un tronco
Sotto la terra pon, di palo in guisa: Tale è pianta gentil ch'in pace porta L'empio propagginar, né vive sdegna Le sue membra veder da noi sepolte:
Poi tali ancor, che senza aver radici Crescon gioiose; e le più altere cime Spesso il buon potator non pianta a voto, Ma quel ch'è più, che dalla molta uliva,
Il già secco pedal segando in basso, Si vedran germinar le barbe ancora. Or, non si trova alfin prestar le membra L'un frutto all'altro, e le nodrir per sue?
Ma riguardisi ben (ch'il tutto vale) Tra tal varïetà comprender dritto Di ciascuno il valor, la sede e 'l culto; E 'n quella parte ove natura inchina,
Drizzar il passo: perché l'arte umana Altro non è da dir, ch'un dolce sprone, Un corregger soave, un pio sostegno, Uno esperto imitar, comporre accorto,
Un sollecito atar con studio e 'ngegno La cagion natural, l'effetto e l'opra; E chi vuol contro andar del tutto a loro, Schernito dal vicin, s'affanna indarno.
Vie più robusta vien l'inculta pianta Che senza altrui lavor s'estende al cielo, E secondo al desio si prese il seggio; Pur men feconda: ma inserendo i rami,
O cangiando il terren più volte, spoglia Il salvatico stilo; e 'l culto onesto, Di costume civil la rende adorna. Il medesmo avverrà, s'al pio parente
Svegliendo intorno la crescente prole Che 'l piè gl'ingombra, negli aprici campi Convenevole a lui darà l'albergo. L'arbore in ver che dal suo seme nasce,
Ha sì tarda, affannosa e fral la vita, Che pria ch'arrive ancor l'età virile, Si spegne in fasce; o non morendo, al fine Di sì stanco sapor conduce i frutti,
Ch'agli affamati augei si restan cibo. Non per questo si manche in ciascun anno Di por nel solco suo de' miglior semi, E coll'onde e col fimo dar loro esca,
E coprirgli dal giel, cacciare i vermi, Vedergli spesso, e sperar sempre il meglio: Ché molte cose fan la cura e l'opra. Ride al propagginar la vite allegra,
L'uliva al tronco: l'amoroso mirto Cresce più volentier nel cespo intero. Cresce il duro nocciuol traposto in pianta, La palma invitta, e con mille altri insieme
L'alto frassino ancor, la quercia ombrosa. L'aurato cetro poi, la poma rancia, E la sua compagnia soave e cara, Benché di seme ancor, di pianta viene.
Quei che di rami poi, non pur di tronco, Dànno al suo potator nel tempo i frutti, È 'l purpureo granato, il dolce fico, L'aspro e greve cotogno, il freddo melo,
Il tardo pero, e la vermiglia pruna. L'arbor gentil che già sostenne in alto La morta Filli, il crudel noce opaco, Il non vivace pesco, il grande e fero
Robustissimo pin, fra gli altri tutti Ch'han l'alma in lor da più difese armata, (Fuor d'ogni uso comun) sicuro e sano Veggion de' semi suoi sovente il frutto:
Ché la natura istessa aperto face Che la semenza sua doppia virtude Aggia, e più d'altra; poiché tante scorze Dure e spinose le ravvolse intorno.
