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1495–1556

ELEGIA QUINTA

Luigi Alamanni

Sia lieto il mondo, ché rivien tra noi Chi, son tre giorni, fe da noi partita Con tal tormento, e non si vide poi. O morte, oggi di te trionfa vita!

Non sai tu, folle, ancor? forza mortale Non s'opri contro al ciel che l'ha infinita. Popol feroce e ingrato, or che ti vale L'usata crudeltà, se in vita torna

Quel che fece morendo al ciel le scale? Un'altra volta al mondo oggi s'adorna Il vel terrestre suo del Spirto santo, E benché offeso, ancor quinci soggiorna.

Cessa, o Madre Maria, cessa il tuo pianto: Spieghi le chiome il Sol, l'aria s'allumi, Posi la terra, e vesta il verde ammanto. Venga tranquillo il mar, sian chiari i fiumi,

Ché tu, sommo Figliuol, già morto vivi, E la notte all'usato accenda i lumi. Stolti del tutto, e d'ogni senso privi, Forse guardaste il gran sepolcro il giorno

Perché al disposto fin Dio non arrivi? O voi che foste al chiuso sasso intorno, Che diveniste allor, che il ciel si scosse, E mostrossi un di fuoco e neve adorno?

Quando poi la gran pietra indi rimosse, Ah nol vietaste? e che diceste allora A chi imposto v'avea ch'ivi entro fosse? Voi, pietose Marie, che morto ancora

Seguite il Duca pio, come ha già detto, Riprese il vel, né più laggiù dimora, Sgombrate tutte ogni timor dal petto, E scendete a mirar, che altrove è gito

Quel giusto corpo per salvarci eletto. Dite a Pietro e a ciascun com'è partito, E che davanti a lor tosto esser deve Là verso Galilea nel santo lito.

Come, udendo o vedendo, il piè fu leve Per gir lieto a narrar l'alta novella A chi il viver da poi sembrava greve! E tu, fra l'altre, gran compagnia bella

De' Padri antichi, che laggiù molt'anni Da veder luce e Dio fosti rubella, Ecco venuto il fin de' nostri affanni: Apri, abisso, a chi vien l'orrenda porta,

Apri a chi sol di noi ristora i danni. Apri a chi il duol passato riconforta Con propria morte e duol, che vivo or viene Per di là farne al ciel fidata scorta.

Venite fuor dal fosco e dalle pene; Venite lieti, o Padri benedetti, La sù dove n'attende il sommo Bene. Di qual gioia s'empiêr gli antichi petti!

Tu che a Dio già parlasti a faccia a faccia, Con qual disìo di rivederlo aspetti! Ecco che 'l vedi, ecco che il vel si straccia Per cui l'eterna luce uom qui non vede,

Ecco ch'oggi dal ciel nessun vi scaccia. Guarda, se ben ti par, quel che ti diede Le sante leggi nel sacrato monte, Fermi sostegni alla sua chiara fede.

Guarda se riconosci quella fronte, Che più volte t'ha fatto ghiaccio e foco Con le parole a tua salute pronte? Guarda s'esser ti sembra il tempo e il loco

Che tu sovente predicasti al mondo, Che talor per suo danno il prese in gioco? Veggio dopo a costui venir secondo Un Re cantando pur celesti rime,

Più che già non fea qui lieto e giocondo. Quanto fra tutti appar chiaro e sublime! Pur qualche macchia in la sua bianca gonna Si mostra ancor, quantunque il tempo lime.

O del secol che fu salda colonna! Vedi colui che ne' tuoi versi appelli Come al venir per voi più non assonna! Certo ben sai, senza ch'io più favelli,

Ch'egli è chi t'addrizzò il braccio a Golia, E donde hai palme assai de' tuoi rubelli. Viene appresso un per la medesma via Con una spada in man, d'arme coperto,

Che par minacce il Sol che fermo stia. Mostra ben che onorando il tenga certo Che questo è quello Dio, che il dì sostenne Già presso al vespro, e di vittoria incerto.

Il gran parente, che non ben mantenne L'avuto don che pria gli dette il cielo, Onde poi tanto mal nel mondo venne, Come par che sentendo e caldo e gelo

Dello andar nudo ancor vergogna il prenda, Di frondi intorno a sé facendo velo! Par che parlando a lui le braccia stenda: Io son colui, per cui soffristi in terra

L'alte piaghe ch'io veggio, e morte orrenda. Io son colui che volli in morte e in guerra L'antica vita e la tranquilla pace, E chiusi il ciel, che tua pietà disserra.

Signor che tutto puoi quanto a te piace, Or che perdoni ogni mia grave offesa, Seguo anch'io il lume di tua santa face. Poi l'altra gente, che fu tutta intesa

A predir di Maria quel frutto chiaro E del Figliuol di Dio la santa impresa, Vienne appresso seguendo a paro a paro, E ripeton fra lor le voci antiche

Che il fosco mondo avanti illuminaro. Anime elette al Fattor sempre amiche, Ecco gli effetti omai del cantar vostro Giunti alfine, e di voi l'alte fatiche.

Voi riposate nel celeste chiostro, Là, 've tutti più ben trovate assai Che già qui dal pensier non v'era mostro. Quanto t'allegri, o ciel, che sentito hai

Premer la soglia da sì dolce schiera, Che come degna sia tu ben lo sai. E tu, luce del ciel perfetta e vera, Dolce sovran Signore e sommo Bene,

Onnipotente Dio, virtude intera; Quel che fra noi mandasti, a te riviene: Con che pietoso core e con qual ciglio, Or che torna da morte affanni e pene,

In ciel accogli il tuo diletto Figlio!

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