La tosca cetra omai, Non prima udita ancora, Ritorni al mio cantare. Non udir forse mai
Le rive, ch'Arno irrora Dall'Apennino al mare, Fra tante rive chiare; Questo, ch'a dir m'invoglia
Alta vaghezza nata Dalla mia pianta ornata, Ch'oggi di gloria spoglia Ogni altro, e veste solo
Il suo natìo terreno, E le salse onde intorno. Non riva, o monte, o seno, Non l'un, non l'altro polo,
Non chi la notte o 'l giorno Ci mostra o ci nasconde, Vider sì belle fronde. E s'io pur l'ali stendo
Con l'incerate piume, Per dare al Ponto nome; Quella, ond'io vivo ardendo, Che m'ha vòlto in costume
Portar più gravi some, Per me racconti come Seguir mi faccia l'orme Di quei, che i duci illustri
Cantando, in tanti lustri Lasciâr l'antiche forme. Deh com'alzar vorrei Sovra 'l mortal pensiero
Questi onorati rami, Che tante volte féro Invidia in cielo ai Dei; E tanti lacci, ed ami
Han teso al mondo cieco Che pur gli adora meco. Al mar tirren non lunge; Non lunge al mar che bagna
Il provenzal confino; Ove a Nettuno aggiunge, E seco s'accompagna L'altissimo Apennino:
Benigno ivi destino De' vicin colli e monti Congiunse tutto insieme Il più onorato seme
Di quei, ch'a viver pronti Furon d'ingegno e d'arte: E in più nascosa parte Dai suoi vicin sicuri
Si fer con fossi e muri. Questi in consiglio e in arme Sempre più d'altri furo Al gran Nettuno cari,
S'uom dee credenza darme. Sallo il gelato Arturo, Gli african seni avari; Quanti son scogli e mari
Dal vecchio Atlante al Gange Con lor vergogna il sanno: Volger di mese e d'anno I nomi asconde e frange;
Ma non pur questi sono Così nel tempo ascosi, Ch'ancor per ogni lido, Tra duci alti e famosi
Non si senta oggi 'l suono, E 'l glorïoso grido Del liguro valore, Colmo d'eterno onore.
Di quante spoglie e insegne, Di quanta gloria e lode Vide Liguria ornarse! Ma tra le sue più degne
Opre, onde 'l nome s'ode Per mille carte sparse, Per cui già bella farse Potè con Roma a paro;
A par di pregio e vanto Fu il bello, onesto e santo Sdegno del gran Larcaro, Che 'l scettro alto e superbo
A tal condusse stato, Che mercè chiese, e pace: E poi ch'a sé legato Ebbe il nemico acerbo,
Gli disse: or qui mi piace, Ch'in ciò vendetta sia Perdono e cortesia. Larcaro invitto, eterno
Lume, perpetuo esempio Alla tua antica madre; Tu sol di quanti io scerno Trionfi merti e tempio
All'opre tue leggiadre; E l'onorato Padre Della mia Pianta altera Del tuo buon seme è frutto:
La Pianta, ch'ha produtto Leggiadrìa viva e vera, Con virtù tanta e tale. O ciel, se qui ti cale
Di nostre umane tempre, Viv'ella lieta e sempre.
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