Ma che direm dell'ingegnoso inserto Che in sì gran maraviglia al mondo mostra Quel che val l'arte ch'a natura segua? Questo, vedendo una bennata pianta
D'agresti abitator talvolta preda, Gli ancide e spegne; e di dolcezza ornata Nuova e bella colonia in essa adduce: Né si sdegna ella; ma guardando in giro,
Sì bella scorge l'adottiva prole, Che i veri figli suoi posti in oblio, Lieta e piena d'amor gli altrui nodrisce. L'arte e l'ingegno qui mille maniere
Maravigliosamente ha poste in pruova. Quando è più dolce il ciel, chi prende in alto Le somme cime più novelle e verdi Del miglior frutto, e risecando il ramo
D'un altro per sé allor aspro e selvaggio, Ma giovine e robusto, o 'l tronco istesso, Adatta in modo le due scorze insieme, Che l'uno e l'altro umor che d'essi saglia,
Mischiando le virtù, faccia indivisi Il sapor e l'odor, le frondi e i pomi. Chi la gemma svegliendo, all'altra pianta Fa simil piaga, e per soave impiastro
Ben congiunta ed egual l'inchiude in essa. Chi della scorza intera spoglia un ramo, In guisa di pastor ch'al nuovo tempo Faccia zampogne a risonar le valli;
E ne riveste un altro, in forma tale, Che qual gonna nativa il cinga e copra. Molte altre son, ch'a narrar lungo f"ra: Ché 'l conoscer dell'uom non si contenta
Di quel che gli altri san, ma d'ora in ora Cerca nuovi sentieri; e più d'ogni altro Il ben dotto cultore, il qual ritrova Cose spesso incredibili a chi 'l vede,
Non che a chi l'ode dir; e prova alfine, Che l'arte alla natura è mastra e guida. Ma quai modi s'adopre, o questi o quelli, O de' novelli ancor, sappia il villano,
Che tutto fa chi le due membra insieme Sì ben congiunge, che natura adopre Ogni spirto e valor comune in esse. Delle stagion, migliore e più sicura
È l'alma primavera in cui vigore Giovinetto gentil e largo infonde E di dentro e di fuor la terra e 'l cielo; Pur in ogni altra ancor mostra la pruova,
Che talor si può far; e quelle nozze Son più care tra loro e più felici, Che del medesmo sangue ebber parenti, Benché vario il natale in bosco e in orto:
L'altre, tra i più congiunti, come avviene Tra 'l pero e 'l melo, e tra 'l ciriegio e 'l cornio. Ma pur l'abitator dei verdi colli, Poiché ha condotte a fin le maggior cure,
Lo conforto a spiar gli altri segreti Del corso natural delle sue piante; E sia presto a tentar tutte le strade Non segnate d'altrui, per far più ricca
Del gran cultivator la sacrata arte, E mostrar a chi vien, che il secol nostro, Sì neghittoso e vil, non dorme in tutto: E tanto più che nulla cosa al pari
Addolcisce il sapor, ch'il dotto innesto; Né men giova di quel ch'a' frutti suoi Dà nuovi alberghi, e gli trapianta spesso. Fatto questo, ciascun cercando vada
Qual han le piante sue patria più cara, Qual aggian qualità: chi brame il sole, Chi cerchi l'aquilon; chi voglia umore, Chi l'arido terren, chi valle o monte;
Chi goda in compagnia, chi viva sola. Veggia il dolce arbuscel che Bacco adombra; Veggia l'arbor gentil da Palla amato, Il parnassico allor, l'aurato cetro,
Veggia il mirto odorato, il molle fico; Veggia la palma eccelsa, il poco accorto Mandorlo aprico che sovente pianse Tardi i suoi danni, ch'anzi tempo (ahi lasso!)
De' suoi candidi fior le tempie cinse; Veggia il granato pio, che dentro asconde Sì soavi rubin; la pianta veggia, Che Tisbe e 'l suo signor vermiglia fero,
La cui fronde ha virtù ch'il verme pasce Che 'n sì bella opra a sé medesmo tesse Onorato sepolcro e morte acerba, E dai Seri e dagl'Indi il filo addusse
Onde il mondo novel si adorna e veste; Veggia il persico pomo; e veggia come Il temprato calor, la lieta stanza, Il mirar chiaro e bel sovente il sole,
Gli fa belli, e venir di frutti pieni. Ma l'irsuta castagna, il noce ombroso, L'acerbissimo sorbo, il pino altero, Il giocondo susin, l'aspro reale
Nespol nodoso, il tardo pero e 'l melo, L'almo ciriegio che da lunge mostra I fiammeggianti frutti, e ride al cielo; Il suo minor fratel, cornio silvestre,
Sdegnoso in sé, che dispregiar si vede La schernita famiglia accanto a quello; E lo spinoso e vil, dal vulgo offeso Giuggiol negletto, che salubre forse
Più che grato sapor nel frutto porta; Questi il gelato ciel con meno oltraggio Soffrir ben ponno, e sostenersi in vita Carchi di neve ancor le chiome e 'l volto.
