Santa compagna antica Di Febo, e delle nove Dotte sorelle di Parnasso onore; Cetra, nel mondo amica
Di quanti il sommo Giove Addrizza al vero ben, che mai non muore; Tu puoi l'alto furore Tôrre a Nettuno e 'l cielo;
E ritornargli in pace: Tu puoi, quand'a te piace, Temprar l'ardenti fiamme e sciorre il gelo, Fermar le stelle e i fiumi,
E muover le montagne, i boschi e i dumi. Tu la tartarea porta Puoi con tue note aprire, E tôrre a morte l'onorate prede.
Chi t'ha per fida scorta, Ben può sicuro gire, Che 'l Fato stesso alle tue forze cede. Chi mai pietà non vede,
Puoi far cortese e pio, Come al buon Tracio avvenne. Quale in un punto venne Nel basso centro il dispietato Dio,
Quand'ei sentì cangiarse, E tutto dentro e sé contrario farse? Frenasti il crudo orgoglio Delle rabbiose fronti
All'affamato can, che guarda Dite. Dallo spumoso scoglio, Per ubidirte pronti Traesti i pesci su l'arene trite.
Furon da te compite Quelle onorate mura Là 've quel figlio eterno Nacque, ch'al caldo, al verno
De' petti sgombra ogni soverchia cura; Bacco, che Tebe onora, Quanto lui 'l mondo d'ogn'intorno adora. Dolce mia cetra, or meco
Vien, che nel centro oscuro Non vo' menarti, o degli scogli in cima. Di donar forma teco Alle città non curo:
Non curo i falsi onor, che 'l vulgo estima: Ma con la tosca rima N'andrem sovr'a Durenza; Là 've soletta stassi
Quella ch'i serpi e i sassi Puote addolcir con l'alta sua presenza: L'alma mia vaga Pianta, Che sola oggi per me s'onora e canta.
Quanto la terra ingombra; Quanto 'l mar volge intorno; Quanto bagnan le piogge e scalda il Sole, Non pur s'agguaglia all'ombra
Del mio bel tronco adorno, Ch'invesca 'l ciel con le sue frondi sole. Quanta virtù mai suole La più benigna stella
Sparger qua giù tra noi; Tanta nei rami suoi Ne porta ascosa dolcemente quella; Quella, ond'eterno il grido
Avrà Liguria, il suo famoso nido. Ben mostra aperto in lei Quanto più d'altro chiaro Fusse 'l gran seme, ond'ha le sue radici;
Quale hanno don gli Dei Più prezioso e caro Per quei, che più gli son nel mondo amici? Quei son da dir felici,
Quei son beati in terra, Ch'in alto sangue nati Tali han costumi ornati, Che virtù, nobiltà disfida in guerra:
Né scerner si può bene Chi di lor vinca, com'in questa avviene. Quanto biasmar si deve Chi per sé nudo vive,
E sol si cuopre dell'antiche spoglie! Com'avrà 'l viver breve Colui, ch'in l'altrui rive Ognor del non suo seme il frutto coglie!
Chi drizza al ciel le voglie Non sta contento a quello Che nel suo sangue truova; Ma con gli antichi a pruova
Cerca nome lasciar più chiaro e bello; E far palese altrui, Che 'l paterno valor non muore in lui. Tu, ch'in le frondi porti,
Alma mia pianta altera, Con tanta nobiltà tanta virtude; Deh perché non m'apporti Della tua grazia intera,
Sì ch'io possa narrar quanto 'l cor chiude! Tali or d'invidia nude Van, che tornar vedresti Di sdegno carche e d'ira;
S'or con la tosca lira Cantar sapessi i santi rami onesti: Ma senza lor non vale A ragionar di lor lingua mortale.
Se quel che scorgo io solo Scorgesse il cieco mondo, Di più nobil terreno avresti seggio: Con più onorato volo
Al mio desir secondo Giresti in parte, ov'io per me non veggio. Omai tardi m'avveggio Quanto sia grave il peso,
Ch'a portar (lasso) prendo: E 'l troppo ardir riprendo, C'ha vostra altezza, e me medesmo offeso. Ahi ciel sordo a' miei preghi,
Perch'a sì gran desir le forze neghi?
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