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1495–1556

INNO SECONDO.

Luigi Alamanni

Ritorniam; Muse, ancora A dir l'alto valore Del real tronco ornato, Che tanto ha fatto onore

A chi vi segue ognora; Che esser dovrebbe alzato Da voi sovr'ogni stato, Che mortal fusse mai

Dal dì che mosse il sole; Che dagli Dei non suole Con sì benigni rai Versarse in uman seme

Tante virtuti insieme. Da ria fortuna e fera Spegne talor si veder Dei cor l'alta chiarezza.

Ma sì fondata sede Trovo in quest'alma altera, Ch'ogni sua ruota sprezza: E chi vivendo apprezza

Sol vera gloria e lode, Non può temer di lei; Ma dei suoi colpi rei S'allegra in seno e gode,

Dicendo: e così avviene, Che il buon riporta pene. Deh che già larghe piaghe Gli ha fatto in mezzo l'alma

Quell'impia Dea fallace! Ma virtù intera ed alma, Che vuol, che l'uom s'appaghe Del ben ch'in essa giace,

Gli diede onore e pace: Tal ch'i nemici intorno Invidia n'hanno e scorno. Chi vuol vedere in terra

Del cielo il vero esempio, Oggi a vederlo vegna. O santo e sacro tempio, Ov'ogni ben si serra,

Ov'ogni valor regna; Non so s'io chiami indegna Questa infelice etate Di quel che teco appare.

Quant'altre cose chiare, Fur mai dal mondo ornate Nelle più ornate carte, Son di te poca parte.

Nel gran reale aspetto Dolcezza e cortesia S'han fatto altero nido. Quell'alma giusta e pia,

Di bei desir ricetto, Fura a tutt'altre il grido. L'alto cor giusto e fido Sovra 'l mortal confino

Alle sante opre inteso, Il suo terrestre peso Schivando, il buon cammino Prende da gire al cielo,

Dietro al signor di Delo. O sacro invitto duce, Di Macedonia onore, A cui fu 'l mondo poco;

Roman chiaro splendore, Di cui l'altera luce Splende per ogni loco: Voi fuste un dolce gioco

Della Fortuna amica, Troppo a costui nemica. Quanti già furo e sono, Ch'han riportato il nome

O giusto, o saggio, o forte: Che chi ben guarda come, Vedrà ch'ignudo dono Fu di benigna sorte.

Quante poi menti accorte, Vil preda al suo furore Or son di nulla estima. Più pone il vulgo in cima

Chi con suo gran disnore Fu di vittoria cinto, Che l'onorato e vinto. Non però tanto puote

La scellerata e stolta Vulgar credenza vana: Né col dar sempre volta Alle sue ingiuste ruote

Fortuna ai buon lontana Far può, che la sovrana Del mio gran Re virtute Non sia pur tale e tanta

Che di lui sol si canta; Mercè, pace e salute Sperando sol da lui Con grave biasmo altrui.

Sommo Francesco pio, Non ti spaventi cosa Che non può farti oltraggio: La strada erta e sassosa,

Il tempo e fosco e rio Del tuo mortal viaggio: Ma 'l valoroso e saggio Stelle, Fortuna e sorte

Vince, e rinasce in morte.

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