Dunque trove il cultor tra i campi suoi Qual sia la piaggia che più scalde il sole Poich'a mezzo cammin del giorno arriva: E done ivi a ciascun bramato seggio,
Di quei che son della sua vista amici. Poi l'altra parte che più l'orsa vede Come giri assetata intorno al polo, Caro albergo sarà di quegli a cui
Vie più dolce ch'il sol vien l'aura e l'ombra: Ma sappia pur, che da tal parte nasce Men soave il sapor, più forte il tronco. L'altre due parti che risguarda Apollo
Quando poggia dal mar, quando discende; Perché tepide son con meno offesa O di caldo o di giel, disponga in esse Or di questi or di quei, mirando al sito;
Perché spesso addivien ch'un colle, un monte, Ricoprendo talor, talor porgendo O l'austro o l'aquilon, non meno adduce Saldi effetti tra lor, ch'il cielo istesso.
La pampinosa vite e l'alma uliva, Il mandorlo gentil, la piaggia e 'l colle Aman più d'altro, e dove sia la terra Asciutta e trita; e così quei che han caro,
Più ch'il freddo, il calor, come il granato, Come il fico, e cui tien dolce il sapore Per arrichir fra noi l'ultime mense. Gli altri ch'hanno il troncon più saldo, e 'l gusto
Aspro e men grato, ove trovin l'albergo Tenace e duro, senza danno e tema Non lascian di condurre i frutti a porto, E larghi ristorar l'altrui fatiche.
Prenda adunque il villan d'intender cura Delle terre i sapori e le virtudi, L'alte varïetà che in esse sono; Che 'l pon molto giovar: e non si sdegni,
Senza crederne altrui, di farne pruova. La più greve o leggier, la man lo mostra Senz'altro faticar: la rara o densa, Di cui questa al frumento, e quella a Bacco
Dona il seggio miglior, si vede aperta Con far profondo un pozzo, e poco appresso Il medesmo terren riporre ivi entro; Del qual s'abbonderà, serva all'aratro;
Alle viti, alle gregge, ov'esso manche. La salsa, e l'altra che si appella amara, Ch'alle vigne, alle piante, all'erbe, ai prati Sempre inutil saria; qualche vil corba
Fa' carca d'esse, e poi di sopra versa Dolci acque e chiare, e ripremendo in alto, Prendi l'umor che caggia, ed ei ti rende Il suo gusto palese, o questo o quello.
L'altra che grassa sia, con man trattando Non s'apre o schianta, ma qual cera o pece, Chiusa e tenace vien quanto è più pressa. L'umida, per se stessa il fallo accusa;
Che sempre ha, più che spighe, e giunchi ed erbe. La negra, e l'altre ch'il color presenta, Non conviene imparar: la troppo fredda Ch'è di tutte peggior, mal si conosce,
Se mille erbe nocenti, e 'l nasso e l'edra Non ne fan testimon coll'ombre loro. Or si ricordi qui, ch'il troppo lieto, Come l'erbose valli, ove discenda
O di pioggia o di vena onda che apporte, Depredando l'altrui, de' colli il meglio, O dove abbonde il fiume e stagne intorno, Fan le piante più altere, e maggior pomi,
Ma d'insulso sapor; fanno la vite Più superba, più vaga, e di più frutto; Pur men nobile il vin, di men valore, E che, passato april, cangia pensiero.
