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1495–1556

INNO QUARTO.

Luigi Alamanni

La tosca cetra omai, Non prima udita ancora, Ritorni al mio cantare. Non udir forse mai

Le rive, ch'Arno irrora Dall'Apennino al mare, Fra tante rive chiare; Questo, ch'a dir m'invoglia

Alta vaghezza nata Dalla mia pianta ornata, Ch'oggi di gloria spoglia Ogni altro, e veste solo

Il suo natìo terreno, E le salse onde intorno. Non riva, o monte, o seno, Non l'un, non l'altro polo,

Non chi la notte o 'l giorno Ci mostra o ci nasconde, Vider sì belle fronde. E s'io pur l'ali stendo

Con l'incerate piume, Per dare al Ponto nome; Quella, ond'io vivo ardendo, Che m'ha vòlto in costume

Portar più gravi some, Per me racconti come Seguir mi faccia l'orme Di quei, che i duci illustri

Cantando, in tanti lustri Lasciâr l'antiche forme. Deh com'alzar vorrei Sovra 'l mortal pensiero

Questi onorati rami, Che tante volte féro Invidia in cielo ai Dei; E tanti lacci, ed ami

Han teso al mondo cieco Che pur gli adora meco. Al mar tirren non lunge; Non lunge al mar che bagna

Il provenzal confino; Ove a Nettuno aggiunge, E seco s'accompagna L'altissimo Apennino:

Benigno ivi destino De' vicin colli e monti Congiunse tutto insieme Il più onorato seme

Di quei, ch'a viver pronti Furon d'ingegno e d'arte: E in più nascosa parte Dai suoi vicin sicuri

Si fer con fossi e muri. Questi in consiglio e in arme Sempre più d'altri furo Al gran Nettuno cari,

S'uom dee credenza darme. Sallo il gelato Arturo, Gli african seni avari; Quanti son scogli e mari

Dal vecchio Atlante al Gange Con lor vergogna il sanno: Volger di mese e d'anno I nomi asconde e frange;

Ma non pur questi sono Così nel tempo ascosi, Ch'ancor per ogni lido, Tra duci alti e famosi

Non si senta oggi 'l suono, E 'l glorïoso grido Del liguro valore, Colmo d'eterno onore.

Di quante spoglie e insegne, Di quanta gloria e lode Vide Liguria ornarse! Ma tra le sue più degne

Opre, onde 'l nome s'ode Per mille carte sparse, Per cui già bella farse Potè con Roma a paro;

A par di pregio e vanto Fu il bello, onesto e santo Sdegno del gran Larcaro, Che 'l scettro alto e superbo

A tal condusse stato, Che mercè chiese, e pace: E poi ch'a sé legato Ebbe il nemico acerbo,

Gli disse: or qui mi piace, Ch'in ciò vendetta sia Perdono e cortesia. Larcaro invitto, eterno

Lume, perpetuo esempio Alla tua antica madre; Tu sol di quanti io scerno Trionfi merti e tempio

All'opre tue leggiadre; E l'onorato Padre Della mia Pianta altera Del tuo buon seme è frutto:

La Pianta, ch'ha produtto Leggiadrìa viva e vera, Con virtù tanta e tale. O ciel, se qui ti cale

Di nostre umane tempre, Viv'ella lieta e sempre.

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