Che giova oro e terreno? Che val possanza e impero? Che può Fortuna e Sorte? Tutto in un punto meno
Per un sol colpo fero Vien di spietata morte: E l'ore son sì corte D'esta vita mortale,
Che quasi un sogno passa: Inferma, cieca e bassa, Torta, caduca e frale, Notte e dì batte l'ale.
Questa importuna ancora Sotto 'l suo fosco ammanto I chiari nomi adombra. Quanti onorati allora
Fur sovra 'l Tebro e 'l Xanto, Ch'ella ci toglie e ingombra? E 'l tempo, che disgombra Ciò che presente truova,
È suo compagno fido; E insieme in ogni lido Quanto natura innuova Vanno involando a pruova.
Soli i lodati inchiostri, Sommo Francesco pio, Fan loro oltraggio e scorno: Che gli affamati mostri
Col suo possente oblio Non puon di gloria il corno Fiaccar, che tenga intorno Forti guerrieri armati,
D'alteri detti ornati. Questi, a mal grado sono Dei secoli invidiosi, Che ne dan lunga vita;
E con l'altero suono Là dove 'l dì si posi, Là d'onde fa partita; Conta fanno e gradita
Quella virtù, ch'appare Dentr'una nobile alma; E con più ricca salma Di belle lodi e chiare
La fanno al ciel volare. Che brevi giorni arìa L'alto valore invitto, Che 'l ciel ripose in voi!
Ma per ch'al mondo fia Per mille penne scritto, Viverà sempre poi. Onor di tutti noi,
Ch'or vi veggiamo spesso Con maraviglia e gioia: Agli altri invidia e noia, A cui non fu concesso
Il voi mirar da presso. Quel pio cortese affetto, Ch'in voi sì dolcemente Sempre i migliori accoglie;
Quel generoso petto, In cui sentiamo spente Tutte le basse voglie; Non punto più che soglie
Al Sol la tarda neve Arìan la vita breve. Quell'alte spoglie opime, Ch'in giovinetta etate
Fra tanto onor recaste, Nel tempo che le prime Vostre virtù pregiate Al mondo dimostraste;
Rotte, oscurate e guaste Da chi consuma e rode, Sarìan pochi anni poi, S'ancor coi detti suoi
Chi più in Parnasso gode Non dà lor vita e lode. Quell'altre opere illustri Allor che sì v'oppresse
L'aspra Fortuna ria, Dopo a non molti lustri, Nessun più che credesse Qua giù si troverìa.
Fuor della dritta via Solo agli effetti intese Veggiam l'umane menti: Ma i furor chiari ardenti
Di quei ch'Apollo incese, Faranno il ver palese. Chi desia lunga vita, Chi vuol divino il nome,
Chi brama eterno onore, A quegli a cui gradita Fronde adornò le chiome, Rivolga i passi e 'l core:
Ché 'l poetico ardore Tanto ha vigore e forza, Che 'l tempo non l'ammorza.
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