Puosse pur maritar col suo caro olmo, O col suo lento salcio; e quel che rende, Coll'opra di Vulcan purgar in modo, Che più lunghi aggia i giorni, o porlo in mensa
Alla più vil famiglia al più gran gielo. L'altra, che per sé stessa e prende e torna L'umor che caggia, e 'l chiuso fumo esale, Né di scabbiosa ruggine empia i ferri,
Né sia molto ghiaiosa, e non riceva La venenosa creta o 'l secco tufo Ch'alle serpi e scorpion son proprio albergo, Ma con modo e ragion sia d'erbe cinta;
Quella alle vigne tue, quella all'uliva, All'aratro, alle gregge, a quanto vuole Comandar il villan, fia pronta e leve. Così tutto avvisato, il tempo e 'l loco,
Proveggia i tralci; e non perdoni all'opre, Di cercar notte e dì, presso e lontano, Ove siano i miglior; né si contenti Di quei dell'avo suo, che forse a torto
Neghittoso accusava i colli suoi Che gli fero aspre le vendemmie e frali. Accordi il buon nocchier ch'a Lesbo e Rodo E Creta, e per quei mar le merci porta,
Ch'indi ne svella, e le più nobil piante Con terra avvolte cui sovente bagne, Ne le rechi fedel nel suo ritorno: E se la prora sua volge all'occaso,
Dal bel regno di Gallia, ove il gran giogo Del freddo Pireneo vede il mar nostro, Tal pianta prenda; ch'assai più soave E più salubre avrà la forza e 'l gusto.
Né il sen partenopeo, né mille appresso Degli italici lidi fieno avari Di generose vigne e d'altri frutti, Che chi vorria contar, potrebbe ancora
Narrar l'arene ch'in Cirene avvolge Zeffir cruccioso, o quando l'Euro è torbo E che rabbioso vien, quante onde spinga L'aspro ïonio mar nei liti suoi.
Già si cavin le fosse, e tanto avanti, Ch'il freddissimo Coro e cotto e trito Aggia il mosso terren pria che la vite Se gli commetta in sen; poi si ricuopra
Sì leggier, che l'umor trapasse addentro. Quei che voglion servar fedele e 'ntera La santa maiestà di sì bella arte, In un simil terren più di le piante
Tendon sepolte, perché a poco a poco Gustin l'albergo, e che natura in esse Vesta il nuovo costume, e 'l vecchio spoglie; Poi quella parte ove riguardan l'orse,
E dove il mezzodì, segnano in guisa, Che le possin tornar nel modo primo: E può molto giovar; tanto ha di forza Della tenera età l'usanza antica.
Ma più religïon servar conviense Al mandorlo, all'uliva, all'altre piante Che di più gran valor montano al cielo. Ove è grasso il terren, più spessa pianti
L'eletta vigna sua; dove sia frale, Lasci spazio maggior: e non le doni Peregrina compagna; e sovrammodo Del nocciuol viene schiva: e non riguarde
Al Sol che caggia in mar; ché se ne attrista. Tenga gli ordini eguai, che non pur danno Agli occhi dei miglior leggiadro aspetto; Ma ben divise in sé, con più ragione
Le amministra il terren l'umore e l'esca; Né, premendo, fra lor si fanno oltraggio. Mostrin l'istessa forma che si vede In guerra spesso, ove l'orribil tromba
Risveglia all'arme, e che la folta schiera Si spiega in quadro, e 'n minacciose tempre Volge al nemico il volto, e 'ntenta aspetta, Per già muover la man, del duce il segno;
Ch'ha di numero par la fronte e i fianchi. Molti furo a quistion, come profonda Voglia la fossa aver: ma in somma sia (Secondo il loco pur) non molto addentro.
