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1495–1556

INNO TERZO.

Luigi Alamanni

Rare volte addiviene Che fuor del tronco istesso Naschin contrari i rami; Che 'l mal medesmo e 'l bene,

Ch'all'un gli vien concesso, Par che nell'altro brami. Ch'oggi a cantar richiami Convien l'alta e gradita

Scorta dei versi miei; Che dire io non porrei, Senza la santa aita D'un'alma Margherita.

Cantiamo due sorelle Della sorella pia Del nostro Gallo altero; Ch'in lei poser le stelle

Tutto 'l miglior che sia Sotto al divino impero; E congiurate féro Del ciel l'esempio fido:

Perché la nostra etade D'onore e di bontade Dentro il francesco nido Togliesse all'altre il grido.

Deh com'è dolce e cara Quell'umiltà, che sia Posta in reale altezza! Deh com'è santa e rara

L'onesta leggiadrìa In immortal bellezza! Poi tutti gli altri sprezza: E quei sol tien felici

Più di virtute amici. Argento, e gemme, ed oro, Onde van l'altre altere, Come vil soma schiva.

Il sommo suo tesoro È tal ricchezza avere, Ch'in ogni tempo viva. Già mai non giunge a riva

Castità pura e fede, E ver desio di lode; Mai di qua giù sen gode: Poi nell'eterna sede

Si vien di gloria erede. Tant'è dolce e gentile La dotta ornata piuma D'esta immortal Regina,

Che l'uno e l'altro stile, Che più d'onor s'alluma, A lei qua giù s'inchina. Chiara alma pellegrina,

Che pur la Grecia adora, Ch'hai delle donne il vanto; Se 'l tuo amoroso canto Tra noi vivesse ancora,

D'assai men pregio fôra. Ditelo al mondo voi Di Giove altere figlie, Che lo sapete sole,

S'ai santi detti suoi Fu mai chi s'assomiglie Tra le più antiche scuole; O s'altra vide il sole

Fronte già mai più degna Della sua verde insegna. Or che deggiam noi dire Del bel parlare ornato,

Ch'altrove non ha pare? Chi 'l può sovente udire, Ben con ragion beato Qua già si può chiamare;

Ch'a lui davanti stare Non può gravezza o doglia, Né pensier basso e vile. Ogni anima gentile

Più di virtude invoglia; L'altre di vizi spoglia. Deh con quai saggi detti Squarcia talora il velo

Al ver ch'ascoso giace! Come i mortai difetti, Che noi privan del cielo, Aperti e conti face!

Poi tutto quel che piace Al desir cieco umano, Dannoso mostra e frale; E che null'altro vale,

Ch'avere il cuor lontano Dal rozzo vulgo insano. Or qui sia fine omai; Ch'a raccontarne il tutto

Sarian mill'anni poco. O sommo Sol, che n'hai Creato il più bel frutto, Che fusse in alcun loco;

Dì che non prenda in giuoco I bassi detti miei: Che più poter vorrei.

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