So che questi rozzi veli, e negletto abito Non conoscerete bene, Enrico invittissimo, E Caterina Cristianissima, né voi Realissimo spirito, e Margherita unica;
Però che all'un Giove, e Marte sol conoscere Conviene, che quel del mondo tutto l'imperio Gli darà in mano, e questo pria di vittorie Gli empierà 'l seno: e l'altre Giunone, Pallade,
Le Virtudi, l'Ore, le Muse, le Grazie Conoscono sole, che sempre l'accompagnano. Non me, che una sono delle popolari Dee, Che ardisco sol d'andare co i bassi, e co' poveri.
Dirò adunque chi io sono: io sono l'Obbedienzia, Pregata da un poeta vecchio, e comico Novello, che a voi venga in forma di prologo, Scusandol, che se a mia cagion questa favola
Indegna vi presenta, che perdoniategli, Et io per non farmi a me stessa contraria Ho ubbidito, e quanto posso pregovene: Non ho ancor fornito, però che imposemi
Ch'io vi narrassi l'argomento; ascoltatelo. Questa è Fiorenza, e ben nota vi debbe essere Per la divina sua pianta, che è qui, e poi Per la sincera fede, e per l'amore umile,
Che a' gigli d'oro porta, più che a se medesima. Or seguitando, indi un mercatante partendosi La moglie lascia e una figliuola, e in Sicilia Passato in Palermo, di una donna nobile,
Rivolto il quarto sole, che ivi arrivato era, Ha un'altra figliuola, e Flora nominala Per cagione della patria; onde la Comedia È così chiamata; e l'anno quinto e decimo
Tornando a casa, lascia che sia condottagli Da uno amico, ma per mare, e a Tunisi Menata, ove venduta e portata a Napoli, Dopo cinque anni per un ruffiano conducesi
A Fiorenza, di cui innamorato Ippolito Figliuolo di Simone, per amor la compera. Onde il padre irato discacciar volendolo, Trovato il ver, di comun accordo sposala:
Fin qui intenderete. Or tosto che fu in Sicilia Geri, che così il padre di Flora chiamasi, Clemenza sua moglie maritò la Porzia Lor figlia, senza al padre novelle scriverne;
Fece un figliuolo morendo in parto, e Attilio Chiamasi, di cui il padre morto davanti era, E per timor di Geri ad una donna povera Il diede in guardia, e per suo figliuolo tenevasi.
Il quale per vicinanza visse amicissimo D'Ippolito, e della sorella Virginia Caldamente amoroso, alfin chi era scuopresi, E sposa lei, e ne la sera medesima,
Dopo assai faticarsi, Tonchio e Flamminia, L'un servo e l'altra meretrice, celebrano Le nozze de i due amici, e contenti godono. Voleva ancor parlar de' versi, e de' numeri
Nuovi, né più in questa lingua posti in opera, Simili a quelli già di Plauto e di Terenzio, Affermando che mal conviensi in Comedia, Ch'è pur poema, la prosa in uso mettere.
I versi scritti in sonetti, e ne gli eroici, Od in soggetto grave son disdicevoli; Però il poeta, come in altre materie Ha arricchita la sua lingua, così ora
Cerca in questa di fare, s'ei potesse, il simile; Ma mi vietò il parlarne, perché al giudizio Vostro benigno; senza allegarvi regole, E al tempo conoscitor ragionevole,
Si vuol rimettere obbediente, e tacito. Restami adunque sol pregarvi, che piacciavi Dargli udienza con quel più cortese animo Che voi solete a' vostri servi umilissimi.
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