Gli altri arbori maggior, ch'han più vigore E più salde le membra, e 'n alto stanno Con lunghe braccia e con aperta fronte A combatter coi venti al più gran verno,
E di cibo più largo han più mestiero; Convenevole a lor sotterri il piede. Seguiti in ciò colui che dottamente Fonda eccelse colonne, archi e teatri,
O minacciose moli in mezzo il mare; Che, quanto il ciglio lor più s'alza al cielo, Più comincia il lavor di verso il centro: E natura ave in ciò maestra e guida;
Ch'all'altissimo pino, all'eschio, al faggio, Al cerro invitto, ed a mill'altri insieme, Quanto leva a ciascun la chioma in suso, Tanto abbassa laggiù le sue radici.
Or non resta al cultor nuova altra cura, Ch'alle piantate viti, agli altri frutti Metter dentro e d'intorno ghiara o vasi, Che guarde il troppo umor che non discenda
A guastar le sue barbe, e 'l poco alletti. Poi gli guardi dal ferro e dagli armenti, Dai vermi e dalle capre; e si ricorde Che tanto a Bacco fan dannaggio e scherno,
Che 'l suo gran sacrificio è d'esse sposo. Qui m'aiuti or cantar la sacra Pale; Col favor della qual dico al pastore, Che delle gregge sue tal cura prenda,
Che non manche il letame ai magri colli, Né da coprir la sua famiglia il verno, E ne' giorni più lieti agnelli e latte, E capretti e formaggio ai miglior tempi.
Quando si fugge il giel, quando già indora Gli umidi pesci il sol, quantunque il vento Fugga, e la neve a Zeffiro s'arrende; Loro apporta più doglia, e spesso morte
Questo tempo novel, che Borea e 'l ghiaccio. Questo le trova ancor debili e grame; E senza cibo dar, piovoso e molle, Di mille infermità le rende preda.
Faccia di stoppie ancor, faccia di felci Sovra il duro terren coverchio e letto Contro al frigido umor rimedio, e schermo A la tarda podagra e l'aspra scabbia.
E quando è carco il ciel, di frondi e fieno Empia la mensa lor sotto il suo tetto, E dell'acque miglior; che non convegna, Senza pasco trovar, bagnar le gonne.
Poiché l'erba rinasce, e torna il caldo, Muova or la capra e l'umil pecorella, Questa alle verdi piagge, e quella al bosco, Tosto che appar l'aurora, mentre ancora
La notturna rugiada l'erbe imperla. Poiché 'l sol monta, ai più gelati rivi Dia lor ristoro; e 'n qualche chiusa valle, O sotto ombra ventosa d'elce o d'olmo
Le tenga a ruminar: poi verso il vespro Le rivolga a trovare i colli e i fiumi. Chi tien cara la lana, le sue gregge Meni lontan dagli spinosi dumi,
E da lappole e roghi, e da le valli Che troppo liete sian: le madri elegga Di delicato vel candide e molli; E ben guardi al monton; che bench'ei mostri
Tutto nevoso fuor, se l'aspra lingua Sia di fosco color, di negro manto O di macchiato pel produce i figli. Chi cerca il latte, ove fiorisca il timo,
Ove verdegge il citiso, ove abbonde D'alcun salso sapor erba odorata, Dia loro il pasco: ché da questi viene Maggior la sete; e grazioso e vago,
D'un insolito sal dà gusto al latte. Quel ch'al nascer del dì si munge, al vespro Prema il saggio pastor: quel della sera, Quando poi surge il sol, formaggio renda.
Non si lassi talor dentro all'albergo Dell'innocenti gregge arder intorno Dell'odorato cedro, o del gravoso Galbano, o d'altro tal ch'a lui simiglie;
Che discaccian col fumo dai lor letti La vipera mortal, l'umida serpe, Che s'han fatto ivi il nido, e son cagione (Colpa del suo guardian) d'interna peste.
Qui s'avveggia alla fin, che 'l tempo è giunto Di tor la veste all'umil pecorella, Ch'ha troppa intorno, e non si sdegna o duole, Per ricoprirne altrui, torla a se stessa;
Purché d'acqua corrente o di salse onde Sia ben purgata appresso; e poi d'amurca, D'olio, di vin, di zolfo e vivo argento, E di pece e di cera e d'altri unguenti
Le sia fatta difesa al nudo dorso Contra i morsi e venen di vermi e serpi. Né fra l'ultime cure il fido cane Si dee quinci lasciar; ma dalle cune
Nutra il rozzo mastin, che sol conosca Le sue gregge e i pastori, e d'essi prenda Il cibo ai tempi suoi, d'ogni altro essendo, Come lupo o cinghial, selvaggio e schivo.
Non muova mai dalle sue mandre il piede: Seguale il giorno; e poi la notte pose Su la porta, o tra lor, come altri vuole. Sia suo letto la terra, e tetto il cielo;
Né mai veggia l'albergo, e mai non guste Delicate vivande; e fugga il foco. Sia soverchio velluto, a fin che possa Ben soffrir il seren, la pioggia e 'l gielo:
E ch'al dente del lupo schermo vegna. Candido lo vorrei; ché più lontano, All'oscura ombra, si dimostra altrui, E men puote ingannar guardiano o gregge.
Minacciosa la fronte, il ciglio torvo, Sempre innanzi alla schiera il passo muova; E col fischio e col grido avvezzo tale, Che riguardi sovente accanto e 'ndietro.
Or vengo a visitar l'ingegnose api, Di cui prender si deve il frutto primo Del suo dolce liquor, quando si vede Ch'Apollo lascia il Tauro, e 'n oriente,
Poco avanti l'aurora, il volto mostra La candida Taigete, e col bel piede Ripercotendo il mar si leva in alto. E ben più largamente il buon villano
Può depredar il mel; perché l'estate, Sendo il tempo sereno e i venti in bando, (Benché vinca il calor) non manca a quelle Mille fior, mille erbette, in mille valli
Ove può meno il sol, che danno l'esca Che lor troppa furò l'avara mano. O beato colui che in pace vive, Dei lieti campi suoi proprio cultore;
A cui, stando lontan dall'altre genti, La giustissima terra il cibo apporta, E sicuro il suo ben si gode in seno! Se ricca compagnia non hai d'intorno
Di gemme e d'ostro, né le case ornate Di legni peregrin, di statue e d'oro, Né le muraglie tue coperte e tinte Di pregiati color, di vesti aurate,
Opre chiare e sottil di Perso e d'Indo; Se il letto genital di regie spoglie, E di sì bel lavor non aggia il fregio, Da far tutta arrestar la gente ignara;
Se non spegni la sete, e toi la fame Con vasi antichi in cui dubbioso sembri Tra bellezza e valor chi vada innante; Se le soglie non hai dentro e di fuore
Di chi parte e chi vien calcate e cinte, Né mille vani onor ti scorgi intorno; Sicuro almen nel poverello albergo Che di legni vicin del natio bosco,
E di semplici pietre ivi entro accolte, T'hai di tua propria man fondato e strutto, Colla famiglia pia t'adagi e dormi. Tu non temi d'altrui forza né inganni,
Se non del lupo; e la tua guardia è il cane, Il cui fedel amor non cede a prezzo. Qualor ti svegli all'apparir dell'alba, Non trovi fuor chi le novelle apporte
Di mille ai tuoi desir contrari effetti; Né, camminando o stando, a te conviene All'altrui satisfar più ch'al tuo core. Or sopra il verde prato, or sotto il bosco,
Or nell'erboso colle, or lungo il rio, Or lento or ratto a tuo diporto vai. Or la scure or l'aratro or falce or marra, Or quinci or quindi, ov'il bisogno sprona,
Quando è il tempo miglior, soletto adopri. L'offeso vulgo non ti grida intorno, Che derelitte in te dormin le leggi. Come a null'altra par dolcezza reca
Dell'arbor proprio e da te stesso inserto, Tra la casta consorte e i cari figli, Quasi in ogni stagion goderse i frutti! Poi darne al suo vicin, contando d'essi
La natura, il valor, la patria e 'l nome; E del suo coltivar la gloria e l'arte, Giungendo al vero onor più larga lode! Indi menar talor nel cavo albergo
Del prezïoso vin, l'eletto amico; Divisar dei sapor, mostrando come L'uno ha grasso il terren, l'altro ebbe pioggia; E di questo e di quel di tempo in tempo
Ogni cosa narrar che torni in mente! Quinci mostrar le pecorelle e i buoi, Mostrargli il fido can, mostrar le vacche, E mostrar la ragion che d'anno in anno
Han doppiato più volte i figli e 'l latte! Poi menarlo ove stan le biade e i grani, In vari monticei posti in disparte; E la sposa fedel, ch'anco ella vuole
Mostrar ch'indarno mai non passe il tempo, Lietamente a veder d'intorno il mena La lana, il lin, le sue galline e l'uova, Che di donnesco oprar son frutti e lode!
E dipoi ritrovar, montando in alto, La mensa inculta, di vivande piena Semplici e vaghe; le cipolle e l'erba Del suo fresco giardin: l'agnel ch'il giorno
Avea tratto il pastor di bocca al lupo Che mangiato gli avea la testa e 'l fianco! Ivi, senza temer cicuta e tosco Di chi cerchi il tuo regno o 'l tuo tesoro,
Cacciar la fame, senza affanno e cura D'altro che di dormir la notte intera, E trovarsi al lavor nel nuovo sole! Ma qual paese è quello ove oggi possa,
Glorïoso Francesco, in questa guisa Il rustico cultor goderse in pace L'alte fatiche sue sicuro e lieto? Non già il bel nido ond'io mi sto lontano,
Non già l'Italia mia; che, poiché lunge Ebbe, altissimo Re, le vostre insegne, Altro non ebbe mai che pianto e guerra. I colti campi suoi son fatti boschi,
Son fatti albergo di selvagge fere, Lasciati in abbandono a gente iniqua. Il bifolco e 'l pastor non puote appena In mezzo alle città viver sicuro
Nel grembo al suo signor; che di lui stesso Che 'l devria vendicar, divien rapina. Il vomero, il marron, la falce adonca Han cangiate le forme, e fatte sono
Empie spade taglienti, e lance agute Per bagnar il terren di sangue pio. Fuggasi lunge omai dal seggio antico L'italico villan; trapasse l'alpi;
Truove il gallico sen; sicuro posi Sotto l'ali, Signor, del vostro impero. E se qui non avrà, come ebbe altrove, Così tepido il sol, sì chiaro il cielo;
Se non vedrà quei verdi colli t¢schi, Ove ha il nido più bel Palla e Pomona; Se non vedrà quei cetri, lauri e mirti, Che del Partenopeo veston le piagge;
Se del Benaco e di mill'altri insieme Non saprà qui trovar le rive e l'onde; Se non l'ombra, gli odor, gli scogli ameni Che 'l bel liguro mar circonda e bagna;
Se non l'ampie pianure e i verdi prati Che 'l Po, l'Adda e 'l Tesin rigando infiora, Qui vedrà le campagne aperte e liete, Che senza fine aver vincon lo sguardo;
Ove il buono arator si degna appena Di partir il vicin con fossa o pietra: Vedrà i colli gentil, sì dolci e vaghi E 'n sì leggiadro andar, tra lor disgiunti
Da sì chiari ruscei, sì ombrose valli, Che farieno arrestar chi più s'affretta. Quante belle sacrate selve opache Vedrà in mezzo d'un pian, tutte ricinte
Non da crude montagne o sassi alpestri, Ma dai bei campi dolci e piagge apriche! La ghiandifera quercia, il cerro e l'eschio Con sì raro vigor si leva in alto,
Ch'ei mostran minacciar coi rami il cielo, Ben partiti tra lor, ch'ogni uom direbbe Dal più dotto cultor nodrite e poste Per compir quanto bel si truove in terra.
Ivi il buon cacciator sicuro vada, Né di sterpo o di sasso incontro tema, Che gli squarce la veste, o serre il corso. Qui dirà poi con maraviglia forse,
Ch'al suo caro liquor tal grazia infonde Bacco, Lesbo obliando, Creta e Rodo; Che l'antico falerno invidia n'aggia. Quanti chiari benigni amici fiumi
Correr sempre vedrà di merce colmi; Né disdegnarse un sol d'avere incarco Ch'al suo corso contrario indietro torni! Alma sacra Ceranta, Esa cortese,
Rodan, Sena, Garona, Era e Matrona; Troppo lungo sarìa contarvi appieno. Vedrà il gallico mar soave e piano: Vedrà il padre Ocean superbo in vista
Calcar le rive, e spesse volte irato, Trionfante scacciar i fiumi al monte; Che ben sembra colui che dona e toglie A quanti altri ne son le forze e l'onde.
Ma, quel ch'assai più val, qui non vedranse I divisi voler, l'ingorde brame Del cieco dominar che spoglie altrui Di virtù, di pietà, d'onore e fede;
Come or sentiam nel dispietato grembo D'Italia inferma, ove un Marcel diventa Ogni villan che parteggiando viene. Qui ripiena d'amor, di pace vera,
Vedrà la gente; e 'n carità congiunti, I più ricchi signor, l'ignobil plebe Viverse insieme, ritenendo ognuno Senza oltraggio d'altrui le sue fortune.
Nell'albergo real vedrà due rare Sacrate e prezïose Margherite, Che invidia fanno al più soave aprile, All'Indo, al Tago, alla vermiglia Aurora.
Carlo non ci vedrà, che s'ei potea Il fil fatale a più perfetti giorni Condurre (ahi destin crudo!), ogni mortale Sormontava d'onore, ed era a tutto
L'äusonico sen pace e ristoro, Non all'Insubria pur che 'l piange e chiama. Vedrà l'alto splendor che, poiché l'Arno Ornò di tanto bene, e ricco feo
Il purpureo suo giglio, empie e rischiara Or del Gallo divin gli aurati gigli Dei raggi suoi: quell'alma Caterina, Al cui gran nome la mia indegna cetra
Consacrati darà questi ultimi anni. L'alto sposo vedrà, che nell'aspetto E nello sguardo sol mostra ch'avanza Di valor, di virtù, di gloria e d'arme
L'antica maiestà degli altri regi, Ch'or s'inchina adorando: il sommo Enrico. Poi il sostegno dei buon, l'eletta sede Di giustizia e d'onor, l'altero speglio
Di bontà integra, il fido lume e chiaro D'invitta cortesia, l'esempio in terra Di quanto doni il Ciel a noi mortali, Magnanimo Francesco, in voi vedranno;
Sotto il cui santo oprar, tranquillo e lieto Il vostro almo terren sicuro giace, Qualor sente in altrui più doglia e tema: Quasi uom che veggia, in alto monte assiso,
Dentro il cruccioso mar Borea rabbioso Ch'allo scoglio mortal percuote un legno; Che di non esser quel ringrazia il cielo. Vivi, o sacro terren; vivi in eterno
D'ogni lode e di ben fido ricetto: A te drizzo il mio stil; per te sono oso D'esser primo a versar nei lidi toschi, Del divin fonte che con tanto onore
Sol conobbe e gustò Mantova ed Ascre. Ma tempo viene omai che 'l fren raccoglia Al buon corsier, che per sì dolci campi Tal vagando fra sé diletto prende,
Che stanchezza o sudor non sente in essi.
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